Io sono l'amore

ITALIA - 2009
Emma e Tancredi Recchi sono una coppia dell'alta borghesia lombarda. Sposati da tanti anni senza essersi mai amati, trascorrono la loro monotona esistenza in una splendida villa nel cuore di Milano insieme ai loro tre figli, Elisabetta, Edoardo e Gianluca. Mentre Gianluca è l'orgoglio di suo padre, destinato a prenderne un giorno il posto, Edoardo, il prediletto di Emma, delude ogni aspettativa di Tancredi con il suo idealismo. Quando Edoardo si getta a capofitto nell'ennesima avventura rilevando un ristorante insieme al suo amico Antonio, un giovane e talentuoso chef di umili origini, come al solito Emma si schiera al suo fianco. L'arrivo di Antonio, la sua creatività e il suo sorriso daranno una brusca sterzata alla vita della famiglia Recchi, risvegliando in Emma la potenza dell'amore...

CAST

NOTE

- GLI ABITI SONO STATI CREATI DA JIL SANDER (FENDI).

- FILM REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DELLA DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI

- IN CONCORSO ALLA 66MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2009) NELLA SEZIONE 'ORIZZONTI'.

- FUORI CONCORSO AL 60. FESTIVAL DI BERLINO (2010).

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2010 PER: MIGLIORI SOGGETTO E COSTUMI. TILDA SWINTON HA RICEVUTO IL NASTRO D'ARGENTO EUROPEO.

- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2011 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- ANTONELLA CANNAROZZI E' STATA CANDIDATA ALL'OSCAR PER I MIGLIORI COSTUMI.

CRITICA

"Punta alto invece, e a ragione, il Luca Guadagnino di 'Io sono l'amore', melodramma corale postmoderno che parte da una Milano innevata per raccontare il gelo e la decadenza di una dinastia di industriali dal presente incerto e dal passato oscuro (affari sporchi col regime fascista), tra Fassbinder e il Pasolini di 'Teorema'. Si apre con un fastoso pranzo di compleanno del patriarca (un regale Gabriele Ferzetti), che scompare poco dopo non senza aver designato suoi eredi il figlio Pippo Delbono e il nipote Flavio Parenti. Si va avanti fra mondanità e consigli d'amministrazione mentre l'impero familiare inizia a sfaldarsi, i rapporti parentali o amorosi si fanno sempre più esangui, la figlia di Tilda Swinton e Pippo Delbono, Alba Rohrwacher, si scopre lesbica. E la stessa Swinton è colta da passione improvvisa e fatale per l'unica presenza viva della casa, il giovane cuoco toscano Edoardo Gabbriellini, amico di suo figlio (a sua volta segretamente attratto da lui), anche perché oltre a essere un bel giovane cucina cibi squisiti e raffinati come opere d'arte. Sulla carta suona schematico, sullo schermo è un tripudio di luci, colori, interni borghesi, paesaggi liguri capaci di risvegliare negli amanti e negli spettatori vere estasi pàniche. Meno ideologia (il lesbismo della Rohrwacher, un poco programmatico) e anche il timing sentimentale sarebbe perfetto. Un film inconsueto e ambizioso." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 06 settembre 2009)

"Scene così sono capaci di distruggere anche film più solidi di questo."(Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 08 settembre 2009)

"Da anni non vedevamo un film italiano a cui ci veniva voglia di dare il Leone d'oro appena usciti dalla sala Perla del festival di Venezia. Peccato che sia in Orizzonti. (...) budget medio-alto, una storia apparentemente respingente (uno sguardo su una famiglia dell'alta borghesia meneghina), un regista reduce dal successo commerciale di 'Melissa P.', film discontinuo e debole. Ma Luca Guadagnino è anche il padre di 'Protagonists' - lanciato qui a Venezia, ragazzo prodigio che già spaccò in due critica e pubblico - e del bel documentario 'Mundo Civilizado', è uno che con la macchina da presa fa quello che vuole, tanto da cadere spesso nel vezzo di mostrare il suo talento con troppa invadenza. Nella sua prova di maturità, però, sembra trovare un equilibrio straordinario. 'Io sono l'amore', film che in molti definiscono (e definiranno) viscontiano, riesce invece a essere profondamente suo, proprio nello stile e nello sguardo." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 06 settembre 2009)

"Esce finalmente (...), dopo il passaggio alla Mostra di Venezia, 'Io sono l'amore', melodramma tragico sul regredire di senso e valori della borghesia italiana fondata nel dopoguerra e sfondata dalla finanza-spettacolo. Tilda Swinton è Emma Recchi, Flavio Parenti il figlio che stringe nelle mani gli ultimi valori d'impresa, Pippo Delbono il marito erede del coriaceo Gabriele Ferzetti, temperato dalla moglie Marisa Berenson, Alba Rohrwacher una figlia fuggitiva in una carriera artistica, Edoardo Gabbriellini il cuoco. Raramente, nel cinema italiano dei cosiddetti 'giovani', si ha la fortuna di incontrare un film centrato, con un'idea chiara e forte che irradia le scelte di cast, location, luce, editing, radici culturali e artistiche, uno stile. La composizione melodrammatica, in senso stretto, è affidata alla colonna sonora di John Adams, tra i più grandi compositori americani. (...) Resta in testa e nel cuore questa famiglia Recchi, spostata appena nel limbo delle icone del secolo scorso, chiusa nelle trame fisse della ricchezza spezzate dall'amore." (Silvio Danese, 'Nazione, Carlino, Gionro', 16 marzo 2010)

"Riuscito solo in parte "Io sono l'amore" di Luca Guadagnino che in una Milano raggelata dalla neve mette in scena il frantumarsi della famiglia alto-borghese dei Recchi i cui equilibri precari vengono rotti dall'arrivo di un giovane cuoco proletario. Se lo sguardo del regista sui riti e le ipocrisie dell'alta società convince per il modo in cui sa coniugare lucidità e pudore, riesce davvero difficile invece credere alla passione che lega l'algida e controllata madre di famiglia Tilda Swinton al cuoco Edoardo Gabriellini. Piacerà solo ai ragazzi." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 19 marzo 2010)

"'Io sono l'amore', con Pippo Delbono e Tilda Swinton, e anche Edoardo Gabbriellini (l'amore) e Alba Rohrwacher (la 'guida alpina' dell'esplorazione sessuale autonoma), Gabriele Ferzetti (non a caso quel brandello di Antonioni) e Marisa Berenson (un pezzetto di anarchia Eastwood), Flavio Parenti (la vittima di una doppia pulsione fatale) è un film sul fascino discreto, anzi banalissimo, resistibilissimo dell'alta borghesia italiana, al top della sua potenza (Milano, l'Inter, la Scala, Visconti, l'expo...). Non sembra impresa titanica cancellarla dalla storia, ci dice il film con saggezza gramsciana. E 'Io sono l'amore' parte e si conclude nell'assunto, non autarchico e sessantottino, riassunto in modo lapidario dallo sceneggiatore 'black listed' John Ogden Stewart durante il rooseveltismo: il comunismo è la tessera omaggio per tutti nel mio club esclusivo di Beverly Hills. Purché si cambi menù: attenzione a sapori, biopolitica, paesaggio, gerarchie, valori, transculturalità,.. Perché il menù unico che ci impongono è tossico e avvelenato." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 19 marzo 2010)

"I film di Luca Guadagnino (e usiamo questa espressione volutamente, perché non ci sembra si possa ancora parlare di un 'cinema' di Luca Guadagnino) un merito ce l'hanno: dividono. Sin dal suo esordio con 'The Protagonist', esercizio di cultura cinematografica, e fino al discusso 'Melissa P.', Guadagnino ha lambito il confine tra il volutamente ambizioso e l'ingenuamente fastidioso. Anche 'Io sono l'amore' è intriso di ambizione, fin dal titolo, così apodittico e volitivo. Eppure, rispetto alle altre prove, qui Guadagnino fa un effettivo scarto in avanti e gestisce la sua ambizione entro i limiti di una storia e di una messa in scena determinate, seppur molto magniloquenti. L'inizio è di quelli belli, essendo ambientato in una gelida Milano durante la ricca nevicata dell'inverno del 2008. (...) In 'Io sono l'amore' ci sono, allo stesso tempo, delle cose insopportabili e delle cose che si fissano nella mente e nella memoria con la forza delle immagini ancestrali. Guadagnino ci perdonerà se pensiamo che i suoi film nel complesso non facciano ancora il suo cinema, però è evidente che un cinema c'è ed è molto forte, solo che non si è liberato del tutto. Perché allora anche Guadagnino, come la sua Tilda Swinton, non si libera in un sol colpo della sua corte, delle sue 'famiglie', del suo ambiente e non si infila come un amante primitivo nella caverna segreta del cinema?" (Dario Zonta, 'Lunità', 19 marzo 2010)
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