John Rambo

GERMANIA, USA - 2008
John Rambo
Strappato dal suo esilio in un monastero buddista, Rambo deve organizzare velocemente un gruppo di giovani mercenari e partire alla volta della Burmesia. Un gruppo di religiosi cristiani sono tenuti in ostaggio e hanno bisogno del suo aiuto...
  • Altri titoli:
    Rambo IV: End of Peace
    Rambo IV: In the Serpent's Eye
    Rambo IV
    Rambo IV: Holy War
    Rambo IV: Pearl of the Cobra
  • Durata: 93'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:2.35)
  • Tratto da: personaggi ideati da David Morrell
  • Produzione: ROGUE MARBLE, EMMETT/FURLA FILMS, EQUITY PICTURES MEDIENFONDS GMBH & CO. KG IV, MILLENNIUM FILMS
  • Distribuzione: WALT DISNEY STUDIOS MOTION PICTURES, ITALIA
  • Data uscita 22 Febbraio 2008

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
"Vivere per niente, o morire per qualcosa". E' la battuta-guida di John Rambo (First Blood come il romanzo di David Morrell da cui nasce), quarto capitolo dell'ex Berretto Verde, con Sylvester Stallone che si dirige per la prima volta nella saga . Non è comparso in ottima forma il 62enne Sly alla conferenza stampa: gonfio, coi lineamenti facciali bloccati, ma ironico, simpatico, finanche tenero: "Faccio fatica ad abbandonare Rambo, mettere la parola fine mi manderebbe in depressione". Altra storia sullo schermo: non riesce nemmeno a muovere un labbro Sly, ma  per 91 minuti, truculenti, se non splatter, il suo Rambo combatte in Birmania, per salvare dei missionari Usa caduti nelle mani sanguinarie dei soldati governativi, che da 60 anni opprimono il popolo Karen. 
Dei quattro Rambo, Stallone mette al top della sua classifica personale il primo, "come un figlio", secondo questo John Rambo, seguito dal secondo in ordine cronologico e dal terzo, ambientato nel Vietnam russo, ovvero l'Afghanistan. E concordiamo. Messo al muro all'unanimità dalla critica Usa, Rambo merita sorte migliore: vedere ancora in piedi cotanta icona, già induce all'accoglienza a braccia aperte.
Povero Sly/John, ancora briga e mena a 62anni, e noi che pretendiamo? Che non sostenga McCain? Che in un'ora e mezza ci regali almeno un briciolo di suspense? Sarebbe pura crudeltà, anzi, accanimento terapeutico. Da elogiarlo, viceversa, per aver preferito all'Iraq - ancorché politicamente ostico - Myanmar, e una tragedia per cui l'Occidente si ostina a rimanere indifferente.
Bravo Sly, che aiutato da mercenari inglesi al soldo dell'avanspettacolo salva pure dei compatrioti bigotti, in trasferta umanitaria dalla Bible Belt. Se il sesso rimane ancora un traguardo irraggiungibile - e sì che la rigidità non gli manca... - riesce pure a flirtare a muso duro (sic!) con l'insignificante Julie Benz. E a infierire su un pederasta, ovviamente nemico e ovviamente destinato a efferata dipartita. Potenza degli estrogeni, nel corpo e - soprattutto - nella morale. Con un profluvio di colpi - complimenti sinceri al maestro d'armi e al design sonoro -, sangue e violenza (mai così tanti morti nella saga), il profeta laconico dell'action è tornato. Prossima e quinta tappa i patrii States, ma per ora il padre indiano di John rimane nel fuoricampo. Poco importa, Rambo is back. For good.

CRITICA

"Il ritorno di Rocky è stato un trionfo. Ora tocca all'altra grande icona dello Stallone anni '80: John Rambo. Tutto più difficile. Personaggio vero solo nel primo capitolo del 1982, la macchina da guerra afasica diventa ridicolo simbolo revisionista in 'Rambo 2', dove cancella da solo la disfatta in Vietnam, e retorico strumento espansionista in 'Rambo 3', dove massacra i sovietici in Afghanistan con l'aiuto dei mujaheddin sovvenzionati da Charlie Wilson. Rocky è una brava persona. Rambo un fantoccio. Che fare di lui dopo l'11 settembre? Il ridicolo era dietro l'angolo ma Stallone ha preso un'altra strada. (...) A parte i trucchi da star 60enne, in 'John Rambo' Stallone fa un ottimo lavoro. Richiamato al disordine da un gruppo di missionari parolai e ottimisti, il nostro dovrà salvarli da un gruppo di truci birmani capitanati da un pedofilo che indossa quasi sempre enormi occhiali a specchio. Grazie a Rambo e a un colorito gruppo di mercenari, i missionari salveranno la pelle ma non la fede. Sangue a fiumi, colori desaturati, impressionanti scontri a fuoco alla 'Salvate il soldato Ryan' e Rambo che urla di dolore mentre uccide tutti. C'è grande dignità in questo sofferente guerriero senza patria e speranza. Tornato a casa, lo vediamo passare davanti alla cassetta della posta dei genitori. C'è scritto R. Rambo. Ma anche se il padre si chiamasse Ronald o Reagan, ormai questo soldato non è più figlio suo." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 22 febbraio 2008)

"Tre morti al minuto. Non stiamo parlando di Bush o degli imprenditori italiani, ma di John Rambo. Nei suoi quattro film, questa è la sua invidiabile media di nemici (ma anche presunti amici) fatti fuori in punta di fucile, mitra, pistola, machete, mani nude. Ma come il gemello buono Rocky, il reduce spesso è stato impallinato dalla critica. (...) I critici d'oltreoceano l'hanno massacrato, denunciandone la (vera) immobilità facciale, l'età, l'assenza d'ironia, la violenza gratuita. Non l'hanno mai capito: Rambo è un'icona pop. Lo capì il distributore italiano che tolse il titolo 'First Blood' (il romanzo di David Morrell a cui la saga è ispirata) dal film di Ted Kotcheff sostituendolo col pomposo nome del protagonista. I connazionali a Stallone (qui fa tutto, regia e sceneggiatura comprese, mostrando un ottimo talento nelle scene di combattimento) lo hanno sempre preso sempre troppo sul serio. 'Rambo' è un'esagerazione pacchiana, è esilarante per le frasi lapidarie come i suoi proiettili. E ogni tanto dice anche qualche verità. Un quinto capitolo è già nella testa di Sylvester. Magari dopo le elezioni: per ora, infatti, insieme all'amico Schwarzenegger, eroe come lui dell'anab-Hollywood fatta di muscoli e steroidi, deve sostenere McCain alle presidenziali. Bin Laden sta tremando.." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 22 febbraio 2008)

"A condurre il gioco è uno Stallone abbottato e ultrasessantenne, che rispetto all'immagine originaria sembra gonfiato con gli estrogeni. Al protagonista le precedenti esperienze non hanno insegnato niente, salvo aumentare il grado del suo donchisciottismo al servizio di una vaga e silente infatuazione sentimentale, degna di un stilnovista più che di uno spietato ammazzasette." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 22 febbraio 2008)

"Anche regista, Sly è un Rambo talmente convinto da convincere anche noi." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 22 febbraio 2008)

"Misero, caricaturale, fa quasi tenerezza." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 22 febbraio 2008)

"Una violenza sconfinata, un film che gronda sangue ad ogni fotogramma. Rambo, dunque, non è cambiato, ma Stallone si è raffinato. Il film è preceduto da immagini di repertorio della guerra civile in Birmania, anch'esse violente e vere. Come a dire: questa è la violenza di cui sono capaci i militari in Birmania, quindi... lasciateci lavorare, senza fare troppo la morale." (Dario Zonta, 'L'Unità', 22 febbraio 2008)
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