Knight of Cups

USA - 2015
2,5/5
Knight of Cups
"C'era una volta un giovane principe che fu mandato dal padre, il re dell'Est, fino in Egitto, allo scopo di trovare una perla. Quando il principe arrivò la gente versò lui da bere in una coppa. Non appena il principe bevve dimenticò di essere il figlio di un re, perse memoria della perla e cadde in un sonno profondo." Il padre di Rick gli leggeva spesso questa favola da bambino. Rick è un autore di commedie che vive a Santa Monica. Rick desidera qualcosa di diverso, qualcosa che vada oltre la vita che conosce, ma non sa cosa sia, né come trovarlo. La morte di suo fratello Billy grava su di lui come un'ombra. Suo padre Joseph prova a causa di questa perdita degli enormi sensi di colpa. L'altro fratello, Barry, sta attraversando un periodo difficile e si è appena trasferito a Los Angeles dal Missouri, dove sono cresciuti, e Rick lo sta aiutando a rimettersi in piedi. Rick cerca distrazione in compagnia delle donne: Della; Nancy, una dottoressa con la quale è stato sposato; una modella di nome Helen; Elizabeth, che ha messo incinta; una spogliarellista che si chiama Karen; e una giovane donna che lo aiuta a guardare avanti, di nome Isabel. Gli sembra che le donne sappiano molto più di lui. Lo avvicinano al cuore delle cose, al mistero. Ma è tutto inutile. Le feste, i flirt, la carriera: nulla lo soddisfa. Eppure, ogni donna, ogni uomo che ha incontrato nel corso della sua vita è servito, in qualche modo, come guida, come messaggero. La strada per l'est si snoda davanti a lui. Si metterà in viaggio? Oppure il coraggio lo abbandonerà? Rimarrà sveglio? O lascerà che sia solo un sogno, una speranza, una fantasia passeggera? Il viaggio è appena cominciato.
  • Durata: 118'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA M/ARRICAM LT/PANAVISION 65 HR CAMERA, 35 MM/65 MM/ARRIRAW, PANAVISION SUPER 70/SUPER 35
  • Produzione: DOGWOOD FILMS, WAYPOINT ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: ADLER ENTERTAINMENT
  • Data uscita 9 Novembre 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Marina Sanna
Il Cavaliere di Coppe è, secondo la definizione dei Tarocchi, un uomo gentile, altruista, fantasioso che ha bisogno di stimoli. E' un po’ così Rick, Christian Bale, attore hollywoodiano, che non può fare a meno del successo, della sua magnificenza, e allo stesso tempo è lacerato dalla sua incompiutezza. Ma che cosa c’entrano i Tarocchi con Malick?
Molto, se per raccontare il peregrinare del suo Cavaliere, ha deciso di usare la cartomanzia rinominando i capitoli del film con alcune delle figure più significative degli Arcani Maggiori. Si parte dalla luna, si passa per l’appeso, l’eremita, la papessa, il giudizio e infine si arriva alla libertà. Se la morte era la grande incognita dell'esistenza umana, nel bellissimo Tree of Life, l'amore quello di To the Wonder, nel terzo episodio della trilogia Malick si fa apologo del significato stesso della vita. Tentando di spiegarlo a un riottoso Christian Bale, che procede imperterrito sperimentando le debolezze di questo mondo perduto.
Dalla nascita, il nostro cammino è lastricato di sofferenza, dice un prete a metà della storia. Siamo solo fuochi, piccole luci, mormora il Cavaliere, che attraversa giorni, mesi, anni, feste, città. Mari, piscine, fontane, vasche. L’acqua, come recitano i Tarocchi, è il suo elemento. Paesaggi diversi, per poi tornare sempre alle rocce da cui è partito tutto.
Nel mentre, un fratello che ama e odia, una famiglia scomposta, un padre che gli augura saggezza, quella che lui non ha avuto. E che Rick cerca disperatamente nelle donne, bionde, more, giovani, belle, bellissime. Cate Blanchett, il primo matrimonio, finito. La routine, la monotonia dell’abitudine. Da qualche parte però deve esserci la perla. Sarà Natalie Portman? Il destino è crudele, può fare brutti scherzi, anche se sei un Cavaliere di Coppe. I pezzi del nostro vissuto sono schegge impazzite che non si ricompongono per magia, sussurra carica di presagi la voce del padre.
Intanto danze, salti, giochi con le inquadrature. Il cosmo e la natura: tutti déjà vu. To be continued.

NOTE

- IN CONCORSO AL 65. FESTIVAL DI BERLINO (2015).

CRITICA

"Terrence Malick porta agli estremi limiti la forma del monologo interiore, presente anche nei suoi film più narrativi. Qui, però, la usa per comporre un diario intimo a flusso di coscienza, ripetitivo e circolare. Il tono iniziatico, tinto di esoterismo e gnosticismo, è affaticante; e 'Knight of Cups' sembra fatto da qualcuno che, più di mezzo secolo fa, abbia visto 'L'anno scorso a Marienbad' senza riuscire a digerirlo. Ora il film scritto da Robbe-Grillet gli si ripropone, ma con un curioso paradosso: là, come voleva la 'scuola dello sguardo', le immagini si negavano ai significati; qui, invece, ne grondano. Anche se non si capisce poi bene quali siano." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 10 novembre 2016)

"Terrence Malick colpisce ancora. Dopo la palma d'oro a Cannes con 'The Tree of Life' (2011) e iI passaggio a Venezia con il controverso 'To the Wonder' (2013), il grande regista americano tornò l'anno scorso a Berlino, dove nel '99 aveva vinto l'Orso d'oro con 'La sottile linea rossa'. Qualcuno sperò in un ritorno alle origini. Speranza vana. Questo 'Knight of Cups' (una figura dei tarocchi) conferma infatti la linea dei suoi ultimi lavori. Trama ectoplasmatica, immagini meravigliose. E un interminabile commento off, sempre sussurrato tanto per aumentare l'enfasi, che passa in rassegna tutte ma proprio tutte le Grandi Domande sull'Esistenza mentre sullo schermo vorticano scene di modernità convulsa e Natura imperturbabile. (...) Siamo (...) a Los Angeles, e Bale è un hollywoodita che incarna il meglio e soprattutto il peggio di ciò che una volta si chiamava la Mecca del cinema. Lusso sfrenato dunque, promiscuità e allegria obbligatorie, ma anche immagini allarmanti colte con occhio da maestro e un gusto da kamikaze per la disarticolazione del racconto. Mai visto tanta distanza tra la densità di ogni inquadratura e la pochezza del quadro generale, che finisce in un fervorino buddista (c'è anche un prete che ripete più o meno le stesse cose, ecumenismo 'oblige') sulla necessità di uscire dalle distrazioni per trovare se stessi. E già. Malick però teme ancora che potremmo non capire, così fa un salto a Las Vegas. Dove tutto - ci credereste? - è calco, citazione, replica, insomma falso e idolatria. Tra 'Zabriskie Point' e 'Professione reporter', Antonioni (citato qua e là) aveva già detto tutto - mille volte meglio - quasi mezzo secolo fa. Si dice sempre che i film devono porre domande, non dare risposte. Qui però Malick di domande ne suggerisce una sola: perché?" (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 novembre 2016)

"Autore di un folgorante esordio, 'Badlands' (1973), eclissatosi per vent'anni dopo l'Oscar a 'I cancelli del cielo', Terrene Malick è un cineasta da prendere o lasciare. Dal suo rientro nel 1998 a oggi ha firmato sei pellicole, imboccando la strada di uno stile sempre più rarefatto. Da 'La sottile linea rossa' a 'The New World', da 'The Tree of Life' a 'To the Wonder' è stato tutto un progressivo liberarsi degli orpelli di dialogo e racconto; fino a questo (...) 'The Knght of Cups', accolto a suon di buuu a Berlino da festivalieri insofferenti della sua struttura erratica e della sua indecifrabilità. Se in 'To the Wonder' (...) c'era ancora un vago spunto di storia, qui si viaggia nella quasi astrazione. (...) Si potrebbe pensare al Godard di 'Adieu au langage', non fosse che Malick non è un cerebrale: alla base della sua poetica c'è una sorta di impressionistica sentimentalità che, quando evita la trappola di un ingenuo filosofeggiare, riesce a penetrare l'inconscio dello spettatore, ad accenderne l'esigenza spirituale. Pur nel suo radicalismo informale, 'Knight of Cups' trova misura nella tangibile realtà di un interprete di intensa naturalità e di un paesaggio urbano colto (fotografia del grande Lubezki) con occhio straordinario: l'alienante presente di una Los Angeles e una Las Vegas di disumana vacuità, dove tutto (tangenziali, spiagge, hotel) è vero e dove tutto appare falso e irreale." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 10 novembre 2016)

"Malick, sempre invisibile, possiamo chiamarlo pazzo, genio, visionario, impostore, eppure i suoi film segnano sempre una distanza rispetto a tutto il resto, potenti nel linguaggio visuale che gli permette di essere tutto e il loro contrario. Non è questione di «storia», la vertigine è altrove perché le storie che sono infinite e sempre le stesse sono anche racchiuse in un gesto, pura performance del corpo. (...) 'Knight of Cups' non è 'The Canyon' di Schrader e neppure la 'Mappa delle stelle' croneberghiana anche se respira quella stessa tensione, quello stesso modo di interrogarsi sulla macchina dello spettacolo, e sulla sostanza del visibile, in modo totale, dentro al sistema di cui fanno parte, Hollywood e i suoi riti, la geografia dell'immaginario e le sue declinazioni. Attraverso diversi capitoli (...) Bale attraversa i frammenti di una realtà in un «Addio al linguaggio» (ed è vicino a Godard questo Malick) inafferrabile, e al tempo stesso fin troppo evidente, dove si consuma la narrazione di quelle infinite storie possibili offerte alla scelta del loro demiurgo. Slabbrate e tesissime, come la vita e come un destino che le carte non bastano a rivelare, dopo però non può esserci più altro. Uomo donna, padre figlio, figlio/figlio fuori e dentro il bordo dell'inquadratura i «ruoli» di Bale si scambiano, o forse rimangono gli stessi, cosi come le sue partner che corrono leggere in riva all'Oceano, nel flusso delle onde, continuo come le immagini che non riescono a fermarle. Rimane soltanto la loro possibile verità e la favola della loro intenzione: c'era una volta." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 10 novembre 2016)

"Il regista idolatrato dalla cinefilia mondiale ha sgocciolato rare perle cinematografiche dall'esordio del 1973 con 'La rabbia giovane' fino al nuovo millennio ('The New World', 2005) per tornare a girare con un'assiduità 'alleniana' dal 2011 con 'The Tree of Life' a oggi, confezionando quattro film. Tuttavia è proprio da quell'albero della vita premiato a Cannes con una discussa Palma d'oro che Malick ha optato per un registro narrativo altro, dividendo nettamente la critica tra rafforzati sostenitori e accesi denigratori. Il suo cinema è diventato un racconto smaccatamente meditativo sull'esistenza umana e sul decadimento morale di un'America (leggi, Occidente) orfana dei valori ultimi. 'Knight of Cups' s'inserisce perfettamente in questa parabola ascetica e forse definitiva nel percorso di un cineasta che - probabilmente - considera ormai ridondante ogni poetica alternativa. Il plot è di una semplicità imbarazzante e rileva lo smarrimento esistenziale di un famoso sceneggiatore hollywoodiano alle prese con il nonsense vorticoso dello 'show biz', nutrito da sfavillanti 'party', spogliarelliste 'ad usum', denaro e palazzi dorati a volontà: insomma fra 'La Dolce Vita' e 'La Grande Bellezza' applicate però alle dolenti Los Angeles e Las Vegas contemporanee, fotografate dal sodale genio di Lubezki con vertiginosi tagli di luce dentro a inquadrature funamboliche e oblique, spesso organizzate da 'fish-eye' destabilizzanti. Il rovescio della medaglia evoca una 'voice over' divina in costante ravvedimento di quel figlio (apparentemente) privato di un'anima, mentre lo osserviamo camminare ramingo e sconfortato lungo spiagge immense e deserte, accompagnato solo dai fantasmi di una vita e da una colonna sonora classica dal sapore biblico. (...) la metafora della fiaba infantile che funge da incipit al film calza a pennello dentro a una pellicola più feroce che consolatoria, e che gli stessi attori hanno recitato senza tentare di comprendere mentre era in progress (...)." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 10 novembre 2016)

"Piacerà immancabilmente ai fan di Malick dalle origini (1973) ai giorni nostri. Ci siamo stati anche noi tra quei fan. Dalla 'Rabbia Giovane' a 'I giorni del cielo'. E quando Terrence ci diede 'La sottile linea rossa' dopo vent'anni di silenzio l'abbiamo accolto col giubilo che si prova per un fratello creduto perduto. Dopodiché s'è messo a fare film al ritmo di due-tre anni, sempre più criptici, pretenziosi, masturbati. I fan indefessi sostengono che involuzione non è, che Terrence sta conducendo un percorso molto coerente con la sua tematica di sempre. Per loro il maggior diritto d'autore è quello di avere tutti i diritti, anche quello di friggere l'aria (quanto frigge nel 'Knight of Cups') anche quello di costringere due premi Oscar (la Blanchett e la Portman) a recitare senza copione. Alla faccia dei fan, Terrence sembra aver imboccato in nome dell'autorialità quella strada senza ritorno dove i grandissimi bruciano le carriere (David Lynch, Michael Cimino) o se non proprio le carriere le reputazioni (Lars Von Trier). Che si trova in 'Knight of Cups' che altri, o magari lo stesso Malick non abbiano già dato? Sul tema dell'angoscia dell'uomo di successo (e sulla sua incapacità ad amare) aveva già detto tutto cinquanta anni fa Federico Fellini. Sulla conflittualità genitore- figlio lo stesso Terrence in 'The Tree of Life' aveva esaurito l'argomento e con altro vigore narrativo. Certo, Terrence rimane il grande immaginifico. Ti avvolge senza posa nello splendore della sua Hollywood, visivamente magica come non lo fu forse nemmeno nei suoi anni d'oro. Uno splendore che, nelle intenzioni vorrebbe mettere in evidenza il vuoto che c'è sotto ricchezza, potere, gran sesso e così via. Ma Terrence non comunica il vuoto, è vuoto lui. Come i poeti di due secoli fa che ritenevano che il fine ultimo di ogni poesia fosse la meraviglia." (Giorgio Carbone, 'Libero', 10 novembre 2016)

"Un viaggio tra apparizioni surreali, con la voce fuori campo che sussurra per non svegliare la platea, stordita da mille immagini in libertà. Purtroppo anche l'autore è ancora in libertà." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 10 novembre 2016)
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