Il seme della discordia

ITALIA - 2008
Il seme della discordia
Il matrimonio di Veronica e Mario, entrambi impegnati anima e cuore nelle rispettive carriere, nonostante le apparenze sta naufragando. La scintilla per la separazione scocca quando Veronica scopre di essere incinta e Mario, invece, riceve la notizia della sua sterilità.
  • Durata: 85'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, SURREALE
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: MARCO POCCIONI E MARCO VALSANIA PER RODEO DRIVE
  • Distribuzione: MEDUSA FILM
  • Data uscita 5 Settembre 2008

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Ultimo degli italiani, penultimo film in concorso, Il seme della discordia presentava diversi elementi di interesse. C'era la curiosità di ri-vedere all'opera Pappi Corsicato, sette anni dopo il suo ultimo Chimera. La voglia di scoprire i misteri montati (ad arte?) attorno al film, di cui si sapeva poco o nulla, con tanto di proiezione per la stampa saltata ieri "per motivi tecnici". C'era infine l'attesa per questo strano italiano in gara, il vero outsider del gruppo, tra i quattro il nome con meno credenziali autoriali dalla sua: alcuni buoni film (su tutti Libera e I buchi neri), un paragone azzardato (Almodovar), nessuna vera zampata. Il seme della discordia non sposta nessuna di queste considerazioni. Riadattando (l'aveva già fatto Rohmer 30 anni fa, ma con ben altre premesse ed esiti) La marchesa von O di Heinrich Von Kleist, il regista napoletano tenta un'operazione duplice: raccontare alcune dinamiche affettive (di coppia, parentali, amicali) costruendo una commedia di corpi e sguardi al femminile. Lavorare sulla confezione innestandovi memorie e pulsioni cinefile con una messa in scena pensata come un piccolo carillon d'immagini già viste, e battute già ascoltate. La trama è esile: una giovane e avvenente donna (Caterina Morino) con il tarlo per gli affari, resta incinta ma il marito (Alessandro Gassman), un rappresentante di fertilizzanti, è guarda caso sterile...Il cinema di Corsicato conferma di giocare su un piano diverso da quello narrativo. La battuta e l'equivoco vengono rimpiazzate dai continui deja-vu audiovisivi (da Via col vento a Sette spose per sette fratelli, passando addirittura per La corazzata Potemkin) che ricollocate in un contesto diverso da quello originale vorrebbero provocare effetti comici e stranianti. Così è in parte. Il citazionismo post-moderno di Corsicato (che omaggia anche il re delle citazioni, il Tarantino di Kill Bill) è troppo meccanico e gratuito per divertire davvero, e l'operazione di riciclaggio rimanda più alla saturazione d'immaginario che a una reale intenzione critica . Anche così, il film, oltre che per le grazie della Molino, si fa apprezzare per un insolito miscuglio di estetica kitsch, sequenze d'autore (vedi l'incipit), musichiere sentimental-popolare anni '60 e gusto per il pecoreccio. Un divertissement fine a se stesso, veloce e leggero, che nulla aggiunge e nulla toglie allo stato del cinema. A lasciare perplessi non è tanto Corsicato però, ma la Mostra che l'ha voluto in Concorso. Questa sì, seminando discordia.

NOTE

- HA RICEVUTO IL CONTRIBUTO DEL MIBAC.

- IN CONCORSO ALLA 65. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2008).

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2009 PER I MIGLIORI COSTUMI.

CRITICA

"'Il seme della discordia' non aspira a dire la sua nelle inchieste o nei talk-show dedicati alle dinamiche della coppia e alla salute dell'istituzione matrimoniale; però è innegabile che i cammei interpretati dall'androloga Monica Guerritore, dal babbo bastardo Angelo Infanti, dalla sensuale ballerina Lucilla Agosti e, soprattutto, da Iaia Forte e Rosalia Porcaro nelle vesti (particolari) di due delle più calienti amanti di Gassman oltre che più divertenti, risultano anche mille volte più illuminanti. Anche rispetto alla nostra odiosamata città, il film più vitalistico visto finora alla Mostra sa come parlare al cuore e alla mente: il disastro contemporaneo non vi è sottolineato scolasticamente, ma incombe in tutta la sua evidenza grazie al ricorso alle colonne sonore del cinema popolare e agli elementi dell'arredamento e dell'abbigliamento degli, ahinoi, unanimamente rimpianti, anni Sessanta. Il racconto alla Corsicato assume, così, una cadenza estetica estremamente moderna: l'aspetto dei protagonisti, la peculiarità dei loro look, la sostanza dei loro sogni, la deriva dei loro destini assomigliano a un balletto in apparenza perfetto, ma a guardare bene pieno di crepe, pause malinconiche e risvolti grotteschi, ma non per questo indegno di essere goduto al di là e al di qua dello schermo". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 5 settembre 2008)

"Pappi Corsicato ritorno e compendio. 'Il seme della discordia' è la ricomparsa del regista napoletano de 'I buchi neri' e 'Chimera' dopo sette anni di assenza. Ma è anche film summa di un preciso, felice e solare immaginario cinematografico, fatto di donne dominanti alla Russ Meyer e maschi rammolliti. Alcuni disgraziati cronisti del web l'hanno definito cinema pop-art, altri colleghi frettolosi cinema surrealista. Ma la soluzione non sta né di qua, né di là. E nemmeno nel mezzo. Semmai per traverso rispetto agli schemi precotti del cinema commerciale italiano attuale. Un cinema fatto di bolsi e pesanti manierismi (Ozpetek come Avati) che Corsicato trapassa piazzando contenuti accattivanti ed attuali (sterilità maschile, aborto) dentro ad un fantasioso e cromaticamente sparato pastiche visivo". (Davide Turrini, 'Liberazione', 6 settembre 2008)

"Il cinema dei cinefili è il peggiore: ciò che fanno è sempre alla maniera d'un altro. Con 'Il seme della discordia', Pappi Corsicato lo conferma. Stupra una storia sullo stupro di Heinrich von Kleist, 'La marchesa von O'. Le massaie napoletane - del Centro Direzionale, quartiere di plastica assiduo nei rari film di Corsicato - sono descritte come il regista crede che le descriverebbe Almodóvar. Peggio, l'aristocratica inconsapevolmente infedele (Caterina Murino) ideata da Kleist diventa una bottegaia e il marito (Alessandro Gassman) un commesso viaggiatore di letame chimico (Corsicato tenta di trasmettercene il lezzo); e il grognard napoleonico fecondatore si riduce a una guardia giurata (Michele Venitucci). Curiosità: dal ruolo nell''Amour aux trousses' di Philippe de Chauveron (2003), la Murino deve dar figli a chi non li ha generati". (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 6 settembre 2008)

"Ovviamente il regista cita a man bassa (anche se stesso, mostrando una sequenza di 'Libera'), senza pudore, bombardando la storiella di musiche prese da una trentina di vecchi b-movie italiani (...) Si ride? A volte, perché il clima è giocoso, e anche il tema del presunto stupro viene risolto in chiave sdrammatizzante, con appendice romantica e sorpresa finale. Però un sospetto di aria fritta di aggira sul tutto. E una domanda: era proprio necessario metterlo in concorso a Venezia?". (Michele Anselmi, 'Il Riformista', 6 settembre 2008)

"Il film è lieve, ironico, amabilmente superficiale. Del tutto fuori contesto alla Mostra di Venezia, ma questo è un problema di chi l'ha selezionato, non certo di Corsicato e del suo variopinto cast". (Alberto Crespi, 'L'Unità', 6 settembre 2008)

"In Italia di commedie se ne sono sempre fatte. Famose quelle che all'estero chiamarono 'all'italiana'. Ma anche durante il regime fascista le commedie prosperavano. A rivederle oggi con gli occhi spassionati risultano garbate, veramente piacevoli e ben recitate e a volte, nonostante la censura imperante, affrontano argomenti anche audaci. 'Il seme della discordia' non supera mai quella lontana produzione. Che ci sia nostalgia per una stagione superata?". (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 6 settembre 2008)

"'Il seme della discordia', col suo titolo ambiguo tra Marco Ferreri e Richard Brooks, ci offre un inaspettato divertimento critico, un po' di ossigeno. Oltre a una sana discordanza rispetto a quello che vediamo solitamente. E Caterina Murino è bellissima". (Marco Giusti, 'Il manifesto', 6 settembre 2008)

"Pappi Corsicato si è mosso benissimo nel rappresentarci questa tragicommedia. Tra scenografie, appunto, quasi disegnate con un occhio al futuro, anche negli interni più borghesi, con colori volutamente sempre con dei toni più alti del normale, specie il blu e i rossi, portandovi avanti in mezzo la narrazione ora con toni sospesi, ora con passaggi rapidi, affidati a una vera e propria frenesia di ritmi in cui via via finiscono coinvolti tutti i personaggi, incisi, perfino i minori, a tutto tondo, anche se con pochi tratti. Puntando sui sentimenti, dati i temi, ma anche sugli interrogativi e le tensioni, attraversati, in qualche passaggio, da punte di ironia". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 6 settembre 2008)

"Più che la soluzione a Corsicato interessa il fascino pop dei colori e delle forme, comprese quelle femminili: la varietà di reazioni di fronte ai problemi della vita; il gusto di spiazzare lo spettatore, ora con uno sberleffo ora con una riflessione controcorrente; e soprattutto la possibilità di vedere i temi d'attualità con un gusto dissacrante. Forse un po' troppo 'programmatico' (a volte si sente la scrittura più che l'ispirazione) per essere davvero travolgente". (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 6 settembre 2008)

"Leggero come una piuma e brillante come l'argenteria appena lucidata. Corsicato esalta gli spazi e i giochi cromatici, visivamente fa faville. Sembra esaltare anche le donne: i loro abiti e i corpi sinuosi. Della testa si può fare a meno. Decorative più che espressive. Tanto stile ma sotto i vestito davvero poco". (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 6 settembre 2008)

"Tornato al cinema con questo nuovo film ironico e coloratissimo affidato a un cast esteticamente imbattibile, Corsicato gioca con argomenti seri come sterilità, aborto, famiglia, religione. Infila una serie di citazioni cinematografiche, dalla 'Corazzata Potemkin' a 'Kill Bill', dai mélo giapponesi ai b-movies anni Settanta. Mostra l'inedita Napoli del Centro Direzionale, tutta grattacieli, linee geometriche, strade deserte. E piazza gli attori in un universo astratto nel quale i dialoghi sono ridotti al minimo e l'emozione è affidata alla forza visionaria delle immagini. (...) Divertente ed elegante, mai banale, il film esagera semmai con le citazioni cinefile e la continua strizzata d'occhi al cinema commerciale. Ma Corsicato, dai tempi di 'Libera' definito l'Almodovar italiano, tiene in mano la situazione, aiutato dalla fotografia policroma di Ennio Guarnieri e dalle scene ad hoc di Antonio Farina". (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 6 settembre 2008)
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