Jimmy P.

Jimmy P. (Psychotherapy of a Plains Indian)

USA - 2013
2/5
Jimmy P.
Jimmy Picard è un amerindio appartenente alla tribù dei Piedi neri che, di ritorno dalla Seconda Guerra Mondiale, si ritrova colpito da una sorta di malattia psicosomatica. Ricoverato al Winter Veteran Hospital di Topeka, in Kansas, incontrerà l'etnologo e psicanalista George Devereux, che oltre a studiarne il caso diventerà suo caro amico.
  • Altri titoli:
    Jimmy Picard
  • Durata: 116'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:2.40)
  • Tratto da: saggio "Psychothérapie d'un Indien des Plaines" di George Devereux
  • Produzione: WHY NOT PRODUCTIONS, WILD BUNCH, ORANGE STUDIO, FRANCE 2 CINÉMA, HÉRODIADE, LE PACTE, CON LA PARTECIPAZIONE DI CANAL +, CINÉ +, FRANCE TÉLÉVISIONS, SMUGGLER FILMS
  • Distribuzione: BIM (2014)
  • Data uscita 20 Marzo 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Per il suo secondo lungometraggio in lingua inglese (dopo il non memorabile Esther Khan) Arnaud Desplechin si è ispirato a un caso-studio di un antrolopogo e psicanalista ebreo di origine ungherese, Georges Devereux. Scelta quantomeno bizzarra, che non lasciava presagire pirotecniche visioni.
In effetti il suo Jimmy P. (Psychotherapy of a Plains Indian) lamenta la mancanza di un'ossatura narrativa, rischiando di passare come il "trattamento" sbagliato di uno clinicamente riuscito. Al The Dangerous Method di Cronenberg, Desplechin oppone un più veritiero ma fiacco Boring Method, puntando tutto sul rapporto medico-paziente al netto di ambiguità e ammantato di rigore deontologico: se il primo è il Devereux sopra citato e interpretato da Mathieu Amalric (alla quinta collaborazione con Desplechin), il secondo (Benicio Del Toro) è il Jimmy Picard del titolo, un nativo americano che soffre di disturbi alla vista, fitte alla testa e attacchi di panico da quando è tornato dal fronte (seconda guerra mondiale).
Un po' come accadeva a Joaquin Phoenix in The Master, ma Picard ha più fortuna e trova il maestro giusto. Incontra Devereux alla clinica militare di Topeka, dove è stato ricoverato per un presunto disturbo della personalità. L'empatia tra i due uomini, entrambi stranieri in una terra che non sarà mai la loro patria, è nell'ordine delle cose, senza che questa travalichi i confini di un leale rapporto terapeutico.
Il film batte al ritmo delle loro sedute, ruminando parole e sogni, traumi infantili e complessi edipici. Spuntano qua e là piccole parentesi romantiche (Devereux ritrova una vecchia fiamma, interpretata da Gina McKee), diatribe diagnostiche (tra l'antropologo e gli altri dottori della clinica) e plastiche crisi del paziente.Impariamo che c'è una bella differenza tra l'esser matti e soffrire a causa delle ferite che si porta dietro l'anima, ma istruiti da una messa in scena senza guizzi, monocorde e riscattata solo in parte dalla performance dei due attori protagonisti (sottile e monosillabico Del Toro, decisamente energico  Amalric).
Uno spot per la psicanalisi dagli effetti collaterali: se la visione incoraggia al lettino, non si pensa necessariamente a quello dell'analista.

NOTE

- IN CONCORSO AL 66. FESTIVAL DI CANNES (2013).

- IL FILM SARA' DISPONIBILE ANCHE IN STREAMING SULLE PIATTAFORME CHILI, CUBOVISION, GOOGLE PLAY, INFINITY, ITUNES, MYMOVIES.IT E PREMIUM PLAY.

CRITICA

"'Jimmy P.' è il resoconto del rapporto, professionale e umano, tra i due uomini, diversissimi tra loro. Se le intenzioni sono serie e gli attori bravi (sensibile come sempre Amalric, molto più sobrio del consueto Del Toro), il film risulta però cerebrale, è costruito quasi unicamente sui dialoghi e potrebbe deludere le aspettative del pubblico non particolarmente disponibile alle esplorazioni dell'inconscio." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 20 marzo 2014)

"A forza di parlare della bontà delle leggi cinematografiche francesi si rischia di perdere di vista la prima qualità del cinema transalpino, garantita da quelle leggi, ovvero la sua incredibile varietà, conseguenza di una libertà d'azione impensabile altrove. Solo nel paese della sempre invocata «eccezione culturale», infatti, un regista può prendere un classico dell'etnopsichiatria e andarsene nel Montana a girare una specie di commedia sofisticata costruita intorno a un'esperienza analitica, anziché amorosa, con due divi lontani anni luce come Mathieu Amalric e il portoricano Benicio Del Toro. Solo un attento esploratore delle zone di confine poteva riscoprire un etnografo vulcanico ma noto a pochi, specie in Italia, come l'ebreo Georges Devereux, nato nel 1901 a Banat, impero austroungarico (oggi Romania), col nome di Gyorgy Dobò, e sepolto dal 1985 in terra Mohave, in omaggio a quei pellerossa a cui aveva dedicato gran parte della sua vita. Solo Arnaud Desplechin infine, regista di commedie svitate e serissime su famiglia e identità come 'Re e regina' o 'Racconto di Natale', poteva intitolare un film 'Jimmy P. - Psicoterapia di un indiano delle pianure', come il libro a cui è ispirato (uscito nel 1951, inedito in Italia). Con un gesto che non ha nulla di snobistico, oggi che le società multietniche pongono problemi pressanti a psicologi non sempre attrezzati per capire i disagi nati dallo scontro fra culture. Mentre Desplechin dettaglia con molta energia e un pizzico di ironia l'incontro fra lo «psicanalista selvaggio» Devereux, guardato con curiosità e sospetto dai colleghi, e l'ex-selvaggio Jimmy Piccard. (...) Facendoci quasi dimenticare che se il survoltato Amalric è perfetto nel ruolo, Del Toro ha almeno 15 anni più del personaggio e non è né sembra un indiano, diversamente da tutti i comprimari, veri nativi d'America. Ma questi sono dettagli. 'Jimmy P.' racconta con leggerezza e profondità un caso clinico dall'immensa portata metaforica, senza mai sfiorare la retorica dei biopic e dei film in costume di questi anni. Ed è questo, a ben vedere, il primato più invidiabile. (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 marzo 2014)

"Arnaud Desplechin, classe 1960, è un regista francese molto stimato e sostenuto in patria e pressoché sconosciuto in Italia. Partecipa regolarmente al festival di Cannes dai tempi della sua opera prima, 'La sentinella', e ogni volta sembra sul punto di centrare il bersaglio grosso. Non è ancora accaduto, e la nostra sensazione è che si tratti di uno di quei cineasti perennemente a metà del guado, capaci di film interessanti ma lontani dalla maestria di vecchi talenti come Truffaut, Godard e Resnais (citati costantemente come suoi modelli). 'Jimmy P.' aveva tutto, sulla carta, per essere il famoso salto di qualità: ma è uno di quei film assai più stuzzicanti quando se ne legge il soggetto, che quando li si vede sul grande schermo. La curiosità del film sta tutta nel sottotitolo: 'Psicoterapia di un indiano delle pianure'. È anche il titolo del libro a cui si ispira, scritto dal medico-antropologo francese Georges Devereux. E' una storia vera. (...) 'Jimmy P.' è la storia dell'incontro/scontro fra due culture apparentemente inconciliabili, che però trovano un terreno comune forse perché si affrontano, per così dire, in campo neutro. L'esercito Usa non è la «casa» di Devereux e non è certo la «casa» di un Blackfoot, anche se molti nativi americani avevano gloriosamente servito durante la seconda guerra mondiale (ricordiamo il film di John Woo 'The Windtalkers'). La psiche di un «indiano delle pianure», così legata a un senso panico e ancestrale dell'esistenza, sembrerebbe refrattaria a uno strumento europeo come la psicoterapia. Eppure Devereux e Jimmy arrivano a capirsi, pur comunicando in una lingua - l'inglese - che è estranea e veicolare per entrambi. La storia dei due uomini diventa anche la storia del film: per Desplechin e per il suo attore Mathieu Amalric, bravissimo come sempre, la sfida di un film americano, girato quasi totalmente in inglese, era impervia. La vincono, diciamo, al 60%: il film si ferma a un primo livello di lettura, risulta molto verboso e i tentativi da parte di Desplechin di visualizzare il mondo interiore di Jimmy appaiono qua e là inadeguati. Del Toro, nei panni di Jimmy, regge il gioco: ma con tanti bravi attori nativo-americani in circolazione, qualcuno dovrebbe spiegarci perché la parte sia andata a un portoricano di origini basco-catalane. Si dirà: serviva il divo." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 20 marzo 2014)

"Quasi tutto concentrato sul rapporto tra analista e paziente. 'Jimmy P.' si svolge su uno sfondo non troppo dissimile da 'The Master' di Paul Thomas Anderson: l'America alle prese con il trauma della guerra, il rapporto tra due uomini (qui meno una relazione di potere e dipendenza che di lenta scoperta reciproca), il boom della ricerca sull'interiorità (spiritual religiosa quella del film di Anderson, qui scientifica) dei primi anni cinquanta. Il viaggio in Usa del francese Arnaud Desplechin è infatti tratto dal libro di Georges Devreux, 'Realtà e sogno', il resoconto completo (e secondo il regista tra i più dettagliati che esistano) dell'analisi di Jimmy Picard, pubblicato per la prima volta nel 1951. (...) Dopo il francesissimo interno borghese di 'Racconto di Natale' il cinefilo Desplechin ha intrapreso quest'avventura americana, in omaggio al suo amore per il western, per gli indiani e per il libro di Dee Brown 'Seppellite il mio cuore a Wounded Knee' (1970), ha raccontato il regista in un'intervista apparsa su 'Telerama'. Ma Desplechin non cade nella trappola dell'esotismo. E, quando il suo film si fa fordiano, è per la capacità di lirismo di certi momenti intimi, per il breve squarcio di Henry Fonda in 'Young Mr. Lincoln', perché il trauma di Jimmy echeggia quello della sua gente (un trauma ritratto in modo devastante dal tardo Ford), non perché ci sono indiani e «visi pallidi» o panorami indimenticabili. II film è infatti quasi tutto ambientato tra le imponenti mura di mattone dell'ospedale. Una cavalcata di Devreux insieme alla sua amante Madeleine (Gina McKee), alcuni squarci della fattoria della sorella di Jimmy (discendono da un capo importante della tribù, il che rende lo sfascio di lui ancora più triste), Topeka di notte, dove ogni tanto Jimmy va a ubriacarsi clamorosamente sono i pochi esterni che si vedono. Da 'Io ti salverò' a 'Dangerous Method' passando per 'The Sopranos' e 'In Treatment' il rapporto tra analista e paziente ricorre spesso sullo schermo. 'Jimmy P.' è una delle sue rappresentazioni più dettagliate e meno conflittuali. Parlare per Jimmy è un sollievo visibile, curarlo per Devraux anche. Alla fine l'indiano nevrotico sarà molto più loquace e articolato (la guarigione è confermata in un esame dal look medioevale che misura l'aria intorno al suo cervello), l'elettrico dottore ebreo più calmo e sicuro." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 20 marzo 2014)

"Già in Concorso a Cannes 2013, il francese Arnaud Desplechin prende una storia vera, raccontata da Devereux in 'Psychothérapie d'un Indien des Plaine', paga la parcella ad Amalric, mette sul lettino Del Toro e, soprattutto, rimbocca le coperte al pubblico: regia senza palpiti, parole, parole e ancora parole, gli attori - Benicio su di giri - non bastano e la palpebra barcolla. Più interessante la distribuzione: sala e VOD (video on demand) sulle piattaforme digitali legali, per il progetto europeo Speed Bunch. Della serie, a casa si dorme meglio..." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 20 marzo 2014)

"Spiacerà a chi entra magari nel cinema convinto di vedere una bella durissima storia ben interpretata da Del Toro e Amalric (che fa lo psichiatra). E trova sì i due attori in gran forma, ma subito si scontra con una regia che più contorta, divagatoria, compiaciuta non potrebbe essere. Desplechin è da sempre un cocco della critica francese. Poco alla volta s'è rivelato un abbraccio mortale." (Giorgio Carbone, 'Libero', 20 marzo 2014)

"Logorroico e barboso dramma, ispirato a una storia vera, incentrato sui disturbi psichici di Benicio Del Toro. Che impersona un indiano della tribù dei Piedi Neri, reduce di guerra in Europa. (...) Dopo quasi due ore di sfibranti chiacchiere, il terribile mal di testa di cui soffre il protagonista, viene trasmesso, quasi per contagio, allo spettatore." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 20 marzo 2014)

"(...) un ottimo Benicio Del Toro (...). Una storia vera che Desplechin racconta puntando tutto sul potere di fascinazione del dialogo paziente-medico, che a volte prende la forme delle immagini che ricostruiscono i fatti e altre volte quello del confronto drammatico tra due personalità. Una scommessa non facile, che alla fine il regista francese vince ai punti (dimostrando che Hitchcock si sbagliava quando diceva che i tempi della psicoanalisi non sono quelli del cinema) ma che non toglie allo spettatore l'impressione di un'avventura più di testa che di cuore." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 19 maggio 2013)

"I cugini d'oltralpe, al solito, si sono ritagliati un notevole spazio nella competizione festivaliera. Ma è una presenza (almeno per ora) di buon livello, frutto di un'oculata politica (beati loro!) che comporta anche l'avallo produttivo di pellicole firmate da registi di altri paesi; o da francesi in trasferta. Vedi 'Jimmy P' che Arnaud Desplechin ha girato in Usa, portando da Parigi l'attore Mathieu Amalric; e imbarcando sul posto Benicio del Toro e il resto dei collaboratori, fra cui Howard Shore, compositore caro a Cronenberg e Scorsese cui si deve il suggestivo commento musicale. (...) II punto di forza del film è il resoconto degli incontri giornalieri fra (...)due uomini così diversi: Jimmy, immerso in una nebulosa malinconia e tormentato dal passato; e Devereux, mercuriale propugnatore di una metodologia poco ortodossa. Nei loro panni Del Toro e Amalric formano una strana, riuscitissima coppia (...); mentre Desplechin, pur con uno smalto di regia orgogliosamente europeo, provvede a conferire compattezza formale all'eterogeneo quadro d'epoca americano." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 19 maggio 2013)

"'Jimmy P.' è, naturalmente, un film di volti e di dialoghi. Per i primi occorrono occhi a volte timidi, a volte disperati, come quelli di Del Toro, febbrili e infantili come quelli di Amalric. Per i secondi, il libro di Devereux, a detta dello stesso Desplechin, è «la summa in materia. Uno scambio serrato, senza trucchi, fra due persone che non si conoscono, ma sono disposte entrambe a mettersi in gioco. L'uno per salvarsi e insieme per conoscersi, l'altro per capire e insieme ottenere un risultato». Girato negli Stati Uniti, 'Jimmy P.' è una sorta di giallo psicologico, un viaggio nei sogni e negli incubi alla ricerca di uno o più colpevoli. E' anche la storia di uno scambio culturale e insieme di una strana empatia fisica che si sviluppa fra l'esile professore e il suo gigantesco paziente. L'idea che cisi possa capire sulla base di una comune dignità." (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 19 maggio 2013)

"Il film segue passo passo (come il libro che Devereux ha tratto da questa esperienza) le sedute di analisi tra Devereux e Picard. Lo spettatore si trova così messo di fronte al processo di formazione di una diagnosi psicoanalitica, seguendo il processo del suo farsi quasi come se lui stesso (lo spettatore) fosse il paziente sottoposto all'indagine. Nel procedere dell'azione veniamo così man mano a scoprire il passato di Jimmy, la sua storia, i suoi amori, i suoi problemi (...) quasi come se il film si trasformasse in una sorta di giallo psicologico. Ma allo stesso tempo seguiamo anche l'evoluzione del personaggio del medico, ne impariamo a conoscere i metodi, i pregi e i difetti. Merito della riuscita dell'operazione si deve sicuramente ai due interpreti principali: Benicio Del Toro nei panni di Jimmy P. che crea il suo personaggio in levare, mentre Mathieu Amalric dona al suo dottor Devereux i tratti nervosi di un ribelle con una causa." (Andrea Frambosi, 'L'Eco di Bergamo', 19 maggio 2013)
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