Jerichow

GERMANIA - 2008
Jerichow
Alla morte della madre, Thomas, un ex soldato che vuole ricostruirsi una vita, torna nella sua cittadina d'origine, Jerichow, nel Nord-Est della Germania. Thomas ha ereditato la casa di famiglia e vorrebbe ristrutturarla così, per guadagnare i soldi necessari, accetta l'offerta di Ali, un uomo d'affari turco proprietario di 45 di punti di ristoro, che gli propone un posto di autista e assistente personale. Ali è sposato con Laura, una donna molto affascinante che sulle prime tratta Thomas con freddezza e distacco. Complice una gita sul Mar Baltico, i tre si troveranno legati tra loro da un nodo di passioni, desideri, rapporti di dipendenza e segreti.
  • Durata: 93'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: SCHRAMM FILM KOERNER & WEBER, BR, ARTE

RECENSIONE

di Elena Mirtillo

Triangolo tedesco per Christian Petzold in Concorso con Jerichow. Protagonisti Thomas (Benno Furmann), un ex soldato congedato con disonore, che ha perso mamma, soldi e ora prova a restaurare casa; Ali (Hilmi Sozer), turco trapiantato in Germania e proprietario di 45 snackbar, dedito all’alcool e al profitto, e la sua splendida moglie, Laura (Nina Hoss), da lui comprata più che sposata, e visibilmente insoddisfatta.
Già due volte in concorso alla Berlinale con Gespenster e Yella (Orso d’Argento a Nina Hoss nel 2007), Petzold ora porta al Lido la dura realtà di Jerichow, un paese disagiato della Germania nord-orientale, dove un campionario assortito di avidità, diffidenze, pulsioni, dipendenze e passioni farà deflagrare i destini comuni del terzetto. Traendo spunto da un fatto di cronaca – un vietnamita, proprietario di 45 snack bar, arrestato nella zona di Prignitz perché “reo” di avere un mucchio di monete nel bagagliaio dell’auto incidentata – il regista tedesco, classe 1950, mette in scena un teorema in forma di melodramma, costruito sul fondamentale assunto “Non ci si può amare senza soldi”, che mette in bocca a Laura, il lato debole, anzi forte, del triangolo con due uomini uguali e contrari, ovvero fisicamente e ideologicamente diversi, ma analogamente votati a soffocare l’indipendenza della donna.
A catalizzare queste (non)relazioni è il denaro, quello che Ali utilizza per tenere in pugno, oltre che a letto, l’indebitata Laura, e quello che Thomas non le può offrire: mutatis mutandis, sono questi liquidi a lubrificare la caduta nel vuoto del lui-lei-l’altro. Fin qui tutto bene: pregevoli le intenzioni, buona la direzione degli attori, ottima la prova di Hilmi Sozer, colta la regia. Purtroppo, c’è dell’altro: l’enfasi del melò mette al tappeto non solo la supposta drammaticità ma pure la verosimiglianza della storia, condannando questo saggio sul potere asfittico del denaro a meccanico, banale e usurato trattatello socio-sentimentale. Sono tre anime in cerca di un riscatto – biografico per Thomas, femminile per Laura e socio-antropologico per Ali – che la sceneggiatura nega. Colpevolmente, e nemmeno lucidamente: troppe “coincidenze” fanno perdere il film.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 65. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2008).

CRITICA

"Nella descrizione dell'extracomunitario prevalgono i pregiudizi che spesso accompagnano un pur bravo straniero capitato a vivere tra noi. Frase chiave del film quella detta da Alì: 'Sono in un Paese che non mi vuole, con una donna che non mi ama'. Pensato anche nei minimi particolari, disinvolto nell'attribuire difetti e virtù, a suo modo anche generoso, 'Jerichow' è però tutt'altro che una prova d'autore". (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 29 agosto 2008)

"Il film è ben fatto, ben recitato, ha momenti di una tristezza struggente: ma, anche se il rapporto tra i personaggi riflette la loro condizione, è poco interessante". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 29 agosto 2008)

"Il film tedesco 'Jerichow' non lascerà molte tracce nella storia della Mostra n°65 perché l'approccio da noir sociale - con riferimenti sempre di voga ai problemi della Riunificazione post-muro di Berlino - si sfalda a poco a poco in un dramma psicologico a tre voci che avrebbe avuto bisogno di ben altro polso drammaturgico. Il quarantottenne Christian Petzold, in effetti, ha il merito di lavorare con tre ottimi attori; ma Nina Hoss, Benno Furmann e Hilmi Sozer sprecano il loro talento dibattendosi nei personaggi di una donna inquieta, del suo coniuge piccolo imprenditore turco e dell'autista Thomas, classico bel tenebroso vittima del disadattamento degli ex cittadini della DDR, che aspirano a 'Il postino suona sempre due volte' e si ritrovano in una soap-opera d'incerto livello". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 29 agosto 2008)

"'Jerichow' di Christian Petzold è una specie di versione aggiornata del 'Postino suona sempre due volte' (...) Diversamente dalle versioni passate del romanzo di Cain, che puntavano tutto sul racconto di una passione sempre più bruciante, il film di Petzold usa i tre protagonisti per raccontare le facce di una Germania che sembra non trovare pace: congedato con disonore dall'esercito, Thomas è il tedesco dell'Est che cerca dove mettere radici; Laura, schiacciata da misteriosi debiti e con la fedina penale sporca, è il proletariato tedesco che sogna invano quel benessere di cui la Germania va orgogliosa; mentre Ali è l'immigrato che nonostante i soldi non si sente accettato e teme sempre di essere ingannato, dai dipendenti o dalla moglie poco importa. Anche qui i due amanti decidono di uccidere Ali, ma le cose prenderanno un'altra piega e il castigo finale diventa la coscienza del proprio fallimento esistenziale e morale, che Petzold ha pian piano fatto maturare dentro lo spettatore attraverso immagini prive di qualsiasi epicità e un racconto freddo e lineare". (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 29 agosto 2008)

"Scolastico il tedesco 'Jerichow' di Christian Petzold, praticamente 'Il postino suona sempre due volte' rivisto per la centesima volta. Congedato dalla guerra in Afghanistan con disonore, giovane belloccio senza qualità arriva in campagna dove conosce coppia squilibrata: lui è turco, ricco, brutto e buono; lei è ariana, bella, indebitata e cattivella. Pure ex carcerata. Le cose andranno come devono andare tranne colpetto di scena finale che passa quasi inosservato". (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 29 agosto 2008)

"Triangolo amoroso maledetto (lui, lei e l'altro, maschione giovane e tenebroso) sulle strade del nord-est della Germania. Una terra di passaggio, da cui la presenza umana si allontana ogni mattina per andare a lavorare altrove. Lo sfondo del racconto è interessante: una Germania dei margini dove il lavoro ha un profilo sbocconcellato e le vite dei personaggi hanno passati e futuri sfocati. Ma lo stile e le scelte sono vecchie, tanto da far pensare pesantemente a un remake (tra 'Il postino suona sempre due volte' e 'Ossessione') scivoloso e a tratti involontariamente comico". (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 29 agosto 2008)

"Risuona 'Il postino suona sempre due volte'. (...) Presupposti suggestivi, ma a tesi, sprecato. Ci si chiede (ma non solo qui): uno sguardo più fermo come avrebbe utilizzato lo stesso materale?". (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 1 settembre 2008)
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