L'albero delle pere

ITALIA - 1998
L'albero delle pere
Siddharta, ragazzo di quattordici anni, abita a Roma con la madre Silvia che non lavora e vive di espedienti. Il padre del ragazzo è Massimo, regista sperimentale che lavora in maniera saltuaria. Silvia ha anche una bambina di due anni, Domitilla, nata dalla relazione con Roberto, che lavora come avvocato nello studio del padre ed è l'unico sostegno della famiglia. Domitilla vive con il padre ma a Natale si trasferisce dalla madre e vive una vita del tutto diversa accanto al fratello. Succede che un pomeriggio, mentre Silvia è fuori casa, Domitilla trova nella borsa della madre una siringa e accidentalmente si punge. Siddharta se ne accorge per primo e decide di affrontare la situazione da solo, senza coinvolgere gli adulti per proteggere la madre. Al pronto soccorso e dallo specialista deve far finta di parlare per conto di altri e, dopo aver ritirato i risultati delle analisi, scappa dalla finestra dell'ufficio per non rivelare il nome della sorellina. Ma la situazione arriva alla fine in evidenza e tra i due padri e Silvia lo scontro è molto duro. Silvia è decisa a cambiare vita ma il suo proposito è di breve durata: muore in un incidente di macchina. Siddharta adesso si sente davvero solo. All'uscita da scuola, vede in lontananza i due padri e Domitilla da un lato, una ragazzina con cui ha una piccolo flirt, dall'altro. Osserva perplesso i riferimenti della sua vita. Poi, con un balzo, decide di allontanarsi non visto.
  • Altri titoli:
    Shooting the Moon
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: LEO PESCAROLO E GUIDO DE LAURENTIIS PER DANIA FILM, 3 EMME CINEMATOGRAFICA, ISTITUTO LUCE, RAI RADIOTELEVISIONE ITALIANA, TELEPLUS
  • Distribuzione: ISTITUTO LUCE (1998) - BMG VIDEO, BUENA VISTA HOME VIDEO.

NOTE

- REVISIONE MINISTERO AGOSTO 1998.

- PREMIO OSELLA D'ORO PER LA MIGLIOR FOTOGRAFIA A LUCA BIGAZZI E PREMIO MARCELLO MASTROIANNI COME MIGLIOR ATTORE EMERGENTE A NICCOLO' SENNI ALLA 55. MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA (1998).

CRITICA

"'L'albero delle pere' è un film dove ognuno ha perso la sua identità: i genitori non sono più genitori e i figli non sono più figli, investiti di responsabilità superiori alle loro forze. Uno di quei film che a Venezia ha rischiato il linciaggio e che proprio per questo - visto che si tratta di una storia originale raccontata con estrema vivacità - alimenta il sospetto che tanta acredine sia motivata da un eccesso di sincerità. Francesca Archibugi non esita infatti a mettere in scena la sua generazione interrogandosi criticamente su un passato punteggiato di delusioni, sconfitte e responsabilità. Un po' come aveva fatto Marco Bellocchio con 'Il principe di Homburg'. Ovviamente la situazione descritta è piuttosto forzata, oltrepassa i limiti della credibilità e funziona soltanto se accettata nella sua paradossalità. Ma è proprio questo aspetto a far risaltare, e con evidente contrasto drammatico, lo sconquasso di un nucleo familiare dove ognuno ha abdicato al suo ruolo". (Enzo Natta, 'Famiglia Cristiana', 10 novembre 1998)

"I personaggi ne 'L'albero delle pere', risultano spesso stereotipati; gli episodi della loro vita angusta risultano a volte melensi, e gli interpreti sono mediocri. Ma non sono molti i registi italiani che abbiano come Francesca Archibugi la capacità di descrivere con esattezza scoraggiata certi luoghi dell'esistenza della gente comune, il supermercato e i corridoi della USL, l'oscurità domestica nei pomeriggi invernali e le aule della scuola, l'ostentazione velleitaria delle cerimonie laiche, l'esibizionismo e l'egocentrismo scemo anche delle figurette più irrilevanti. Ed è raro pure il tentativo riuscito di usare una storia famigliare con bambini per un esercizio di stile espressivo: Roma vista nei suoi quartieri senza bellezza né estetica della povertà, gli appartamenti abitati dallo squallore, vengono esplorati dalla macchina da presa con una ricerca figurativa ostinata ed efficace, con una sapienza persino eccessiva moltiplicata dalla fotografia molto bella di Luca Bigazzi". (Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso', 17 settembre 1998)

"Molte ambizioni, appunto, e molti temi: padre, figli, a generazione del dopo Sessantotto: i guasti e i disagi dell'oggi, le possibilità e i destini delle generazioni future figlie dell'informatica. Però, se nella struttura del racconto c'è poco ordine, se qualche personaggio che si affaccia all'ultimo momento risulta pleonastico e se i protagonisti adulti rischiano, a volte di essere più emblematici che non autentici, i modi con cui la regia poi li rappresenta si conquistano non di rado un vero e proprio stile. All'americana, se vogliamo, ritmi a singhiozzo, immagini volutamente sporche, sempre con l'aria di far della realtà realissima - un'espressione onirica, fra luci che si offuscano e si macchiano, con inquadrature sghembe dipanate spesso con fulminanti respiri e un sonoro al diapason. In contrasto, ma non in contraddizione, certi scontri familiari sono dosati invece con calma e certe pagine, pur quiete, hanno tutto il tempo di svelare invenzioni anche fantasiose. Un'Archibugi sempre più matura, insomma, anche se, pretende molto, non risolve tutto. La mamma è Valeria Golino, stralunata a dovere, Massimo è Sergio Rubini, all'inizio molto 'capellone', il borghese Roberto è Stefano Dionisi, In giacca e cravatta, Siddharta si chiama Niccolò Senni. Lo rivedremo". (Gian Luigi Rondi,
'Il Tempo', 5 settembre 1998)
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