L'abbuffata

ITALIA - 2007
L'abbuffata
Calabria, borgo di Diamante. Quattro giovani amici vogliono tentare la fortuna nel cinema e realizzare un lungometraggio. I ragazzi riusciranno a coinvolgere nel loro progetto una serie di persone che non potranno sottrarsi alla loro carica di energia positiva. E quando un celebre attore accetta di apparire nel film, tutto il paese si mobilita per preparare una grande festa.
  • Altri titoli:
    L'invito
  • Durata: 102'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Tratto da: "L'invito" di Mahmoud Iden
  • Produzione: ISTITUTO LUCE, GAGÈ PRODUZIONI, DANIA FILM
  • Distribuzione: ISTITUTO LUCE
  • Data uscita 16 Novembre 2007

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
"Questa è la bellezza del cinema: le persone riescono a dirsi quello che non si dicono nella vita". Un buon punto di vista per giustificare le numerose e didascaliche sceneggiature che affliggono tanto cinema contemporaneo. L'abbuffata di Calopresti non è un film. È un esercizio di cinema nel cinema che coinvolge, in maniera ipercalorica come da titolo, molti volti noti - alcuni fedelissimi del regista, vedi Valeria Bruni Tedeschi - nell'avventura di tre ragazzi calabresi (Briguglia, Nucera, Di Ciaccia) decisi a realizzare un lungometraggio con la partecipazione degli abitanti della piccola Diamante. Che si mobilitano con gioia quando, contro ogni previsione, Gerard Depardieu decide di prendere parte al progetto. L'indigestione sarà fulminante. Così come la sensazione che il bersaglio mirato da Calopresti, anche attore nella parte di un attore, perda di significato dopo qualche minuto di visione. Non bastano Abatantuono (regista senza più ispirazione), Donatella Finocchiaro, Frassica, più le apparizioni del già "Flaminio Maphia" G-Max e del critico Stefano Della Casa: l'ipotetico omaggio a 8 e ½ è pura teoria, la (grande) e letale abbuffata per il ferreriano Depardieu meccanico coupe de theatre.

NOTE

- PRESENTATO FUORI CONCORSO ALLA II^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' NELLA SEZIONE 'CINEMA 2007'.

- FILM REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DI: REGIONE CALABRIA, FILM COMMISSION CALABRIA, FILM COMMISSION TORINO PIEMONTE.

CRITICA

"'Insomma basta con questo cinema. Cos'ha il cinema che la televisione non ha'? 'Il silenzio'. E' una delle battute d'autore disseminate da Mimmo Calopresti ne 'Abbuffata', piccolo divertissement sulle traversie di tre giovani aspiranti cineasti calabresi che mollano le bellezze e la noia di Diamante per tentare la fortuna a Roma. La battuta, come molte altre, coglie nel segno. Solo che poi Calopresti infarcisce il film di musichette allegre e moleste, come per convincere anzitutto se stesso che sta facendo una commedia. Peccato perché prendendo in giro tutto e tutti, compreso se stesso, il regista calabrese approda a un finale che meritava una preparazione più attenta. (...) Altro che cinema insomma, e lamentele del tipo 'qui non succede mai niente': la vita ha mille facce (la vita, non la tv), bisogna solo saperle raccontare. Però non basta, per fare spettacolo, convocare un bel gruppo di facce e di amici. A meno che, come teorizza sempre Calopresti, non sia comunque
'meglio fare un brutto film che stare qui con le mani in mano a sentirsi superiori'." (Fabio Ferzetti,
'Il Messaggero', 27 ottobre 2007)

"Molta carne al fuoco. Verità e Finzione, l'Attore professionista e quello preso dalla vita, l'importanza del fare prendendosi la responsabilità eventualmente di sbagliare contro la paralizzante nostalgia della grandezza o la sterile attesa del capolavoro, il paternalismo ipocrita di chi ce l'ha fatta, o è pieno di rancore per non avercela fatta, e il valore della ribellione - fare di testa propria - di chi deve ancora trovare il suo posto, la libertà creativa, il posto dell'artista in questo mondo. Fellineggiando." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 27 ottobre 2007)

"Omaggi a Ferreri e Fellini, citazioni dall'universo trash della televisione... c'è molta ironia e molta tenerezza in 'L'Abbuffata': perfino quel noioso del regista trova l'amore e il tocco del cinema che arriva nel paesello di Diamante forse farà, alla fine, del bene. Abbiamo il sospetto che Calopresti abbia raccontato il se stesso sbarcato a Roma per 'fare il cinema' tanti anni fa, ma che dietro l'autobiografia ci abbia regalato uno sguardo feroce sull'Italietta di oggi. Dici poco." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 27 ottobre 2007)

"Ecco uno degli spunti più abusati e prosaici del cinema che riesce a trasformarsi in un estroso e autoironico balletto sulla nostalgia delle radici. Del resto il regista de 'L'abbuffata' Mimmo Calopresti è davvero una persona straordinaria: anche se non iscritto al club di promotori & esegeti, chi lo conosce non può che ammirarne l'intelligenza, la modestia, la simpatia e il genuino trasporto per il suo mestiere... (...) Sinora conosciuto e catalogato come cineasta tendente al malinconico e all'intimistico, Calopresti dimostra di potere giostrare a piacimento in un arco di sfumature, contrappunti e impressionismi alquanto elastico: la sua solidarietà con i sogni perduti dei ragazzi non produce il solito cortocircuito piagnucoloso e suggerisce, anche con la sorpresina dell'epilogo, quei contrappunti dolceamari che possono rendere il lavorio dei nostri ricordi più ardito e meno a buon mercato." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 27 ottobre 2007)

"Dopo una vita a Torino, Mimmo Calopresti riscopre il sud. Coi i suoi - l'avrete mai detto? - 'panorami e tramonti, colori e odori'. Più un ragazzino che vuole fare un film. Più un regista in crisi, Diego Abatantuono. Poi dicono che sono i reality, a trattare lo spettatore da idiota." (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 27 ottobre 2007)

"Intersecano la linea narrativa principale, alla Tornatore, una serie di ferite che contengono citazioni o omaggi a Fellini, Amelio, Salvatores, Arbore, Totò e la banda paesana, Crialese, Marco Ferreri, visto il titolo,
'L'Abbuffata' e il finale. E un po' a se stessi, a Mimmo Calopresti che festeggia la conquistata leggerezza di tocco e una saggezza nei sentimenti impudicamente esibita. (...) Film pieno di finestre aperte al documentario, e all'energia giovane. Girato in surplace e in prima persona singolare, quasi vuole essere un divertimento tra amici da cannibalizzare: sia giovani che coetanei. E questo è il primo strato 'autobiografico', del double cheesburger light. Il cineasta che ha fatto fortuna, che ora vive a Roma, ha fatto l'agente, si tiene in forma facendo footing all'Ara Coeli, è rilassato come fosse in eterna vacanza, perché ha conquistato Cinecittà, ci racconta anche due o tre cose, non rimpianti, sul suo rapporto con l'ex compagna Valeria Bruni Tedeschi, mai portata in vacanza d'amore al sud, per non finire come Al Bano e Romina, e che invece gli insegnerà, nella scena più commuovente, che solo affrontare la morte in faccia fa crescere." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 27 ottobre 2007)

"Ennesima rivisitazione del mito del cinema, della voglia di fuggire dal posto dove si è nati per andare al Nord. Tutto già visto, ma non è questo il difetto principale. Tutti gli interpreti sembrano fuori parte. Calopresti fa lavorare due sue ex fidanzate, ma non riesce a costruire un filo logico in questa pellicola che non ha né capo né coda. Qualche battuta divertente qua e là, ma per il resto la sensazione di vedere un film che non si capisce che cosa voglia dire. Le tecniche usate dal regista, secondo le intenzioni dell'autore, dovrebbero dare un senso di freschezza e novità alla cornice filmica. Invece sono soltanto la dimostrazione che si tratti di un espediente per coprire la mancanza di idee e di originalità." (Giampiero De Chiara, 'Libero', 27 ottobre 2007)


"Per la sua prima commedia, Mimmo Calopresti alterna pellicola e digitale da finto documentario (nella vita reale insegna il genere). Ma sono anche altri gli elementi autobiografici: il viaggio artistico dalla natìa Calabria a Roma, l'altezzosità di un autore ritiratosi in blocco creativo, il narcisismo del mettersi in mostra come interprete (e seduttore), gli spaesati attori coinvolti (e propri conoscenti a vario titolo). Calopresti se la canta e se la suona in questo atto d'affetto verso un Sud rispecchiato dalle pittoresche comparse intervistate e dall'immobilismo di un'insistita banchina su cui si infrangono i flutti. Una vacanziera e piccola, divertita riflessione sullo stato della nostra settima arte dominata dalla televisione scadente, ostaggio di contatti e conoscenze, con competenze annacquate da tutti che fanno tutto (sullo schermo Abatantuono e Calopresti si scambiano i ruoli). Ma è un cinema di citazioni, che in mancanza di idee fagocita se stesso." (Federico Raponi, 'Liberazione', 16 novembre 2007)

"Il vero regista Calopresti sperimenta la mescolanza tra cinema e vita con gran libertà e affettuosa sapienza. Ogni momento allude a un pensiero complesso e insieme a persone o luoghi amati, alla giovinezza, a una regione dove la bellezza può generare inerzia: tutto realizzato con leggerezza e profondità, realizzando l'innovazione (non tecnologica, narrativa) con semplicità e slancio." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 16 novembre 2007)

"Uno degli spunti più abusati del cinema riesce a trasformarsi in un estroso balletto sulla nostalgia delle radici. Del resto Mimmo Calopresti sa benissimo che il sogno di fare un film produce overdosi di velleitarismo; trapiantando, così, insieme a Monica Zapelli 'L'invito' di Mahmoud Iden nelle natie atmosfere calabresi, sceglie di mantenere lo sguardo e il tono asciutti e lievi, con la macchina da presa sempre vicina ai personaggi. L'energia naif del gruppetto d'aspiranti cineasti cerca di forzare il non-tempo paesano, ma poi non può che intraprendere il fatidico pellegrinaggio felliniano.... Il regista dimostra di sapere giostrare in un arco di sfumature, contrappunti e impressionismi morbido ed elastico: la sua solidarietà con i ragazzi suggerisce contrappunti che rendono l'esile commedia insolita e affabile." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 17 novembre 2007)
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