Kapò

ITALIA - 1960
Portata in un campo di concentramento nazista, Nicole, un'ebrea adolescente, vede morire i suoi genitori nella camera a gas. Una disperata paura di morire spinge la ragazza a concedersi freddamente ai suoi aguzzini e a schierarsi dalla loro parte tradendo la sua razza. Nicole diventa una Kapò, cioè la feroce guardiana delle sue compagne di sventura. Al campo di lavoro arriva un gruppo di prigionieri di varie nazionalità. Nicole, che sembrava aver dimenticato ogni sentimento che non fosse la paura e l'odio, s'innamora di Sacha, un prigioniero russo, e l'amore la rende capace di compiere per lui e per i compagni di sventura il sacrificio della vita. E' lei, infatti, ad aiutare i prigionieri in un loro tentativo di fuga: durante il cambio della guardia entra nella cabina elettrica e stacca i fili della corrente che rende insuperabili le barriere del campo. I prigionieri fuggono verso la foresta: i tedeschi uccidono Nicole e crivellano di colpi il gruppo dei fuggitivi, tra i quali c'è Sacha, sconvolto per il sacrificio della piccola ebrea.
  • Durata: 118'
  • Colore: B/N
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA
  • Produzione: FRANCO CRISTALDI PER VIDES CINEMATOGRAFICA, MORIS ERGAS PER ZEBRA FILM, CINERIZ (ROMA), FRANCINEX (PARIGI)
  • Distribuzione: CINERIZ - RICORDI VIDEO, PANARECORD, GRUPPO EDITORIALE BRAMANTE

NOTE

- ESTERNI GIRATI IN JUGOSLAVIA.

- PRESENTATO NELLA SEZIONE INFORMATIVA DEL XXI FESTIVAL DI VENEZIA (1960).

- NASTRO D'ARGENTO 1961 A DIDI PEREGO COME MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA E PREMIO PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE FEMMINILE A SUSAN STRASBERG AL FESTIVAL DI MAR DEL PLATA 1961.

CRITICA

"L'intriseca suggestione umana e morale della materia trattata conferisce al film un valore spettacolare che talora sembra superare la qualità del lavoro dal punto di vista cinematografico. Il film, molto curato e condotto con notevole senso di misura, si perde tuttavia in talune lungaggini e ripetizioni, e difetta talvolta di intuizioni capaci di dare ali di posia alla tragedia. La descrizione del "lager", l'arrivo dei prigionieri russi, alcuni colloqui amorosi, le pagine conclusive, dove l'odio e la disperazione si placano nella preghiera, sono tra le cose migliori del film, che si avvale di un'interpretazione intensa ed efficace, di una fotografia accurata, di un commento musicale particolarmente adatto." (Segnalazioni cinematografiche, vol. 48, 1960)

"Pontecorvo descrive fatti ed episodi che rispecchiano una condizione umana tragica (...) ma non riesce ad interpretarli nella loro complessa formulazione morale: la sua storia si ferma (...) là dove sarebbero necessari l'approfondimento del tema e una dimensione umana (...) dei personaggi." (Gianni Rondolino, "Film 1963", Feltrinelli Editore, a cura di Vittorio Spinazzola)
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