L'alba del pianeta delle scimmie

Rise of the Planet of the Apes

USA - 2011
Una serie di esperimenti d'ingegneria genetica portano all'evoluzione intelligente delle scimmie e al futuro scontro di civiltà con gli esseri umani.

CAST

NOTE

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2012 PER I MIGLIORI EFFETTI VISIVI.

CRITICA

"Una forma di vita intelligente sul pianeta blockbuster. È 'L'alba del pianeta delle scimmie' di Rupert Wyatt, il reboot della nota saga (4 episodi - tra il '68 e il '73 - più un remake di Burton nel 2001), di cui sposta indietro le lancette: non è un pianeta per scimpanzé, orangotanghi e gorilla il nostro, eppure è loro il punto di vista, ben esplicitato dall'occhio verde di questi primati mutanti e senzienti, cui tocca il passaggio di testimone (il pungolo scippato al guardiano) da bestie a superuomini, con noi per terzi incomodi. Messa tra parentesi la sperimentazione scientifica e l'apocalisse politica, ridotti a marionette lo scienziato James Franco e la vana Freida Pinto, la vera novità è che non ci sono attori in carne e ossa a interpretare le scimmie, a eccezione del protagonista Cesare, ricavato dal motion capture di Andy Serkis, l'anello di congiunzione tra analogico e digitale e, dal Gollum in poi, il primo e ultimo attore della rivoluzione che sarà. Perché forse non nella vita, ma di certo sullo schermo gli umani scompariranno. Dopo Zemeckis e Cameron, Wyatt conferma: il nostro corpo è trapassato, il futuro prossimo e digitale è scimmia." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 22 settembre 2011)

"Allargando il concetto, ma non più di tanto, si scopre che anche 'L'alba del pianeta delle scimmie', prequel del cult con Charlton Heston del '69 che ha avuto 4 sequel, un remake (brutto anche se di Tim Burton) e due serie tv, potrebbe far parte del cinema sui migranti su cui oggi lavorano i migliori, da Olmi a Kaurismaki. (...) L'interesse della prefazione sta (...) nel rapporto spirituale tra il giovane medico frankensteineggiante e la sua 'creatura' (ma tra i due s'intromette anche una ragazza) mettendo in discussione l'appartenenza alla specie, la ragione spossata da demenza senile (il padre malato), la mediocrità umana avvinghiata al dollaro e la ripicca del vicino di casa, addentato dallo scimpanzé come fosse una recluta dei Nocs. (...) Si mira al serbatoio di adrenalina del pubblico teen ager di anagrafe o di spirito, per una razione di tecnologico divertimento che permette il senno di poi sul racconto scritto da Boulle, mostrando il grado avveniristico tecnologico che permette di far agire le scimmie da attori grazie alla tecnica della performance capture ed all'elasticità yoga di Andy Serkis, ex Gollum, già vittima del 'Signore degli anelli' (ma anche il film di Shaffner vinse l'Oscar del trucco sul volto degli attori). Il lanciatissimo James Franco, consapevole del valore della metafora dei rapporti, è un giovane scienziato innamorato del suo cucciolo peloso in cui identifica il segreto della sua origine e del sapere, animando vivace un blockbuster che vorrebbe anche far pensare, allontanando il concetto di fantascienza per scalare i problemi della contemporaneità." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 23 settembre 2011)

"Il prequel del 'Pianeta delle Scimmie', saga inaugurata nel fatidico 1968 dal bellissimo primo episodio, prometteva di essere una mezza truffa, come tante operazioni del genere. Si tratta invece di un bel film, uno dei migliori blockbuster in circolazione. Sarebbe da non perdere, non fosse per qualche refolo retorico che appesantisce la limpidezza metaforica del racconto. Il cuore del film è la fine della civiltà, uno dei temi preferiti della storia del cinema, vuoi come presagio, vuoi per esorcismo. (...) Il film ha naturalmente qualche limite di superficialità, il solito eccesso di effetti speciali, ma è anche pieno di qualità. Fra questi, la regia del giovane e talentuoso autore britannico Rupert Wyatt, già celebrato al suo esordio con 'The Escapist', un cast di qualità, con la coppia più bella vista sullo schermo quest'anno, quella formata da Franco e dalla Freida Pinto di 'The Millionaire'. Su tutti spicca la performance straordinaria, a metà fra miracolo recitativo e splendore tecnologico, dello scimpanzé Caesar, avatar scimmiesco dell'attore Andy Serkis. Ma il tratto migliore è la forza della metafora. Il primo 'Pianeta delle Scimmie' era immerso nell'epoca del terrore nucleare. Questo riflette il nuovo incubo di un incontrollato potere della genetica, oltre al timore sociale di una rivolta razziale, in questo caso nel senso vero del termine. Ma al di là delle mode e delle trovate narrative, la vera metafora del film è nel descrivere una società sul crinale dell'autodistruzione per assoluta mancanza di valori. Gli uomini si comportano come scimmie impazzite ed egoiste, gli scimpanzé sono solidali e fraterni. Da qui la fine." (Curzio Maltese, 'La Repubblica', 23 settembre 2011)

"Uno storico sceneggiatore hollywoodiano definì un giorno il western 'un film di cavalli per un pubblico di cavalli'. Stoccata evidentemente destinata non ai capolavori di un Ford o di un Hawks, ma a un genere per la più parte di serie B, il cui punto di forza era l'immancabile susseguirsi di cavalcate. E qui scattava l'amarezza dello scrittore bravo, costretto a prendere atto che per lo spettatore una bella galoppata nella prateria a volte può bastare. D'altronde il cinema è anche questo, il piacere di una scena d'azione; o il divertimento di uno scimpanzé che volteggia nell'aria con l'abilità di un superacrobata cinese, come in 'L'alba del pianeta delle scimmie'. (...) Andare a scavare nei reconditi significati della pessimistica parabola, sarebbe sciocco prima che inutile: è un problema che il film, scritto e diretto in modo incolore, non si pone affatto. Ma se i personaggi umani sono stinti, in compenso con le scimmie in scena tutto funziona. Incarnate tramite la tecnologia della motion capture da attori abili a mimarne movimenti, gesti, espressioni, i primati sono i veri protagonisti; e Andy Serkis, che già fu Gollum nel 'Signore degli anelli', è un Cesare addirittura fantastico. Concludendo: da L'alba si può ricavare qualche diletto, a patto di tenere presente che è 'un film di scimmie per un pubblico di scimmie'." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 23 settembre 2011)

"Il film, spettacolare e ben realizzato, è il prequel de 'Il pianeta delle scimmie' di Schaffner del 1968, con Charlton Heston, il migliore del genere, poi rivisitato nel meno brillante remake di Tim Burton con Mark Whalberg autore di una prestazione al limite del ridicolo e Helena Bonham Carter rozzamente truccata da scimmia dagli appetiti sessuali esagerati. Ma l'inizio di tutto lo si deve al romanzo 'Il pianeta delle scimmie' del francese Pierre Boulle, da cui Franklin J. Schaffner trasse l'omonimo classico della fantascienza, primo tassello di una quintologia durata fino al 1973, oltre a generare due serie televisive - la seconda delle quali animata - realizzate nel biennio 1974-1975. Nell'ultima versione di Wyatt uno straordinario Andy Serkis (già Gollum nella trilogia 'Il Signore degli anelli') regala una coinvolgente umanità allo scimpanzé protagonista Cesare, esposto alle sperimentazioni quando era ancora nell'utero materno e poi accudito in casa dallo scienziato. Diventato primate super intelligente, sarà protagonista di quest'alba devastante per l'umanità. Il film conquista ed emoziona lo spettatore grazie ad un incalzante ritmo narrativo, che ricorda quello delle belle pellicole d'intrattenimento americane tipiche degli anni Settanta e Ottanta." (Dina D'Isa, 'Il Tempo Roma', 23 settembre 2011)

"È merce quasi rara un prequel che non guardi (troppo) al botteghino sforzandosi di impreziosire una saga cinematografica famosa chiarendo, magari, domande rimaste irrisolte negli episodi precedenti. Accade tutto questo nel film diretto da Rupert Wyatt che, fin dalla prima scena, riesce a regalare tensione e dramma. Merito di una sceneggiatura che ti fa parteggiare per il villain, la scimmia ribelle Caesar - resa intelligente da un virus miracoloso per i primati - che, tradita da chi l'ha cresciuta, guiderà la rivolta contro il genere umano. Bravo anche James Franco nella sua ambiguità." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 23 settembre 2011)

"Piacerà a chi ha amato il ciclo del 'Planet of Apes' e sofferto indicibilmente nove anni fa davanti alla pretenziosa e sballata versione firmata Tim Burton. Questa, pur non rinunciando affatto al côtè avventuroso (effetti speciali d'insolita qualità), riesce a portare avanti senza banalità i ricorrenti interrogativi sui limiti della ricerca e sulle responsabilità degli scienziati." (Giorgio Carbone, 'Libero', 23 settembre 2011)
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