Jane Eyre

GRAN BRETAGNA, USA - 2011
Jane Eyre, malata e in fuga, trova riparo presso la famiglia del reverendo St. John Rivers. Qui, la ragazza rievoca le sue tristi vicende: rimasta orfana all'età di 10 anni, è stata affidata alle cure della dispotica zia Reed, ma questa l'ha poi inviata presso la Lowood School, diretta dall'arcigno Sig. Brocklehurst, dove la sua unica consolazione era l'amicizia con Helen Burns. Divenuta adulta e diplomatasi, Jane ha poi trovato un impiego come istitutrice della piccola Adele nell'imponente dimora di Thornfield Hall, proprietà del tormentato Edward Rochester. Il suo soggiorno a Thornfield Halls è allietato dalla cordiale signora Fairfax e dalla simpatia della piccola Adele, ma la ragazza ben presto diventa consapevole che dietro la tranquilla facciata si nasconde un misterioso segreto. Nel frattempo, il legame tra lei e Rochester si fa sempre più forte fino a quando, però, il mistero viene svelato e la spinge alla fuga...

CAST

NOTE

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2012 PER I MIGLIORI COSTUMI.

CRITICA

"Rivisitar un classico è un rischio estremo: o vai in paradiso o dritto all'inferno. Qualche eccezione trova sosta in un limbo, implicitamente tendente al positivo con diversi gradi di moderazione. Questo è il caso della diciottesima cine-transposizione di 'Jane Eyre' che passa per le mani intelligenti di un giovane californiano giappo-latino e si tinge di all star, con il divo del momento Fassbender (Rochester mai così sexy) e la Meryl Streep del futuro Mia Wasikowska. Le atmosfere, tra ovvio realismo fashion (luci naturali! Insegnavano Kubrick e Malick e il digitale asseconda...) e magmatico dark, rievocano l'approccio percettivo al romanzo mentre la riduzione delle oltre 500 pagine sudate da Charlotte Bröonte trova soluzione nella spirale a colpi di flashback. Così nulla si perde e molto si trattiene. Gli elementi tra il noto e il nuovo ben si fondono, e il godimento non è deluso. In attesa del diciannovesimo film." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 6 ottobre 2011)

"Dopo aver esibito le mestizie in fiore di Joan Fontaine (con Orson Welles), di Susannah York diretta da Mann, di Charlotte Gainsbourg (è la volta di Zeffirelli) e della giovane Ilaria Occhini in tv, 'Jane Eyre', eroina del paleo femminismo, uscita dal silenzio già 165 anni fa, rivive in nobile convenzione cine letteraria nell'espressione forte e dolce di Mia Wasikowska, ad altissimo tasso di implosione espressiva. Bravissima, l'ex Alice di Tim Burton, quasi una reincarnazione di Mia Farrow, è l'attrice del momento, star anche della love story di Gus Van Sant: è qui il baricentro narrativo di questa ennesima non ovvia né inutile versione del fortunato romanzo gotico romantico di Charlotte Brönte del 1847, coevo a 'Cime tempestose' della sorella Emily, anch'esso fresco della nuova riduzione apparsa a Venezia. (...) Ricco di chiari scuri, rimandi favolistici (Jane Eyre inizia 'Cappuccetto Rosso', prosegue come 'Cenerentola'), di colpi bassi méelo, il film dell'americano Cary Fukunaga, sceneggiato dalla Moira Buffini di 'Tamara Drewe', rende eterno più che attuale l'evolversi romanzesco, nel piacere rispettoso delle convenienze tradizionali, compreso il prologo dickensiano con orfanelle umiliate e offese: nella prima versione era la piccola Liz Taylor che ci lasciava le giovani penne per il freddo dell'anima e della carne." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 7 ottobre 2011)

"Difficile rispondere positivamente alla domanda se fosse così necessario tornarci su oggi, malgrado tutto l'apprezzamento per l'accurata messa in scena del giovane regista Fukunaga. Sempre che si possa dare per scontato e acquisito, nel 2011, il messaggio veicolato dal tormentato personaggio di Jane, ferma nel difendere la propria dignità con il coraggio solitario dettato dall'intelligenza e dall'intuito, contro tutto e tutti, mentre è accerchiata da una società completamente sorda all'affermazione del principio di dignità da parte di una povera orfana senza dote e senza bellezza. (...) Pregi e qualità. L'ammirevole cura nel creare un'atmosfera, nell'impronta cupa e gotica che, con l'ausilio di location assai suggestive, avvicina il film al gusto del primo Hitchcock americano ('Rebecca') più che a recenti variazioni horror sebbene non manchino situazioni e scene in questo senso. L'altrettanto ammirevole prova di due interpreti in piena ascesa. La giovanissima Mia Wasikowska che va contemporaneamente nelle nostre sale come protagonista del film di Gus van Sant 'L'amore che resta'. E il suo partner Michael Fassbender, anche lui ora nei cinema nei severi e contraddittori panni di Jung in 'A Dangerous Method' di David Cronenberg. Entrambi attori capaci di totali cambiamenti di registro. Eppure resta l'impressione di uno sforzo un po' a vuoto, un po' accademico, che aggiunge poco. Impressione accentuata e peggiorata da certi presunti colpi di stile, forzature modernizzatrici, che fanno inutilmente perdere il filo nel vorticoso su e giù di piani temporali." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 7 ottobre 2011)

"Il primo film dal romanzo di Charlotte Brönte risale al 1910. Niente di nuovo sotto il sole, ma almeno ci sono una sceneggiatrice di vaglia (Moira Buffini, quella di 'Tamara Drewe') e un cast di tutto rispetto. E poi, quando in un film c'è Judi Dench si paga il biglietto solo per lei" (Alberto Crespi, 'L'Unità', 7 ottobre 2011)

"Piacerà certamente più dell'ultima versione del romanzo di Charlotte Brönte diretta da Franco Zeffirelli. Che risultò perfettamente inutile (perché almeno la ventesima lettura e perché mediocre). Inutile non è (anche se certo priva di sorprese) questa trasposizione di Fukunaga. Che non si limita a fotografare suggestivamente la cupa brughiera inglese, ma evoca con maggior grinta delle precedenti 'Eyre' l'insorgere della passione (fisica, fisica) nella coppia protagonista (per Jane è l'inizio del sesso, per Rochester il risveglio da un lungo letargo)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 7 ottobre 2011)
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