L'albero della vita

The Fountain

USA - 2006
L'albero della vita
Nel XVI secolo, il conquistador Tomas cerca disperatamente di salvare il suo amore per mezzo dell'albero della vita, la pianta leggendaria che si racconta possa donare la vita eterna a chi beve la sua linfa. Nel XXI secolo, lo scienziato Tom cerca di salvare la vita di sua moglie Izzie, strappandola dal cancro che la sta consumando, dopo aver trovato la medicina in grado di curarla. Nel XXVI secolo sarà l'astronauta Tom che viaggiando alla ricerca della pianta sudamericana si scontrerà con il vero senso della vita...
  • Altri titoli:
    The Last Man
  • Durata: 96'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, FANTASCIENZA
  • Produzione: WARNER BROS., REGENCY ENTERPRISES, EPSILON MOTION PICTURES, NEW REGENCY PICTURES, PROTOZOA PICTURES
  • Distribuzione: 20TH CENTURY FOX ITALIA (2007), DVD: 20TH CENTURY FOX HOME ENTERTAINMENT
  • Data uscita 16 Marzo 2007

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Amore, morte, spiritualità e fragilità esistenziale. Una storia, tre epoche (1500, oggi e 2500) due protagonisti, Hugh Jackman e Rachel Weisz, un amore. Progetto a lunga gestazione, con budget dissanguato dalla defezione di Brad Pitt e Cate Blanchett (da 75 a 35 milioni di dollari), L'albero della vita segna il ritorno dietro la macchina da presa dell'enfant terrible Darren Aronofsky, autore quasi-cult di Pi greco - Il teorema del delirio e Requiem for a Dream. Vorrebbe Aronofsky parlare di immortalità, ma compie scelte suicide, con una poetica che accumula bivi e manca la strada e uno stile che finisce per vanificare la pregevole scelta di utilizzare microfotografie e trucchi "in camera" anziché la solita CGI. Veniamo alla storia, almeno proviamoci. Lei (la Weisz è compagna del regista) è afflitta da male incurabile, lui non sa farsene una ragione, cerca la fontana della giovinezza, prima da conquistador spagnolo in trasferta americana, poi da ricercatore medico-scientifico, poi - anzi prima, anzi ora - da spazionauta in posizione del loto, tra nebulose da guardare e cortecce da mangiare. Tanto rumore per nulla, Aronofsky piglia a piene mani e affastella inquisizione, francescani, tai-chi, escatologia e arboricoltura, fa professione di fede New Age, rincorre il sincretismo e spreca interpreti non disprezzabili. Soprattutto, non sa raccontare. Non potrebbe, la storia è tanto confusa e pesante da non riuscire a levarsi dalla carta, quella dello script e quella del libro che la moritura Weisz lascia all'amato.

NOTE

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 63MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2006).

CRITICA

"Barocco e visionario, Aronofsky, fischiato e offeso al Lido, si lega al corpo mutante di Hugh Jackman e salta dalla Spagna dell'Inquisizione a un domani sterile da Mattatoio n. 5. Sia la spedizione del Conquistador sia la ricerca dello scienziato falliranno; crescerà l'erba sui corpi morti. Più del tempo, che non ha età, siamo noi che ce ne andiamo." (Claudio Carabba, Magazine, 14 settembre 2006)

"'L'albero della vita' affronta, con una sorta di mirabile incoscienza, i temi più complessi del mondo: l'ossessione umana di penetrare il segreto dell'immortalità, la dipendenza dall'altro, la condanna alla solitudine. Il problema è che Darren Aronofsky sceglie di sovraccaricare visivamente le immagini, sempre in bilico tra sogno e incubo; meglio ancora, un incubo a occhi aperti che vorrebbe dar forma all'interiorità turbata del protagonista. A complicare le cose, il percorso a zig-zag tra i secoli è concepito come una serie di proiezioni 'in abisso' di ogni stato del personaggio: il che non semplifica per nulla la comprensione dei fatti. Così, tutta la faccenda comincia presto ad avvitarsi su se stessa, smarrendosi tra visioni new age e sentieri narrativi interrotti senza preavviso, fino alla perdita totale della storia. E' probabile che Aronofsky sconti anche il taglio del budget produttivo, dimezzato rispetto ai progetti iniziali. In ogni caso le sue scelte di linguaggio, rubate a uno spot pubblicitario, non appaiono le più adatte per rivelare gli eterni segreti della vita." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 16 marzo 2007)

"Un pataccone tremendo che la Mostra di Venezia voleva far passare per capolavoro massimo, un tentativo di ricerca di immortalità da parte di un medico che, per strappare la moglie alla morte, viaggia in tre epoche storiche. Eccolo nel XVI, XXI e XXVI secolo, conquistador ispanico e meditabondo astronauta, tra segreti Maya, corti del '500, sale chirurgiche, un vero pastrocchio in cui il regista Darren Aronofsky ('Requiem for a dream') mette dentro tutto, dal teocon alle alchimie, dalla fiaba al fantasy chiedendo a un kolossal di sontuosa fattura di obbedire alla ricerca della trascendenza, problema che forse solo Bergman aveva messo in gioco al cinema. Fantasmagoria new age che non raccoglie emozione alcuna e spende e spande uno spiritualismo da paghi due prendi tre che non soddisfa nessuno. Il povero eroe Hugh Jackman è in ostaggio alla sceneggiatura che lo tortura peggio dei Maya." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 16 marzo 2007)

"'The Fountain' in Italia è diventato il sottotitolo. Il titolo è 'L'albero della vita', omonimo di un film di mezzo secolo fa di Edward Dmytryk. E forse non è un caso l'appaiamento: anche il film allora era velleitario, costò molto e incassò poco; ma il fiasco di Dmytryk non lasciò vedove, salvo il produttore. Invece Aronovsky ha i suoi devoti nella critica. Passato per la Mostra di Venezia 'L'albero della vita-The Fountain' appartiene al genere più temibile: quello onirico. Per fortuna, fra Mostra e uscita in sala, il regista ha capito e ha tagliato circa dieci minuti. Non abbastanza per cambiare il giudizio in positivo, ma abbastanza per apprezzare il gesto. (...) Già il tipo di storia angoscia. Nei momenti di lucidità, se fuori dal cinema - dove siete entrati nonostante lo sconsiglio - piove molto forte, potrete evocare i precedenti nefasti, a cominciare da 'Sogno di prigioniero' di Henry Hathaway, che fu, non a caso, caro ai surrealisti." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 16 marzo 2007)

"'L'albero della vita' non è certo un film riuscito, ma è denso di intenzioni non comuni, soprattutto all'interno della produzione americana. E' vero, ci sono implausibili richiami alla paccottiglia new age e a fantasiose spiritualità. Ma questo non toglie originalità e una certa forza caparbia a questo folleggiante titolo, costato anni di attese e di fatiche al suo regista. Se siete in un mood psichedelico, è quello che vi ci vuole." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 16 marzo 2007)
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