Inju, la bête dans l'ombre

FRANCIA - 2008
Inju, la bête dans l'ombre
Alex Fayard, autore francese di romanzi gialli di successo, viene invitato a Kyoto per la pubblicazione in giapponese del suo ultimo libro. Durante il soggiorno, Alex incontra Tamao, una geisha che gli confida di essere stata minacciata di morte da uno dei suoi ex amanti. Tra loro figura il celebre Shundei Oe, uno scrittore giapponese di romanzi polizieschi estremi e violenti, guida e fonte d'ispirazione per il francese. Alex si offre di aiutare Tamao, e da quel momento la sua permanenza in Giappone si tramuta in una avventura sanguinaria in cui realtà e finzione si confondono.
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: romanzo "La belva nell'ombra" di Rampo Edogawa (ed. Marsilio, 2002)
  • Produzione: CROSS MEDIA, LA FABRIQUE DE FILMS, SBS FILMS

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
La prima grande delusione della Mostra si chiama Barbet Schroeder. Il regista francese (di origine svizzera) non ce ne voglia, in passato lo abbiamo apprezzato come discreto narratore di storie (Il mistero Von Bulow) e onesto discepolo di genere (il thriller), ma qui tenta il passo più lungo della gamba, e frana. Con Inju, la bête dans l'ombre, il film che presenta in concorso al Lido, Schroeder riparte dalla classica "formula per un delitto" (a sfondo passionale) innestandovi il più logoro dei sottotesti metanarrativi: la confusione tra reale e virtuale, vita e finzione. Naufraga così in un'opera senza mordente e senza suspense, straziata da un'irrimediabile confusione teorica. Protagonista in negativo un giallista transalpino (Benoît Magimel) con la faccia intontita e l'ossessione per il suo omologo nipponico, Shundei Oe, divenuto leggenda in Giappone grazie a una narrativa sadica e un regime di vita clandestino: nessuno sa chi è, nessuno lo ha mai visto. Un viaggio a Kyoto per promuovere il nuovo romanzo sarà occasione per Fayard d'incontrare il suo mito, la qual cosa avverrà solo dopo tutti gli (im)previsti del caso. Per lui, e per il malcapitato spettatore, il soggiorno straniero si trasforma in un garbuglio narrativo fatto di geishe e situazioni in-credibili, colpi di scena "telefonati" e personaggi insensati, condito in salsa orientale e pepe sado-feticista. Tutto sfacciatamente posticcio e (drammaturgicamente) svogliato, come solo può esserlo un (cattivo) romanzo. Il regista intendeva proprio ricreare un microcosmo fittizio, ma rimane vittima di un equivoco: raccontando l'artista intrappolato nelle sue stesse ossessioni e creazioni, traviato dal proprio universo finzionale, taglia fuori il pubblico che non viene del tutto ingannato sulla sorte del protagonista, come avverrebbe in un thriller giocato sull'agnizione finale, né messo a parte delle intenzioni del regista, per godere eventualmente di una posizione di onniscienza. Dimenticandosi Schroeder che anche il più strampalato dei mondi possibili ha le sue leggi, e il più scellerato dei patti (col pubblico) le sue regole.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 65. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2008).

CRITICA

"Il film di Schroeder è un thriller sadomaso. Ispirato a un romanzo di Edogawa Rampo, 'Inju' sfodera un campionario splatter niente male: teste mozzate, sesso estremo, sedute di bondage con donne legate e imbavagliate, mostri, incubi, omicidi, mafiosi, dark ladies. A fare le spese di questo menu è il malcapitato giallista francese Benoît Magimel che, a Kyoto per promuovere un suo libro, deve vedersela con il fantasma terrorizzante di uno scrittore horror che nessuno ha mai incontrato. A complicare le cose si mette una geisha che si dice minacciata ma nasconde tante, troppe verità. Come 'Rashomon'? Andiamo. Il film francese insegue i b-movies senza un filo d'ironia, lasciando lo spettatore annoiato più che impaurito". (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 30 agosto 2008)

"'Inju' è un omaggio all'amato Giappone, al cinema poliziesco, a quello sui samurai e infine alla letteratura noir di Edogawa Ranpo (l'Edgard Allan Poe d'Estremo Oriente). Anche solo questa sfilza di commemorazioni rende l'idea del caos in cui ci stiamo infilando. Un giovane giallista francese (Benoît Magimel) vede il suo best seller pubblicato in Giappone. Studioso accanito del suo rivale nipponico, Shundei Oe, decide di recarsi a Kyoto per promuovere il suo libro e lanciare una sfida all'oscuro e invisibile Oe. Tra teste mozzate, case abitate da fantasmi e una misteriosa geisha (che in realtà si dice 'geiko'), i due si sfideranno senza esclusione di colpi. Il risultato è divertente, ma anche qui la presenza in concorso ci pare ingiustificata". (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 30 agosto 2008)

"Poste le premesse, il film sontuoso si disfa in un pasticcio per metà barocco e per metà erotico. Di nessun film si può dire che sia utile o inutile (per chi? A quale scopo?), ma questo il caso specialmente doloroso di un brutto film opera di un bravo regista". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 30 agosto 2008)

"Il regista, volendo inscenare il conflitto all'ultimo sangue tra due scrittori di gialli sadici (e non mancano sequenze a dir poco scomposte nel suo film), ripercorre un repertorio su geishe e potenti uomini d'affari, amori e violenze, come di solito vengono romanzati in riviste illustrate o libracci d'intrattenimento. Imbarazzante pochezza". (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 30 agosto 2008)

"Tirando in ballo una inverosimile geisha, che naturalmente dello scrittore sarebbe stata confidente, e mescolando 'La donna che visse due volte' con 'Il fantasma del palcoscenico', Schroeder costruisce un film che non ha né tensione né suspense e finisce per irritare lo spettatore che si sente preso in giro da un giallo cervellotico e velleitario". (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 30 agosto 2008)

"Un divertimento raffinato, dal retrogusto profondo, che ha irritato la sala per qualche svista narrativa alla Argento. Quasi un pezzo di ceramica imperfettamente, dunque sublimemente, cotto e modellato da Barbet Schroeder, cineasta cosmopolita capace di incarnare ogni stile e linguaggio, in escursione, non esotica, a Kyoto". (Roberto Silvestri, 'Il manifesto', 30 agosto 2008)

"'Injiu' è l'ennesimo, seppur raffinato, film che si nutre di cinema, pescando a piene mani in un immaginario iper-stratificato che non ha più niente da dire se non rimanere folgorato dalla lucidità del meccanismo e della rappresentazione. Un film così un tempo sarebbe andato nelle visioni di Mezzanotte...". (Dario Zonta, 'L'Unità', 30 agosto 2008)

"Che il gioco sia consapevolmente malizioso e ammiccante oppure no (peggio ancora) la malizia festivaliera c'è tutta nell'inserire questa sussiegosa priva di autorialità europea travestita da horror di bocca buona. Unico pregio: il vero mostro, l'esperta geisha che fa polpette dell'intellettualino francese presuntuoso e scemo leccandogli e succhiandogli le dita dei piedi". (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 1 settembre 2008)

"'Inju, la bête dans l'ombre' di Barbet Schroeder, cineasta-critico allevato alla scuola dei Cahiers du Cinéma, che ha mosso i suoi primi passi all'ombra di Godard e Rivette, è un esperimento se possibile ancora più catastrofico. (...) Morale della favola: il cinema di genere è come una raffinata cortigiana e intrattenitrice, che allestisce per noi un mondo immaginario fino a che non ne restiamo intrappolati, come sotto un incantesimo. Piccolo dettaglio non trascurabile: lo stesso film o quasi lo aveva fatto, quindici anni fa, un autore di genere, John Carpenter: si chiamava 'Il seme della follia'. E non è certo l'unico. Prima di lanciarsi a decostruire i meccanismi dei generi per mettere in scena un discorso critico un po' pedantesco, forse, bisognerebbe semplicemente conoscerli meglio". (Guido Vitiello, 'Il Riformista', 30 agosto 2008)
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