Inland Empire - L'impero della mente

Inland Empire

USA, POLONIA, FRANCIA - 2006
Inland Empire - L'impero della mente
In un elegante quartiere residenziale posizionato in una vallata alle porte di Los Angeles, una donna è nei guai. È innamorata e intorno a lei c'è un denso alone di mistero. La sua storia si intreccerà con quella di un attore appena scelto per interpretare il ruolo di un gentiluomo del sud in una grande produzione...
  • Durata: 168'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, GIALLO
  • Specifiche tecniche: SONY DSR-PD150, DV, 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: STUDIO CANAL
  • Distribuzione: BIM (2007), DVD: 01 DISTRIBUTION HOME VIDEO
  • Data uscita 9 Febbraio 2007

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Ed è ancora David Lynch. Forte del Leone d'oro alla carriera all'ultima Mostra di Venezia, dove portava questa sua ultima fatica, il regista americano è tornato a ruggire, spalancando le fauci della sua autorialità estrema, del suo impero interiore: INLAND EMPIRE, rigorosamente maiuscolo. E l'ha fatto rincarando la dose. La dose onirica, folle e geniale del suo cinema, che trova definizione solo nella tautologia: lynchano. INLAND EMPIRE è sì una zona dell'amata Los Angeles, ma soprattutto un idiosincratico impero dei sensi, un locus creativo che partorisce incubi da visione. In questo ultimo capitolo, Lynch getta nella sua anti-materia poetica la diletta Laura Dern, Jeremy Irons, Justin Theroux - già visto in Mulholland Drive. E partorisce un mare magnum profondo notte, increspato di sangue, travolto più che travolgente, che sfida la forza di gravità di qualsivoglia drammaturgia. Laura Dern è braccata, scrutata, stuprata da una macchina da presa obliqua, invasiva e ammorbante, che molte altre attrici - tutte? - rifiuterebbero. Inchiodata in stanze claustrofobiche, tallonata nella notte prezzolata di Sunset Boulevard, ingaggiata dal regista Irons e affiancata sul set da Theroux, la Dern diviene vittima consapevole, capro espiatorio dell'ennesimo sacrificio lynchano: sull'altare del cinema puro a immolarsi è la logica. Per molti la visione non catalizzerà l'opinione, viceversa: gli estimatori del regista apprezzeranno, i suoi detrattori non muteranno posizione. Rispetto al prologo Mulholland Drive, INLAND EMPIRE è ancora più sregolato, apparentemente ancora meno "guidato". Tutto scorre, tutto passa. Infine la Dern muore, o forse no. Ma è un film divorante, egocentrico, narcisistico e - letteralmente - imperialistico. In rarissimi casi lo spettatore si sente così libero di scorrere tra le immagini, rischiando di perdersi, e contemporaneamente così vincolato al fluire di una poetica che non teme la contraddizione interna e l'aporia, ugualmente rischiando di perdersi. Forse solo in questo caso, la visione è così costrittiva, durante e dopo: soggezione, incomprensione, plauso, straniamento, repulsione sono reazioni indifferentemente legittime. Definitiva variazione sul tema (dell')inconscio, INLAND EMPIRE riscrive le regole del genere lynchano, mutando all'unisono il concetto stesso di opera e di giudizio sull'opera, ovvero muovendo verso l'infinito e oltre le coordinate della creazione e riducendo ai minimi termini l'utilità della critica. Ma con un retaggio antico: per Lynch il cinema può ancora cambiare il mondo. Almeno il proprio.

NOTE

- PRESENTATO FUORI CONCORSO ALLA 63MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2006).

CRITICA

"Chi si aspettava gli accenti lucidi del cinema verità così vividi in una 'Storia vera' rimarrà deluso. Ed anche chi ricordava le cifre thriller così travolgenti di 'Mulhollan Drive', visto solo pochi anni fa. Qui c'è il buio, voluto, insistito, e c'è il mistero, fino ai limiti dell'enigma. Al centro una donna che, all'inizio, sembra coinvolta in una trama semplice. È attrice, ottiene la parte di protagonista per un film televisivo, recita a fianco di un attore cui forse è troppo legata. Tanto che il marito minaccia lui e lei. Poi si cambia ed è sempre più arduo - perché il regista così vuole - distinguere le scene del film mentre si gira da altre che forse l'attrice sta vivendo. Con un'episodica, attorno, che tende anche di più a rimescolare le carte: qua, infatti, ci sono dei personaggi che, avulsi dal contesto, parlano fra loro in polacco, là si ritorna spesso su un palcoscenico dove recitano tre personaggi, due uomini e una donna nascosti però sotto delle maschere d'asino e a tutte le loro battute una platea che non si mostra scoppia a ridere. Un puzzle, un gioco nero in cui però Lynch dispiega molte delle sue doti visionarie. Privilegiando l'oscuro anche in modo estremo. Ma con sapienza. Fra i suoi mezzi, l'interpretazione di Laura Dern nei panni della protagonista. Ora realistica, ora astratta, ora allucinata. Una prova d'attrice." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 7 settembre 2006)

"Chiunque richieda chiarezza & coerenza della trama si astenga dal festeggiare David Lynch. Il cine-guru di 'Velluto blu' e 'Cuore selvaggio' ha tenuto fede alla sua fama recapitando ai festivalieri una vera e propria bibbia aristico-ideologica: 'INLAND EMPIRE', rigorosamente scritto a lettere maiuscole, sciorina, infatti, lungo circa tre ore il puzzle affascinante e labirintico degli incubi, delle allusioni e dei doppi e tripli rimandi che (in)definiscono il suo personalissimo universo. Prendere o lasciare, come sempre: per ogni spettatore estasiato dall'overdose di allucinazioni ottiche, apparizioni ectoplasmatiche, recitazioni straniate, soluzioni sceniche impossibili, distorsioni narrative e sberleffi dialogici, ne spunteranno due indignati per l'insistita, proterva gratuità delle medesime prodezze. (...) Acclarato, si fa per dire, l'argomento che potrebbe adattarsi a un'opera lirica così come a un dipinto seicentesco o ad un album di fumetti manga, la sfida si sposta sul piano, magari prosaico, del senso da attribuire alla fastosa cascata d'immagini firmate dal maestro. Ma è proprio qui che il bilancino critico diventa di fatto inutile e molesto: i dubbi e gli interrogativi non sono, per Lynch, strumento di negoziato tra spettatori e critici bensì l'ultimo jolly servito, l'unico pathos concesso alla fiction audiovisiva postmoderna. (...) Letteralmente arroventato dall'incessante impatto tra fantasmi della mente e fantasmi della personalità - metafora neanche troppo oscura del rapporto dell'autore con la Storia - 'INLAND EMPIRE' trasmette una primigenia forza di cinema che merita applausi a scena aperta e può cedere di schianto solo di fronte a una ripulsa indotta dalla noia e la sazietà del destinatario-spettatore." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 7 settembre 2006)

"L'autore di 'Cuore selvaggio' sterza e scompagina come non mai. Il suo nuovo incubo sarà da rivedere, al di là della stordita passione. Ma intanto è bello e istruttivo che il Leone d'oro sia stato dato alla carriera di un sognatore solitario e costante." (Claudio Carabba, Magazine, 14 settembre 2006)

"Nel film più misterioso e decostruito, David Lynch torna alle proprie origini ('Eraserhead') d'un cinema-cinema: senza una storia avviata verso la conclusione, senza psicologia dei personaggi, senza sociologia né politica né sentimenti, senza logica. (...) Opere tanto innovative non sono mancate nella storia recente della cultura occidentale, basti pensare a Picasso e Joyce. Si vedono Laura Dern in pericolo, una infida vicina di casa, alcuni uomini con la testa e le orecchie lunghe da coniglio, un film nel film diretto da Jeremy Irons, ballerinette petulanti, corridoi, nebbie malefiche, vento. Per la prima volta il regista lavora in digitale, affascinato dalla rapidità del mezzo, divertito nello sperimentarla, per nulla turbato dalla imperfezione dell'immagine. Il film, lungo quasi tre ore, è meno creativo e più pesante nella seconda parte; in ogni sua parte è incomprensibile, tentare di comprenderlo è soprattutto inutile." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 9 febbraio 2007)

"Il soggetto di 'Inland Empire' è difficile da riassumere: le scene sembrano slegate le une dalle altre, come frammenti sovrapposti di eventi situati a latitudini e in tempi differenti. E invece Lynch, persuaso dell'esistenza di una coscienza universale che tutto unifica, riesce a dare al film una coerenza: a patto di non cercarvi, beninteso, spiegazioni razionali o semplificazioni di comodo. Il cineasta utilizza gli strumenti peculiari del cinema per sfidare le leggi del tempo e della verosimiglianza; ci riesce a condizione che ogni elemento del suo universo filmico, una volta unito al puzzle dell'insieme, conservi una coerenza. Certo, anche per i suoi ammiratori più convinti l'adattamento all'universo in questione richiede una notevole dose di concentrazione: ed esige alcune rinunce rituali, come quella a definire i ruoli di passato, presente e futuro lasciandosi assorbire da un labirinto temporale dove Lynch apre delle porte arcane per far comunicare tra loro epoche diverse e luoghi diversi. Il piacere (o il suo contrario) che si prova alla visione delle tre ore del film dipende, sostanzialmente, dall'accettazione che ciascuno è disposto ad accordare alle regole del gioco. Resta da aggiungere che 'Inland Empire' è sperimentale anche nella tecnica di realizzazione."(Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 9 febbraio 2007)
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