Il vento che accarezza l'erba

The Wind That Shakes the Barley

FRANCIA, IRLANDA, GRAN BRETAGNA - 2006
Il vento che accarezza l'erba
Irlanda, 1920. A discapito di un brillante futuro come medico in Inghilterra, Damien decide di unirsi al fratello Teddy nella vittoriosa lotta contro l'egemonia britannica. Tuttavia, alla firma del trattato con gli inglesi, il popolo irlandese si divide in due fazioni, pacifisti e oltranzisti, ed ha inizio la guerra civile. Damien e Teddy, una volta uniti dagli stessi ideali, si troveranno divisi su fronti opposti...
  • Altri titoli:
    Le vent se lève
    El viento que agita la cebada
  • Durata: 124'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, GUERRA
  • Specifiche tecniche: MOVIECAM COMPACT, MOVIECAM SL, 35 MM (1:1.85) - DE LUXE
  • Produzione: REBECCA O'BRIEN, REDMOND MORRIS PER SIXTEEN FILMS, PATHE'
  • Distribuzione: BIM
  • Data uscita 10 Novembre 2006

RECENSIONE

di Roberto Nepoti

Il film si apre su paesaggi della verde Irlanda degni, nella fotografia di Barry Ackroyd, di un film di John Ford. L’intensità estetica di Il vento che accarezza l’erba appare garantita fin dalle prime inquadrature e lo spettatore si abbandona fiducioso alla contemplazione della natura. Ma la serenità del suo sguardo è subito spezzata: ha inizio la storia (la Storia), che è storia di stupri sull’Isola e sui suoi (sulle sue) abitanti. Come fece undici anni orsono con Terra e libertà, Ken Loach allontana lo sguardo dall’attualità sociale dell’Inghilterra e torna indietro nel tempo, alle lotte per l’indipendenza irlandese degli anni ’20. Il che non gli impedisce affatto di affrontare tematiche di portata atemporale: le dinamiche del potere, i compromessi e le responsabilità personali, le ambivalenze morali; inclusa – anche questa volta – la cattiva coscienza del Paese in cui è nato. Le vicende di Damien e Teddy, fratelli che impugnano le armi contro l’oppressione dei soldati britannici, gli spietati Black and Tan, e dei loro crudeli sergenti (rappresentati in tutta la ferocia di un occupante che rimanda, in un sol colpo, al nazismo e ai conflitti in atto nel mondo), sintetizzano le lacerazioni interne alla comunità dei combattenti irlandesi, tra coloro che propongono (impongono) il compromesso e chi, invece, respinge accordi considerati un frutto umiliante della corruzione. Damien (un ottimo Cillian Murphy) rinuncia a una carriera di medico e segue il fratello Teddy (Pàdraic Delaney, altrettanto bravo) nella lotta per la libertà; ma quando, dopo i primi successi dei guerriglieri, i due schieramenti negoziano un accordo per mettere fine allo spargimento di sangue, tra coloro che hanno combattuto fianco a fianco si scatena una guerra civile che mette famiglia contro famiglia, fratello contro fratello. Non è difficile ravvisare, in Il vento che accarezza l’erba, alcune simbologie eterne che rimandano al primo fratricidio, quello di Caino, o alle figure del martirio, facendo di Damien un agnello sacrificale. Tutto ciò, però, senza che Loach si lasci in alcun modo andare al manicheismo o alle tentazioni edificanti (ciò che avveniva, invece, in alcuni momenti di Terra e libertà). Con lucidità etica, che si fa drammaturgica, il regista tratteggia gli itinerari contraddittori dei due fratelli per far emergere le contraddizioni e i lati oscuri di personaggi costretti a prendere, gradualmente, coscienza di come il potere sporchi le mani e le responsabilità politiche non vadano disgiunte da ambiguità e compromissioni. Coerentemente, Loach non rinuncia mai alla cifra del realismo, rendendo credibili le sequenze di guerriglia quanto le scene più intimistiche (in famiglia e tra i membri della resistenza) ed evitando, sempre, le trappole che l’accademismo tende così facilmente ai film in costume (vedi il manierato Michael Collins di Neil Jordan, assurdo Leone d’oro a Venezia ’96). La Palma d’Oro a Cannes va a onore del presidente della giuria Wong Kar-wai. Il presunto dandy cinese, infatti, ha sorpreso molti (ma il verdetto, inatteso dai più, è stato generalmente accolto bene) premiando un regista intransigente e indifferente alle voghe cinematografiche, per un film fieramente fuori-moda che è anche uno tra i migliori della sua bella filmografia. Quando, la sera della premiazione a Cannes, Loach ha ribadito di credere nei film che fanno luce sul passato, contribuendo nello stesso tempo a interrogare il presente, sapeva molto bene di cosa parlava.

NOTE

- PALMA D'ORO AL 59MO FESTIVAL DI CANNES (2006).

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2007 COME MIGLIOR FILM EUROPEO.

- LA REVISIONE MINISTERIALE DEL MAGGIO 2007 HA ELIMINATO IL DIVIETO AI MINORI DI 14 ANNI.

CRITICA

"Oltre a essere una scena da antologia, l'incipit del film di Ken Loach sugli inizi della guerra civile nell'Irlanda del 1920 contiene già (quasi) tutto. L'odio per gli inglesi che da secoli dominano e sfruttano l'Irlanda. La violenza di quelle truppe venute da Londra per imporre il terrore. Una guerra che sarà fratricida, in senso letterale. 'The Wind that Shakes the Barley' completa il quadro con altre preziose notazioni sul ricordo della Grande Guerra; il contropotere organizzato dall'Ira, che mobilita contro gli inglesi i ferrovieri e gestisce tribunali propri; il ruolo delle donne non solo nella memoria collettiva ma nella giustizia (da antologia anche il processo popolare contro un usuraio). Tutto organizzato dal fedele Paul Laverty in un copione che fonde al contesto storico figure vibranti di vita. Eppure qua e là qualcosa sfugge, la materia è forse troppo complessa per un film di due ore, Loach ci strazia il cuore e la mente evitando con molta cura il facile spettacolo della violenza ma non rinnova il miracolo di 'Terra e libertà', il film sulla Guerra di Spagna che commosse il festival nel '95. Speriamo di sbagliare, ma sarà difficile che i disobbedienti di oggi, a tutte le latitudini, riconoscano le proprie inquietudini nei dilemmi mortali dei loro antenati irlandesi. Che invece, è inutile dirlo, contengono tuttora un insegnamento inestimabile." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 19 maggio 2006)

"Anche i rivoluzionari s'adeguano. O meglio stanno al gioco, usufruendo dei bonifici dovuti ai potenti. (...) Non si capisce proprio, per esempio, perché 'The Wind that Shakes the Barley' (che in Italia potrebbe chiamarsi
'Fischia il vento') dovrebbe comunicare emozioni inedite al truppone dei giornalisti convenuti a Cannes dal mondo intero o garantire voli pindarici ai futuri spettatori delle sale a pagamento... Come film di guerra che vuole in qualche modo salvaguardare principi antimilitaristi, risulta piatto e farraginoso; come approccio alla questione irlandese che vuole esaltare le minoritarie posizioni marxiste all'interno della guerriglia anti-inglese, risulta verboso e causidico; come pamphlet in costume che vuole parlare a nuora perché suocera intenda (l'Irlanda anni Venti come l'Iraq e l'Afghanistan odierni), risulta retorico e stridente. Diventa impossibile, pertanto, affezionarsi ai personaggi principali, due fratelli che, dopo aver combattuto strenuamente contro i corpi speciali Blacks and Tans, reagiscono in maniera diametralmente opposta al trattato di pace che sancisce l'indipendenza (a esclusione del Nord) del paese e fa scoppiare la guerra civile tra le diverse anime della resistenza: una colpa senz'altro più grave - agli effetti filmici - di quella di sparare a zero su politici capitalisti della statura di Churchill, Lloyd George o Birkenhead." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 19 maggio 2006)

"Ken Loach ha realizzato un ottimo film, che rimanda da un lato a 'Hidden Agenda' (anch'esso dedicato alla questione irlandese), dall'altro a 'Terra e Libertà'. Il film sulla guerra di Spagna, però, era molto più epico, e aveva un punto di vista più originale. Qui, Loach e il suo fidato sceneggiatore Paul Laverty stanno all'interno di una storia più nota e oggi, in qualche modo, condivisa. Non a caso Loach ha atteso il disarmo unilaterale dell'Ira per raccontare la genesi dell'esercito repubblicano, che prima di diventare l'organizzazione terrorista che tutti ricordiamo, era una forza di insurrezione popolare: oggi nessuno può accusarlo di sposare una causa persa. Al contrario, è molto bello che l'inglese Loach e lo scozzese Laverty rendano omaggio alle terribili sofferenze patite dagli irlandesi, un popolo talmente sfortunato da essere spinto dall'astuzia inglese (nel 1921) a farsi la guerra da solo. 'The Wind that Shaker the Barley' ha uno svolgimento un po' piatto nella prima parte, e decolla solo nel finale quando i due fratelli si trovano su fronti contrapposti. Gli attori, tutti irlandesi, sono sconosciuti (a parte il protagonista Cillian Murphy) e bravissimi." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 19 maggio 2006)

"La scelta del film storico non impedisce a Loach di aggredire tematiche di portata atemporale: le dinamiche del potere, i compromessi e le ambivalenze morali, la cattiva coscienza del paese in cui è nato. Inclusa la caratterizzazione degli occupanti che allude in un sol colpo al nazismo e ai conflitti in atto nel mondo. Non è neppure difficile ravvisare, nel 'Vento che accarezza l'erba', alcune simbologie eterne che rimandano al primo fratricidio, quello di Caino, o alle figure del martirio, facendo di Damien un agnello sacrificale. Tutto ciò senza che Loach rinunci mai alla cifra del realismo, rendendo credibili le sequenze di guerriglia quanto le scene più intimistiche ed evitando, sempre, le trappole che l'accademismo tende così facilmente ai film di costume". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 10 novembre 2006)

"Un popolo spaccato in due. Una resistenza divisa. Una famiglia così lacerata che un fratello finisce per sparare all'altro fratello. Solo Ken Loach avrebbe potuto raccontare come iniziò la guerra civile nell'Irlanda del 1920-21 con tanta straziata precisione, tenendo insieme il grande affresco e i piccoli personaggi (la Storia si racconta dal basso), la rivolta contro la secolare occupazione inglese e i meccanismi che finirono per dividere gli insorti e armarli gli uni contro gli altri. (...) 'Il vento che accarezza l'erba' rievoca quegli anni sanguinosi fondendo rabbia e pietà, paesaggi struggenti e atrocità inenarrabili. Il tono è malinconico, dolente, a tratti quasi didattico; la materia così intricata che Loach non sempre ritrova (e forse non cerca) il palpito romanzesco di 'Terra e libertà'. Se ne esce sconvolti e frastornati. Palma d'oro a Cannes: controversa, ma doverosa." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 novembre 2006)

"Anche i puri & duri fanno i loro calcoli. Nel novero degli autori promozionati in virtù dello status di contestatori vitalizi (a conti fatti vincente, come dimostra l'assurda Palma d'oro di Cannes), nessuno può vantare credenziali migliori di Ken Loach, il settantenne cineasta britannico che in coppia col fido sceneggiatore Paul Laverty allestisce i film come armi improprie da brandire contro i presunti malfattori che hanno scritto & diretto la storia del democratico occidente. Ciò detto, non si capisce proprio perché 'Il vento che accarezza l'erba' ('The Wind that Shakes the Barley') dovrebbe comunicare emozioni inedite o garantire voli pindarici agli spettatori delle sale a pagamento... Come film di guerra che vuole in qualche modo salvaguardare principi antimilitaristi, risulta piatto e farraginoso; come approccio alla questione irlandese che vuole esaltare le minoritarie posizioni marxiste all'interno della guerriglia anti-inglese, risulta verboso e causidico; come pamphlet in costume che vuole parlare a nuora perché suocera intenda, risulta retorico e stridente. Diventa impossibile, pertanto, affezionarsi ai personaggi principali, due fratelli che, dopo aver combattuto strenuamente contro i corpi speciali Blacks and Tans, reagiscono in maniera diametralmente opposta al trattato di pace che sancisce l'indipendenza del paese e fa scoppiare la guerra civile tra le diverse anime della resistenza: una colpa senz'altro più grave - agli effetti filmici - di quella di sparare a zero su politici capitalisti della statura di Churchill, Lloyd George o Birkenhead." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 11 novembre 2006)

"Nei festival la giustizia non viene amministrata meglio che nei tribunali, ma a Cannes il giudizio di vittoria per il film di Ken Loach è stato equo, perché 'The Wind that Shakes the Barley' ('Il vento che agita l'orzo') - che diventa ora in Italia 'Il vento che accarezza l'erba' - era il migliore (con 'L'amico di famiglia'). La stampa inglese e quella italiana, ma d'osservanza anglosassone, sono rimaste male per questa Palma d'oro. Però 'Il vento' non scredita la Gran Bretagna, pur mostrandone il duro dominio; caso mai la onora, proprio perché è un britannico a riconoscere le responsabilità coloniali nella stessa Europa, che perdurano. 'Il vento' diverge da 'Michael Collins' di Neil Jordan (Leone d'oro e coppa Volpi nel 1996). Ha infatti altra impostazione e
altro orientamento: mostra la fase finale e fratricida del Risorgimento gaelico dalla parte degli antagonisti irlandesi di Collins. Loach ha poi girato un film meno spettacolare ma più acuto di quello di Jordan, sapendo rendere la vicenda esemplare e attuale: le analogie con quanto accade in altre aree dell'ex Impero britannico non sono casuali. Mentre Jordan raccontava soprattutto la Pasqua di sangue del 1916 e il riconoscimento di una semi-sovranità per l'Irlanda (meno l'Ulster) nell'ambito del Commonwealth, Loach si addentra nella guerra civile che ne derivò fra la componente nazionalista e quella socialista. I personaggi principali del 'Vento' sono un medico (Cillian Murphy) schierato con questa ala, che sarà sconfitta nel 1921, e il fratello maggiore (Padraic Delaney), schierato invece coi nazionalisti. A una guerra di liberazione si connette quasi sempre una guerra civile (è successo anche nell'Italia 1943-45). Ed è questa la parte più delicata. Loach ha fatto con 'Il vento' quel che in Italia non s'è fatto su origini di fascismo e Resistenza, i cui combattenti furono talora gli stessi: esattamente come accadde in Irlanda, per le origini dell'indipendenza formale e per come renderla sostanziale, sotto la minaccia che il vicino riprendesse quel che aveva concesso solo per dominare meglio." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 10 novembre 2006)

"Sbagliando come sempre, la giuria di Cannes ha assegnato la Palma d'oro a 'Il vento che accarezza l'erba'. Il titolo, che traduce alla lettera l'originale 'The Wind that Shakes the Barley', in italiano non vuol dire niente e infatti si richiama ai versi di un poeta ottocentesco, Robert Dwyer Joyce, per una canzone nota solo in Irlanda. Diciamo subito che questo non è tra i risultati più convincenti di un autore come Ken Loach, di professione avvocato delle cause (momentaneamente) perse. Veterano di varie guerre civili ('Terra e libertà', la Spagna; 'La canzone di Carla', i Sandinisti in Nicaragua), ancora una volta il maestro ci offre un pamphlet come al solito nobile, motivato e politicamente corretto. (...) Loach scende in campo con i 'Sinn Féin' ('Noi stessi') denunciando brutalità e orrori perpetrati dai britannici Black and Tans (dal colore delle divise) nel momento in cui Londra non volle riconoscere l'indipendenza proclamata nel 1916. Violenze, sequestri, uccisioni, incendi di casolari, torture che obbligano a stornare lo sguardo dallo schermo. Ci manca poco per evocare l'anatema di Mario Appelius: 'Dio stramaledica gli inglesi!'. Come si fa, del resto, a non solidarizzare con chi si leva in armi contro l'oppressore? Ammirevole è la scelta del protagonista Damien, che anziché trasferirsi in Inghilterra per proseguire la carriera di medico preferisce unirsi alla resistenza nel gruppo guidato dal fratello Teddy. Inferiori per numero e armamento, i repubblicani si battono con tanto valore da costringere il governo di Sua Maestà a scendere a patti. Però il trattato sottoscritto nel dicembre 1921 si rivela una vittoria di Pirro in quanto abbandona l'Ulster e crea per il sud impossibili condizioni di vita. A questo punto il film cresce d'interesse raccontando la spaccatura che si crea fra i pacifisti e quelli di lotta continua, fra Teddy e Damien, per cui il conflitto diventa fratricida. Sicché il racconto riscatta in un finale forte il manicheismo della prima metà e si chiude con una fucilazione come 'Uomini contro' di Rosi." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 10 novembre 2006)
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