Isola 10 - Dawson Isla 10

Dawson Isla 10

VENEZUELA, BRASILE, CILE - 2009
3/5
Isola 10 - Dawson Isla 10
Subito dopo il golpe mililtare del 1973, tutti i collaboratori di Salvador Allende, tra cui Sergio Bitar, vengono arrestati e deportati in un campo di concentramento situato sull'isola di Dawson, nello Stretto di Magellano. Privati della loro identità, questi uomini vengono ribattezzati con un numero e si trovano a vivere in condizioni impossibili. Grazie alle pressioni della Croce Rossa Internazionale viene loro risparmiata la vita e i detenuti, nonostante le torture, cercano di sopravvivere fingendo di condurre ancora la vita di un tempo e simulando persino di ricoprire ancora i ruoli che avevano nel Governo di Allende. Trent'anni dopo, i sopravvissuti al campo di prigionia ritornano sull'isola e trovano a riceverli i carcerieri di un tempo, che hanno saputo riciclarsi come funzionari del potere democratico.
  • Altri titoli:
    Dawson, Island 10
    Isla 10
  • Durata: 117'
  • Colore: B/N-C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: ispirato all'autobiografia di Sergio Bitar
  • Produzione: MIGUEL LITTIN, WALTER LIMA PER AZUL FILM, VILLA DEL CINE
  • Distribuzione: NOMAD FILM (2011)
  • Data uscita 17 Giugno 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Ci sono piccoli gesti, significativi quanto i grandi atti di eroismo. La condivisione di un frutto con coloro che hanno fame, una testimonianza scritta su una pietra, l’insensato buonumore nel bel mezzo del disastro. A queste cose si aggrappa l’umanità per non soccombere, sembra dirci Isola 10, il nuovo film dell’engagé sudamericano Miguel Littin (El Chacal de Nahueltoro), visto in concorso al Festival di Roma nel 2009.
E’ la storia – tratta dalle memorie di Sergio Bitar, già ministro delle miniere del governo Allende – di un gruppo di prigionieri, tutti ex esponenti di spicco della classe dirigente cilena, e della loro esperienza nel durissimo campo di concentramento allestito dai golpisti di Pinochet. L’isola, situata nello stretto di Magellano, è inospitale, il clima rigido, tracce di vita zero. I prigionieri spogliati di tutto, persino del “nombre” (ciascuno viene ribattezzato con un numero accanto al nome dell’isola). Gli aguzzini colpiscono col bastone, urlano, odiano, fiaccano volontà. Forse uccidono anche. Nulla di nuovo comunque rispetto al triste filone carcerario, niente che non si sia già visto (le persecuzioni perpetrate dall’iniquo regime di Pinochet peraltro erano state raccontate con maggiore vigore da Costa Gavras nel 1982, Missing). Ma Littin, pur non dimenticando gli oppressori e le ferite della storia (come attesta il frequente ricorso ai documenti di repertorio), preferisce inquadrare altro e raccontare quello che è sfuggito pure ai segretissimi archivi: la decenza di un gruppo di uomini che seppero non arrendersi di fronte a una pena più grande di loro. Il punto di vista si frantuma nella molteplicità dei loro gesti, nei piccoli atti d’amore a cui si piegano a poco a poco persino i carnefici (ed è questa indubbiamente la svolta migliore proposta dal film), per ricomporsi nel finale in un’immagine ideale della “dignità”, che abbraccia realtà e invenzione, passato e futuro, la storia – il sacrificio di Allende – e il privato – il toccante passaggio di testimone da padre in figlio del finale.
Una lezione di vita sostenuta da un gruppo di splendidi interpreti, capaci da soli di sopperire alla penuria di cambi di registro (il film pecca di una certa uniformità narrativo-stilistica) e di infondere autenticità a una vicenda sfiorata, ma non travolta, dal ricatto della retorica.

NOTE

- LUOGO DELLE RIPRESE: DAWSON E SANTIAGO DEL CILE.

- IN CONCORSO ALLA IV EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2009).

CRITICA

"Ispirato al diario di prigionia scritto anni dopo ad Harvard dall'ex-ministro Sergio Bitar, 'Dawson, Isla 10' del celebrato regista cileno Miguel Littin, racconta la lotta quotidiana per salvare la dignità personale contro le regole assurde e umilianti imposte dai carcerieri, fra brutalità quotidiane (le malattie vengono ignorate, le celle di rigore sono scatoloni alti un metro in cui si sta ammassati come sardine), e improvvise epifanie (la morte di Pablo Neruda, una tv che trasmette a sorpresa l'assalto golpista alla Moneda, un secondino che distribuisce di nascosto spremute e frutta secca ai prigionieri). Ma anche le divisioni interne al regime, i militari che premono per far fuori tutti, i burocrati che prendono tempo, cavillano, in definitiva li salvano. Nulla di mai visto o di sconvolgente: ma gli attori sono eccellenti, le atmosfere accurate, l'emozione inevitabile. È presto per parlare di premi, ma a Roma il cinema politico funziona sempre, chissà." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 17 ottobre 2009)

"Quello di dare un volto riconoscibile ai vari politici prigionieri è l' ultima delle preoccupazioni di Littin. Non gli interessa stabilire gerarchie di qualche tipo o facili percorsi identificativi. Nel suo film i prigionieri diventano l'altra faccia di chi è costretto, contro la sua volontà, in situazioni di privazione fisica e morale. Perché Littin non vuole dividere i buoni dai cattivi (ci ha già pensato la Storia) ma ricordare a ogni essere umano il suo diritto alla dignità." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 17 ottobre 2009)

"Littin si prende il suo tempo e ce lo racconta con un film di finzione dall'estetica documentaria, attingendo al genere del cinema, anzi del melodramma civile. Ottimi attori, impostazione solida, viviamo come ospiti in questo campo, guardando uomini che si spezzano, nella salute e nell'anima, senza piegarsi, mantenendo una solidarietà, magari polemica, che nasce dalla propria idea e, diciamolo, ideologia. Non è 'Missing' di Costa-Gavras che ci raccontò le persecuzioni di Pinochet, è un film piano, a volte noioso, che osserva con onestà morale e intellettuale la banalità del male. Quella della repressione dei regimi, ottusi e inumani: che siano pseudodemocratici come quelli moderni o marziali come quelli di allora." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 17 ottobre 2009)

"Il film, assemblando con originalità rigore documentario e sguardo visionario, indaga nelle pieghe di quella convivenza, e nella lezione di dignità cui molti degli stessi carcerieri non poterono restare insensibili." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 16 ottobre 2009)

"I lager sono tutti uguali, comunisti, nazisti, fascisti. Nel senso che alla fine ci si divide in prigionieri e in carcerieri. Così come è simile in analoghe circostanze l'istintiva volontà delle vittime di sopravvivere e la pervicace, metodica azione degli aguzzini per minarne la resistenza. Ed è questo che documenta con forza l'intenso film di Miguel Littin "Dawson, Isla 10", dove Dawson è il nome dell'isola dell'estremo sud del Cile in cui nel 1973 Pinochet fece rinchiudere i membri del deposto governo di Allende dopo il colpo di Stato militare, e Isla 10 la sigla attribuita a uno dei prigionieri, Sergio Bitar, ministro delle Attività minerarie.È attraverso il suo sguardo, prima incredulo e atterrito poi rassegnato ma non vinto, che il regista racconta quella drammatica pagina di storia, dall'arrivo nel campo di prigionia fino alla liberazione grazie all'interessamento delle Nazioni Unite, della Croce rossa e di importanti esponenti politici, tra i quali Ted Kennedy. Una storia tratta proprio dal libro che Bitar scrisse dopo la liberazione e che ha lasciato un segno al Festival del film di Roma. (...) Presentato in anteprima internazionale, il film di Littin colpisce per il suo scavare nei meccanismi della prigionia, nel far emergere una situazione in cui l'annientamento psicologico del detenuto, prima ancora che quello fisico, è prioritario per scardinarne le difese e le convinzioni politiche. La tecnica di ripresa soprattutto nelle sequenze iniziali - un guardare attraverso gli occhi del detenuto - restituisce lo sgomento delle vicende narrate per gettare lo spettatore in quello stesso orrore. Poi via via il resoconto, reso impeccabilmente da una fotografia senza artifici e fredda quanto il clima gelido dell'isola all'estremo sud del continente, diventa più distaccato; ma la cinepresa, pur intenta a dare conto della natura ostile e tuttavia prodiga di struggenti paesaggi, è sempre pronta a cogliere emozioni, sensazioni, umori dei personaggi, con uno sguardo che cerca l'altro che soffre. (...) con uno stile a metà tra documentario e cinema grazie a un sapiente dosaggio di colore e bianco e nero, Littin - uno dei più noti registi latino americani - non indulge al sentimentalismo, si limita a riferire senza retorica né inutili parole il dignitoso coraggio dei prigionieri e il lento ma significativo riaffiorare di una umana solidarietà nei militari. La cinepresa è un occhio che scruta e illumina il comportamento umano." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 21 ottobre 2009)

"Tra documentarismo e finzione, Dawson è una Guantanamo ante litteram: nulla di nuovo sul filone carcerario, niente di mai visto ('Missing' di Costa Gavras rimane insuperato) sul regime di Pinochet, ma le immagini di repertorio e la bravura degli interpreti la rendono un'isola felice, ma al netto della piattezza narrativa e della minaccia retorica. Gli aguzzini urlano, odiano e annichiliscono, ma in piedi rimangono le loro vittime: di fronte a una pena sovrumana, la dignità non crepa." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 16 giugno 2011)

"Sui giorni truci vissuti delle personalità del governo Allende segregate nell'isola di Dawson, non ci sono racconti specifici, se non spezzoni in altri film. Segregati in un campo di concentramento dove viene fuori tutto, dal flirt quotidiano con la morte all'ingerenza degli americani, ministri e amministratori con le loro famiglie passano l'inferno dopo il golpe del 1973 a Santiago. Passo di cronaca, dettagli tragici che si aprono alla Storia, qualche concessione al mélo, un grande onorevole spirito di solidarietà nel disastro: è un Littin esperto e sagace a dirigere. Ci è capitato di scrivere dal festival di Roma che questo meritevole ritratto di una nazione non aveva un distributore italiano. Onore alla piccola e giovane Nomad Film." (Silvio Danese, 'Giorno-Carlino-Nazione', 17 giugno 2011)

"La cifra è il realismo (come sempre nel cinema di Littin), ma, pur in ambienti così orrendi e tra personaggi tanto spregevoli, senza mai un eccesso, quasi, a far polemica, bastino i fatti nudi e crudi così come sono raccontati. Facce, gesti, momenti dolorosi, altri scopertamente violenti, espressi sempre però con un dominio del linguaggio che, pur senza enfasi, anzi con armonia, diventa ad ogni svolta vero stile. A firma di un grande Autore." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo cronaca di Roma', 17 giugno 2011)
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