Joker

USA - 2019
3,5/5
Joker
Incentrato sulla figura dell'iconico villain, il film è uno stand-alone originale, diverso da qualsiasi altro film tratto dai comics apparso sul grande schermo fino ad ora. L'esplorazione su Arthur Fleck, un uomo profondamente turbato e ignorato dalla società, non è soltanto uno studio crudo e affascinante del personaggio, ma una storia più ampia che si prefigge di lasciare un insegnamento, un monito.
  • Durata: 118'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE, POLIZIESCO, AVVENTURA
  • Tratto da: basato sui personaggi della DC Comics
  • Produzione: TODD PHILLIPS, BRADLEY COOPER, EMMA TILLINGER KOSKOFF PER JOINT EFFORT
  • Distribuzione: WARNER BROS. (2019)
  • Data uscita 3 Ottobre 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Il Joker che (non) ti aspetti. Quello che da stand-alone - il primo per il personaggio dei fumetti DC Comics - può permettersi il lusso di fare di testa propria, Todd Phillips alla regia, Scott Silver in scrittura, e trovare un altro mondo possibile, un altro modo probabile di dischiudere il sorriso, e Ridi pagliaccio. La madre gli diceva che "ha uno scopo: portare risate e gioia nel mondo" e Arthur Fleck ci crede, a modo e mondo suo. Il soggetto è "fuori tutto", come il cartello che piroetta fuori da un negozio e che gli verrà spaccato in faccia.

Disadattato, schizzato, bullizzato ed emarginati, Arthur non vive, sopravvive, sopra tutto a se stesso, ma anche la madre non scherza: teledipendente, querula, consunta. E non basta: pretende il padre di Arthur sia Thomas Wayne, il magnate di Gotham, e chissà se lo è davvero.
Lavora come clown, Arthur, con altri freaks per destino prima che professione: si esibisce, anche per i bambini, e forse portarsi appresso la pistola all'ospedale pediatrico non è il massimo. Licenziato, si butta nello spettacolo, agogna raggiungere il suo mito, Murray Franklin, un conduttore televisivo che gli accende un altro lume della sragione: the show must go on, e quello di Arthur battezzato per sfottò Joker si fa involontariamente catalizzatore dell'insofferrenza popolare, per una città invasa dai ratti, sovrappopolata dall'immondizia, sperequata tra chi, Wayne e sodali, ha tutto, e chi niente, Arthur, nemmeno la possibilità di continuare a essere curato.


La sanità mentale non abita qui, e Joker non farà prigionieri: l'umiliato e l'offeso è l'alfiere imprevisto e improbabile della riscossa popolare, della rivincita degli ultimi sui primi, della guerriglia e del saccheggio urbano, e le maschere di una nuova (V per) vendetta avranno i suoi tratti, la sua bocca ferita e gli occhi che piangono stupor mundi e horror vacui.


Non ci sarebbe Joker, film e personaggio, senza Joaquin Phoenix, che come Jack Nicholson e Heath Ledger (non Jared Leto) si fa trovare pronto al ruolo, di più, al voltaggio esistenziale del villain: prova totale e totalizzante, balla, ride, s'intorcina, dà e prende, aria, emozioni, precipizio e fatalità.



Un one freak show che passa per farmaci e non farmaci, paura e delirio senza colpo ferire e, per allucinazione e realtà, senza immagine cambiare, ed è un problema: alla regia Todd Phillips si porta più che dignitosamente, ma non ha mai la capacità di svoltare, di sparigliare, di sorprendere. Il film è soggiogato dal suo dittatoriale protagonista, spesso si fa trasportare anziché prenderlo in carico: ripete, si ripete, itera, trovando un percorso psicologico non pienamente espresso, un ancoraggio alla storia di Joker per come lo conosciamo - alla voce, perle... - non pienamente compreso.




Però, Phoenix può tutto o quasi, anche prendere il testimone da Robert De Niro (Murray Franklin) e farsi re per una notte, prendere il calco dal serial killer di fine Anni Settanta Killer Clown e farsi mostro con licenza di uccidere. I colori sono saturi, il dolore e la sopportazione pure: s'alza il vento bisogna tentar di sopravviversi.


NOTE

- LEONE D'ORO, PREMIO FANHEART3 | GRAFFETTA D'ORO, PREMIO SOUNDTRACK STARS | FREE EVENT E SINDACATO NAZIONALE GIORNALISTI CINEMATOGRAFICI ITALIANI PER LA MIGLIORE COLONNA SONORA ALLA 76. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2019)

- I PRODUTTORI ESECUTIVI: WALTER HAMADA, MICHAEL E. USLAN, AARON L. GILBERT, JOSEPH GARNER, RICHARD BARATTA, BRUCE BERMAN

CRITICA

"L'eco dell' Ultima risata di Murnau si mescola alle risate compulsive di Arthur Fleck, il clown tragicamente triste che nel magnifico Joker Leone d' oro, è il terzo villain più villain, cattivo per difesa, apparso nel 1940 nella Batman saga.
Questa di Todd Phillips è altra storia, pur a Gotham City: il miracolo è miscelare alla perfezione il fumetto che ha già avuto ghigni satanici di Nicholson e Ledger, con la storia del degrado umano che ci appartiene. (...) Il film ti prende alla
gola e non ti molla, è di una compattezza espressiva da paura ed è inutile dire quanto debba al talento fragorosamente ipnotico di Joaquin Phoenix che trasmette la tensione di un uomo disperso e tradito nella folla. Scavalcando il buffone di It, il regista di Una notte da leoni consegna pronto all' uso sociale e psicotico un film avvolgente, felpato, allarmante, in cui ci si riconosce. Ci avverte che siamo ormai al degrado, come dimostra lo splendido gigione De Niro in versione Letterman e che l'ultima sequenza sia in casa di cura non deve rassicurare." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 3 ottobre 2019)

"Lasciamo perdere le chiacchiere tipo la Mostra di Venezia si è venduta alle multinazionali del cinema o, inversamente, il Lido porta bene agli Oscar. Il film di Todd Phillips, noto finora come regista di commedie popolari (Una notte da leoni), vuole riempire quel vuoto di cinema d'autore per il vasto pubblico che oggi è per lo più appannaggio delle serie. Non è un film di
supereroi, ma un'operazione seria, anche un po' seriosa.(...) Il film ha un'impostazione visiva riconoscibile, ma non uno stile; come in molte serie tv, il design sostituisce la messinscena. Il suo immaginario dark è in fondo derivativo: non siamo dalle parti delle invenzioni geniali di Tim Burton tanti anni fa, ma
piuttosto vicini a quelle di Christopher Nolan, con meno grandeur. La macchina da presa a mano segnala che ci troviamo nel cinema alto, con citazioni da Chaplin o L'asso nella manica. Alla fine, però, si va a finire nella psicanalisi da quattro soldi: Joker è diventato cattivo perché la mamma non lo amava. Quanto a Joaquin Phoenix, il pazzo non è un ruolo difficile, ma lui è bravo, anche troppo. La cosa migliore della sua performance virtuosistica, paradossalmente, sono certi passi quasi di danza, in campo lungo. Come si sono accorti in molti, però, il nocciolo del film è politico: la fobia non tanto del populismo, quanto proprio dell'odio di classe. La paura che i poveri odino i ricchi, che il risentimento diventi ferocia. Joker diventa un idolo delle folle perché è l'insieme delle frustrazioni della classe media e dei ceti disagiati, e il contagio della sua psicosi, nell'atmosfera cupa del film, ha una forza anche visiva. In questa atmosfera paranoica è interessante il rimando consapevole agli anni 70, a un'estetica tra I guerrieri della notte e Scorsese. Joker è concepito in parte come un omaggio a quest'ultimo: la trama è simile a Re per una notte, Phoenix in una scena rifà il De Niro di Taxi Driver. Le polemiche e timori sorti negli Usa, dove si ventilano rischi di emulazione e di apologia della violenza, sono forse il riflesso di questo terrore/fascino del cattivo, che rischia di sembrare un eroe non solo per i cittadini di Gotham, ma anche per quelli degli Stati Uniti." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 3 ottobre 2019)
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