Ilaria Alpi - Il più crudele dei giorni

ITALIA - 2002
Ilaria Alpi - Il più crudele dei giorni
20 marzo 1994. In una strada di Mogadiscio un commando somalo si avvicina ad una macchina e fa fuoco. Restano uccisi Ilaria Alpi, giornalista inviata del TG3, e il suo operatore Miran Hrovatin. Dal tragico atto conclusivo, il racconto torna indietro. In Jugoslavia, tra Spalato e dintorni, Ilaria si occupa di una nave che fa la spola tra la Somalia e l'Italia con carichi non bene identificati. Tornata a Roma, sente la necessità di indagare ancora e chiede di andare in Somalia. Ottenuto l'incarico, sia pure con un badget ridotto, chiama l'operatore Miran (con lei in Jugoslavia) e insieme arrivano in Africa. In breve Ilaria ricostruisce i fatti: su quella nave come su altre ci sono rifiuti tossici di scarico, un traffico che si intreccia con quello delle armi vendute dall'occidente ai somali per la loro guerra. Ilaria intervista un diplomatico, è il momento di fare i nomi di chi è coinvolto in queste 'operazioni'. Lei è decisa, Miran più perplesso. Per realizzare il servizio su tutti questi avvenimenti, Ilaria va a Mogadiscio. Quando arriva, il commando è pronto ad eliminare lei e Miran.
  • Altri titoli:
    The cruelest day
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Tratto da: Ispirato al libro "L'esecuzione" di Giorgio e Luciana Alpi, Mariangela Gritta Grainer e Maurizio Torrealta
  • Produzione: GAM FILMS
  • Distribuzione: ISTITUTO LUCE - LANTIA
  • Data uscita 28 Marzo 2003

CRITICA

"Film civile, nella tradizione di Rosi e Petri. Oggi però si avvertirebbe la necessità di un'elaborazione linguistica più attenta. Perché la piattezza delle immagini quasi televisive non rende un buon servizio alla giornalista e alla sua brava interprete". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 29 marzo 2003).

"Nessuno dubita che le cose siano andate o avrebbero potuto andare proprio così, per la semplice ragione che il film non è un thriller né un'inchiesta, non apre nuove piste su quel delitto del '94 che nessuno ha ancora voluto chiarire, ma si limita a ricostruire l'ultimo mese dei protagonisti. Con assoluta fedeltà ai fatti, fin dov'è possibile, e facendo nomi e cognomi (cosa insolita oggi in Italia). Ma soprattutto con la massima aderenza poetica e sentimentale, appunto, ai due protagonisti, ai loro rapporti, a tutto ciò che sullo schermo magari non c'è ma che intuiamo di loro. È perché l'intricata struttura narrativa non perde mai di vista questo punto essenziale che ci orientiamo nei suoi meandri. È perché Giovanna Mezzogiorno e Rade Sherbedgia sono così semplici e toccanti che perdoniamo incertezze e salti di tono. E poi il film non semplifica, non adultera la materia, non cerca scorciatoie emotive o spettacolari. Non è davvero poco, visto il soggetto". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 28 marzo 2003).

"Il film di Fernando Vicentini Orgnani, che evoca nel titolo un verso famoso di Thomas Stearns Eliot e si ispira a 'L'esecuzione', un libro dei genitori di Ilaria Alpi, ricostruisce la Somalia in Marocco, sceglie Giovanna Mezzogiorno come ottima protagonista. Analizza il periodo di tempo tra il primo incontro Alpi-Hrovatin e la loro morte: circa un mese che contiene in brevi flash a volte faticosi da seguire il passato e il futuro, in un ambiente ambiguo e pericoloso in cui le persone in divisa non sono più affidabili di altre, con intervistati non sempre credibili. Più che un film-inchiesta è una ricostruzione del fatto. Ilaria Alpi sta in auto, prende appunti al tavolo, siede con i colleghi al bar o al ristorante, contempla la città notturna dalla finestra dell'albergo, ricerca, intervista, cammina, discute: e il film la segue, omaggio alle due vittime senza giustizia, ricordo del loro sacrificio, memoria della verità tradita". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 29 marzo 2003)

"Direi che il film di Ferdinando Vicentini Orgnani suggerisce il ricorso a qualche supporto documentario poiché nella costruzione a incastri non cronologici, tributaria del modello classico di 'Salvatore Giuliano' di Rosi, il discorso non è sempre sufficientemente chiaro. In cambio l'evocazione è ambientata con allucinante verosimiglianza fra ex Jugoslavia e Marocco e descrive senza abbellimenti né retorica usi e costumi degli inviati. In questa cornice di realistica evidenza assumono un rilievo palpitante le figure dei protagonisti, incarnate con un'adesione che va al di là della pur egregia prestazione professionale da Giovanna Mezzogiorno e Rade Sherbedgia; e merita sottolineare l'accurata messa a fuoco dei personaggi minori. C'è solo da osservare che il rispetto per Ilaria, sottratta con estrema cautela a qualsiasi notazione men che positiva sul piano personale e psicologico, finisce per limitare la libertà espressiva di chi racconta la vicenda; e quindi per raffreddare a livello popolare l'appassionato messaggio civile del film". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 29 marzo 2003)
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