Jimmy Dean, Jimmy Dean

Come Back to the Five and Dime, Jimmy Dean, Jimmy Dean

USA - 1982
James Dean, uno dei giovani leoni degli anni '50, trionfatore ne "Il Gigante" di Stevenson, morì tragicamente nel 1955. Venti anni dopo, a McCarthy (Texas) dove appunto tale film fu girato, alcune sue fanatiche ammiratrici di allora si incontrano nel drugstore locale, sede del loro club. A celebrare fanaticamente i riti del mito sono: la scialba Edna Louise che presto sarà madre per la settima volta, la prosperosa ed esagitata Sissy che aiuta l'anziana vedova Juanita, padrona del locale, Mona, una povera donna fissata con l'idea che proprio James Dean sia il padre di suo figlio Jimmy , la grassa e svociata Stella e l'elegante ed enigmatica Joanna. Tra abbracci e bisticci, vecchie canzoni e bevute di birra, nel chiuso di un modestissimo emporio zeppo di cianfrusaglie e con il caldo afoso della campagna texana, le donne si parlano, si commiserano e vaneggiano, nell'apparentemente felice memoria dei bei giorni andati ma, a poco a poco, amaramente confrontano l'immagine della loro giovinezza con le frustrazioni e delusioni del presente. Nel penoso 'carte in tavola', le donne si parlano e si lacerano fra grida ed isteriche risate, ma nonostante tutto si danno ancora appuntamento per un altro raduno in onore del loro idolo.
  • Altri titoli:
    Come Back to the 5 and Dime, Jimmy Dean, Jimmy Dean
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: AATON CAMERAS, 16 MM/SUPER16 STAMPATO A 35 MM, PANORAMICO
  • Tratto da: testo teatrale omonimo di Ed Graczyk
  • Produzione: SANDCASTLE 5 PRODUCTIONS, VIACOM ENTERPRISES
  • Distribuzione: BIM DISTRIBUZIONE (1984) - GENERAL VIDEO, SAN PAOLO AUDIOVISIVI, CECCHI GORI HOME VIDEO

NOTE

- PREMIO COME MIGLIOR FILM AL FESTIVAL INTERNAZIONALE DI CHICAGO.

CRITICA

"Nessun dubbio, che, per "l'establishment" americano, Robert Altman sia un regista assai scomodo. Di sassi in piccionaia ne ha lanciati molti e assai pesanti (per citarne solo uno: ricordate "Nashville"?). E' un po' un isolato che riesce perfino a fare film a basso costo. Si guardi questo "Jimmy Dean, Jimmy Dean", girato in un solo ambiente, come esterni un fondale al di là della porta a reticolo di un "drug store" di provincia, pieno di ammennicoli da rigattiere e con attori caratteristi, eccezionali, ma sicuramente non nomi di lusso. Ogni film di Altman sembra una scommessa, l'avvio non è mai troppo agevole per lo spettatore, allorché il meccanismo pare mettersi in moto faticosamente. Ma, solo che il bandolo sia afferrato, siamo in un certo qual modo perduti, cioè implicati negli ingranaggi, fino ad esserne affascinati o a soffrirne. Tutto l'impianto di "Jimmy Dean" è teatrale e così il dipanarsi degli accadimenti e del discorso, improntato a vigore, come ad un rigore assoluto. C'è la essenziale, classica unità (di luogo, di tempo e di azione: anche qui, ricordate "Huis clos" di Sartre?). E viene da chiedersi, se, dove e quanto il film mutili o integri con la sceneggiatura di Ed Craczyk la originaria commedia di quest'ultimo (commedia, che tuttavia, non incontrò grande successo). Mille riferimenti riaffiorano inoltre alla mente: dal "Lungo viaggio verso la notte " di O'Neil, alla "Virginia Wolf" di Ed. Albee, per non parlare di Tennessee Williams (la provincia americana, il clima soffocante, le allucinanti pianure desertiche, la stessa sensualità delle creature, esasperata e non di rado frustrata anche dal caldo e dall'accidia). Data una siffatta cornice e sulla base di un dispositivo di taglio squisitamente scenico, che cosa dunque ha fatto di più Altman? Intanto, l'aver reso ancor più sottilmente avvertibile quel clima disperante, in un'ottica impietosa (da chirurgo armato di bisturi), a volte ironica ma spesso anche crudele; facendo poi del ritratto e del ricordo di James Dean più un punto di riferimento ed un pretesto, che non il "leit-motif" del dramma. Infine, producendosi in una magistrale conduzione dei suoi attori, stimolandone la discesa agli inferi della memoria, su gradini spesso scivolosi o pericolosi, attraverso un giuoco di specchi, vere casse di risonanza della dimensione temporale, nei quali le donne si riflettono, ondeggiando fra attualità e ricordi, per risultarne di qua vive e lacerate, là sfocate e larvali. Questa osmosi incessante consente ad Altman di fare non tanto un discorso sul fu grande divo (discorso, anzi, assai poco approfondito) quanto un singolare viaggio attraverso l'America e certe sue infatuazioni, oppure semplicemente la vita, con tutto il suo bagaglio di illusioni e sofferenze, di slanci gioiosi e di sconfitte. [...] La appassionata ed appassionante recitazione di tutte le interpreti sa esprimere con singolare bravura tutto quel che c'è da dire, in un linguaggio spesso crudo e anche volgare, ma senz'altro pertinente e anche toccante."
('Segnalazioni cinematografiche', vol. 96, 1984)
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