Kill Bill - Volume 1

Kill Bill: Vol. 1

USA - 2003
Kill Bill - Volume 1
"La sposa" una volta faceva parte del un gruppo elitario di killer noto come la Deadly Viper Assasination Squad (DiVAS) . Bill, il capo della banda, decide di eliminarla durante il suo matrimonio e le tende un imboscata. Unica superstite del bagno di sangue che ne segue, si risveglia dal coma dopo quattro anni e va alla ricerca della sua vendetta...
  • Durata: 118'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE
  • Produzione: MIRAMAX FILMS, A BAND APART, PRODUCTION I.G., SUPER COOL MANCHU
  • Distribuzione: BUENA VISTA INTERNATIONAL ITALIA
  • Data uscita 24 Ottobre 2003

NOTE

- LA REVISIONE MINISTERIALE DELL'8 FEBBARIO 2005 HA TOLTO IL DIVIETO AI MINORI DI 14 ANNI.

CRITICA

"Sarebbe facile liquidare questa frastornante fantasmagoria, che celebra sopra le righe l'unione dello spaghetti western con il kung fu, come l'opera di un pazzo. E sarebbe altrettanto facile schierarsi sul fronte dei cinefili, che prevediamo in estasi di fronte a una simile monumentalizzazione del cinema di serie B. Cerchiamo di tenerci in mezzo, considerando l'impasto fra la componente esibizionistico - patologica e il travolgente talento visivo. Ciò che salva 'Kill Bill' da restare un irritante museo degli orrori è l'iperbole grottesca, che contiene sempre una punta di umorismo. (...) In tanto delirio da teatro della crudeltà, dove i morti ammazzati sono più numerosi che in un dramma elisabettiano, scopriamo quindi un'autentica nota dolente, la condanna di chi provoca sofferenze all' infanzia. E visto il numero di minorenni vittime di atrocità pubbliche e private nel mondo in cui viviamo, si avverte che l'allarme di Tarantino, pur privo di connotazioni moralistiche, è straziato e sincero. Ma la risposta è atrocemente anticristiana: in questo contesto infame non c'è posto per il perdono, chi subisce un'offesa può solo pensare a vendicarsi. Altra connotazione: se un film come 'Kill Bill' si fa accettare per virtù di stile, i suoi protagonisti maledetti in parte si riscattano rispettando un paradossale codice d'onore". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 4 ottobre 2003)

"Con una trama così in uno dei mille b-movies asiatici o italiani (horror, polizieschi, spaghetti western) omaggiati, nobilitati, re-mixati da Tarantino, ci sarebbero 80 minuti di noia e 10 di delirio, forse di estasi. 'Kill Bill - Volume I' invece offre 100 minuti di puro e insensato piacere, un piacere così vuoto che bestemmiando potremmo dire Zen, più 10 di titoli. Il gioco è dichiarato: si tratta di eliminare ogni traccia di profondità. Gli unici sentimenti del film sono lo strazio della sposa al risveglio, lo sgomento di fronte a quel corpo che sulle prime non risponde, la sete di vendetta. Il resto, almeno in questa prima parte, è Cinema. Fontane di sangue, coreografie strepitose, ironia iperpulp (88 rivali battuti nella scena clou, e 'Chi è vivo vada pure, ma lasci qui gli arti che ha perso: ora sono miei'). L'occhio giubila, l'orecchio freme, la mente sonnecchia come un gatto che fa le fusa. Regressivo? Altro che! Ma non ci sentiremo in colpa per questo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 ottobre 2003)

"Come ne 'La sposa in nero' di Truffaut, l'inizio del quarto film di Tarantino è segnato dalla maniacale sete di vendetta della protagonista. Un inizio folgorante, che nel prosieguo mostra i limiti di questo genio senza talento. Tarantino cerca di non deludere i fan, realizzando il film di un regista che non sapeva che film realizzare, 'Kill Bill' ha così la sfacciataggine di presentarsi in due puntate e il doppio incasso viene spacciato per esigenza narrativa. Un insaccato di tutti i generi che l'autore predilige: arti marziali, spaghetti western, manga giapponese e naturalmente pulp, la sua ossessione d'autore. (...) Nulla piace di più di ciò che piace ed in nome di questo sciocco teorema si riuniranno le falangi degli estimatori di Tarantino." (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 24 ottobre 2003)

"Contaminando western, mélo, kung fu, samurai, noir, horror, l'autore del geniale 'Pulp Fiction' torna con un film automaticamente cult che celebra il pop. Al di là della seducente prepotenza visiva, del grottesco, del sangue (80 cadaveri alla volta), dell'abilità tecnico-amorale (la mamma uccisa di fronte alla bambina) San Quentin dei cinefili sembra però aver perso le sue qualità migliori: in 'Kill Bill: vol. 1' manca ironia, latitano i dialoghi e il gioco a lui così congeniale del montaggio dei tempi incrociati è solo un ricordo. Si può godere per 10 minuti dei piedi di Uma e si attende il secondo tempo: dividere un film di tre ore in due è, commercialmente, una follia." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 25 ottobre 2003)

"Che cosa ci si poteva aspettare da Tarantino se non un oggetto filmico molto pop, molto splatter, postmoderno, post-tutto, con mutilazioni, corpi in frammenti, sangue a fiotti? A descriverlo così, magari riconoscendone contemporaneamente i virtuosismi di linguaggio, sembra il film-manifesto della società delle merci, tutto spettacolo niente contenuti: il videogame in questione, appunto. Invece è esattamente l'opposto. Là dove il videogame è, per definizione, il più calcolato e ripetitivo degli oggetti visivi, Quentin introduce la dismisura come criterio stesso della rappresentazione. Il che non vuol dire solo la Sposa solitaria che massacra quaranta ladroni armati di sciabola: significa sproporzione premeditata delle parti, con episodi corti alternati a episodi lunghi, ripetizioni, anticipazioni, apertura di pause liriche da citare nelle future storie del cinema. Non basta. A scavare ancora in po' sotto la superficie, vedi che Tarantino riscopre (a suo modo) perfino i valori: il rispetto per l'infanzia, la lealtà, la fiducia in se stessi - perché no? - la vendetta. (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 ottobre 2003)

"Potremmo chiudere comunicandovi la noia mortale che il film ci ha trasmesso a furia di schizzi di sangue, ma siamo coscienti che Tarantino è un regista importante e che 'Kill Bill' ha aspetti che meritano un'analisi meno frettolosa. Dopo la profusione di storie plurime e incrociate di 'Pulp Fiction', e lo stupendo classicismo di 'Jackie Brown', Tarantino deve aver inseguito un'idea originale per anni. Non trovandola, ha deciso di costruire un film con 10, 100, 1000 idee copiate. Infatti non c'è nulla, dicasi NULLA di nuovo in 'Kill Bill', tutto è strizzata d´occhio cinefila, anche le parti più meditative sui samurai prese di peso da 'Ghost Dog' di Jarmusch o dai film di Kurosawa. Nulla di male: è il trionfo del citazionismo, l´epitome del postmoderno, e del resto il giovane Quentin aveva sostanzialmente pantografato un film hongkonghese di Ringo Lam nella sua opera prima, 'Le iene'. Così, in Kill Bill ha messo tutti i suoi amori: lo spaghetti-western, i film di kung-fu e di arti marziali, i manga giapponesi, i film sugli yakuza e sui samurai. I problemi, a questo punto, diventano due. Il primo: a livello di trama e di dialoghi, era lecito aspettarsi qualche guizzo in più; il film è invece inerte, ripetitivo, a tratti sembra una parodia di 'Charlie´s Angels' (!). Il secondo, più di stile: tutti i generi che Tarantino omaggia erano sporchi, gloriosamente e gioiosamente tirati via; 'Kill Bill' è invece leccato, iper-rifinito, sembra una versione "nobilitante" del cinema popolare. Arte pop al massimo grado, in cui una volta tanto il regista Tarantino prevale sullo sceneggiatore; solo che lo sceneggiatore sapeva essere un grande scrittore, mentre il regista è solo un riciclatore che da piccolo ha visto troppi film e oggi vorrebbe farceli rivedere tutti insieme." (Alberto Crespi, 'l'Unità', 24 ottobre 2003)

"La materia narrativa del quarto film di Quentin Tarantino è volutamente primordiale: causa-effetto, tradimento-vendetta. Il resto è periferico, marginale, come i caratteri delle maschere coinvolte, più mitologici che reali. Il flop di quel capolavoro umanista che è 'Jackie Brown' ha pesato inevitabilmente sul tanto atteso 'Kill Bill', che qualche scellerato ha voluto spaccare a metà. Cosi i personaggi sono tornati a due dimensioni come quelli dei fumetti, possibilmente manga. Ma il talento enorme e imprevedibile di Quentin ha saputo fare di necessità virtù e il suo film è diventato come una natura morta da avanguardia pittorica, una ricerca dell'elementarità del racconto che ha valore soltanto nel suo farsi cinema." (Mauro Gervasini, 'Film Tv', 28 ottobre 2003)
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