Indigènes

FRANCIA, BELGIO, MAROCCO, ALGERIA - 2005
Indigènes
È il 1943. Saïd, Abdelkader, Messaoud e Yassir non sono mai stati in Francia ma la guerra imperversa e, volontari per denaro o idealismo, per liberare la loro patria dal giogo nazista, dall'Algeria i "nativi" (così li chiamavano i francesi) vengono inseriti nell'esercito francese insieme ad altri 130.000 loro compatrioti. Said ha un solo braccio, Messaoud, l'unico con buona mira, viene promosso sul campo tiratore scelto, il caporale Abdelkhader, al contrario degli altri sa leggere e scrivere. Dopo la prima vittoria dal 1940, riportata in Italia, si ritroveranno soli, di fronte ai nemici, a difendere un piccolo villaggio in Provenza. Solo uno di loro tornerà anni dopo a contare le tombe. Saranno dimenticati anche dai libri di storia.
  • Altri titoli:
    Days of Glory
  • Durata: 125'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, GUERRA, STORICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: TESSALIT PRODUCTIONS, KISS FILMS, FRANCE 2 CINEMA, FRANCE 3 CINEMA, STUDIO CANAL, SCOPE INVEST, VERSUS PRODUCTION

RECENSIONE

di Marina Sanna
Ancora guerra. Da una prospettiva diversa però, quella degli Indigènes dell'algerino Rachid Bouchareb. Siamo cresciuti nella convinzione che i soldati buoni, quelli dello sbarco in Normandia per intenderci, fossero alti, biondi e muscolosi, invece erano anche scuri e musulmani, arruolati nei territori francesi di oltremare, Algeria soprattutto, durante la seconda guerra mondiale. Volontari per denaro o idealismo, si misero in marcia in 130mila con l'armata francese per cacciare i tedeschi. La maggior parte non era mai stata in Francia, per moltissimi è stato un viaggio di sola andata. Dall'Algeria i "nativi" (così li chiamavano i francesi) si spostano in l'Italia, all'inno di "siamo uomini  dell'Africa venuti a morire per la Francia". Tra loro ci sono l'infermo Said (gli manca un braccio), Messaoud, l'unico con buona mira e promosso sul campo tiratore scelto, il caporale Abdelkhader, che al contrario degli altri sa leggere e scrivere. Nel primo scontro a fuoco vengono massacrati dai tedeschi (o erano anche italiani?). Al reporter che gli chiede il perché di tutti quei corpi il colonnello risponde: "Abbiamo vinto per la prima volta dal '40, scriva questo". La tappa successiva è la Provenza, è l'agosto del '44. C'è chi si innamora (nel loro paese le donne francesi sono intoccabili), chi lotta per la decantata eguaglianza e fratellanza, incarnata nel privilegio di un pasto a base di pomodoro. Arrivano fino all'Alsazia, ormai uno sparuto gruppetto, se ne andrà solo uno. Lo stesso che decenni dopo tornerà a contare le tombe. Retorico e convenzionale  (il contrasto con i film di Bruno Dumont e Ken Loach è davvero forte), questo Schindler's List algerino, che ha commosso la platea della stampa internazionale, deve la sua forza nel legame indissolubile tra passato e presente: la Storia non perdona.

NOTE

- AL 59MO FESTIVAL DI CANNES (2006) PREMIO PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE MASCHILE AL GRUPPO DEGLI ATTORI PROTAGONISTI.

- PRIMA RAPPRESENTAZIONE EUROPEA IN 'PIAZZA GRANDE' A LOCARNO 2006.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2007 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

Dalle note di regia: "Mio padre è arrivato in Francia nel 1947 dall'Algeria, io sono nato in Francia. Da qualche anno ho cominciato a cercare nel passato e ho scoperto storie di guerra e di eroismi che non sono raccontate nei libri di Storia. Così è nato il mio sesto film, Indigènes, sul contributo di vite e di sacrifici dei soldati africani e magrebini nella seconda guerra mondiale. Il film comincia con la guerra in Italia, è lo stesso contesto del film La Ciociara, film che non ho visto, ma ho sentito parlare dei comportamenti malvagi di alcuni soldati marocchini. In Indigènes non ne parlo, non avevo una documentazione precisa e del resto il film è costruito fedelmente sui racconti dei quattro personaggi. I quali credevano nei principi di libertà, uguaglianza e fraternità, si sono battuti per l'indipendenza della Francia, hanno contribuito alla vittoria e, se al ritorno sono stati acclamati dalla popolazione, subito dopo sono stati dimenticati. Anche all'interno dell'esercito francese erano trattati con disparità. Tutto è documentato, compenso dimezzato rispetto ai francesi, permessi concessi con minore facilità, nella divisa portavano i sandali, non avevano scarponi nè indumenti pesanti neanche in pieno inverno. Eppure hanno combattuto sempre in prima linea come gli altri. Eppure non ho trovato rancore nei racconti dei sopravvissuti, nessuno di loro si è pentito del suo sacrificio, tutti dicono che ne valeva la pena."

"Retorico e convenzionale (il contrasto con i film di Bruno Dumont e Ken Loach è davvero forte), questo Schindler's List algerino, che ha commosso la platea della stampa internazionale, deve la sua forza nel legame indissolubile tra passato e presente: la Storia non perdona." (Marina Sanna, cinematografo.it)

"Erano algerini, marocchini, senegalesi. Nella seconda guerra mondiale combatterono spesso eroicamente con la Francia, ma non avevano certo gli stessi diritti dei francesi. La loro storia non era ancora stata raccontata dal cinema. Lo fa ora con molti mezzi e linguaggio solido, sorvegliato, efficace, il franco-algerino Rachid Bouchareb. Applauditissimo dalla stampa, 'Indigènes' culmina in Provenza e in Alsazia. Fra una battaglia e l'altra sfilano ingiustizie, incomprensioni, rivolte, amori, sogni; e il patriottismo inculcato a forza dagli ufficiali, che divide gli indigeni ma finisce per attecchire, specie contro il nemico nazista. Qua e là Bouchareb rischia il film-discorso, ma nell'insieme dà vita ai suoi personaggi. E finisce per dire cose importanti sul prezzo e la necessità dell'integrazione. Ieri come oggi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 26 maggio 2006)

"Recitato alla grande, scandito da un montaggio mozzafiato, realistico nelle scene a tutto schermo benché del tutto alieno dagli effetti speciali, rigoroso nelle referenze storiche, 'Indigènes' non tenta di beatificare la lunga strada verso la vittoria del pugno assai speciale di soldati: se tanto cinema usa collegare questa marcia alle barbarie delle razzie e degli stupri tramandati, per esempio, da capidopera del livello de 'La ciociara', Bouchareb si guarda bene dal sorvolare sugli episodi vergognosi (come quando i nostri derubano i cadaveri), ma poi risolve i rapporti interpersonali, l'acme dei carnai, le pause di sconsolata felicità con un piglio degno di classici come 'Il grande Uno rosso' o 'Salvate il soldato Ryan'. Dall'Italia alla Francia, dall'Alsazia alla Germania, i disprezzati e dimenticati (anche dal punto di vista della pensione) personaggi indigeni sono, così, messi in grado di rievocare tutta l'abnegazione di cui furono capaci gli originali. Colonna sonora di Khaled."
(Valerio Caprara, 'Il Mattino', 26 maggio 2006)

"Bouchareb mira all'opera corale, ma focalizza su un gruppo di personaggi dalle motivazioni diverse. Li seguiamo dall'Italia alla Provenza, ai Vosgi, fino alla difesa disperata di un villaggio alsaziano, combattuta dai pochi superstiti contro un battaglione tedesco. Sempre sfruttati, blanditi per convenienza, vittime - tutti - del razzismo degli Europei: Said, che s'illude sull'amicizia di un sergente; Messaoud, innamorato di una francese; Yassir, che spera di cambiare la propria vita conquistando i galloni. Un piccolo 'Salvate il soldato Ryan' fatto alla vecchia maniera, che è anche un doveroso risarcimento storico." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 26 maggio 2006)
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