Il regno d'inverno - Winter Sleep

Kis uykusu

TURCHIA, FRANCIA, GERMANIA - 2014
4/5
Il regno d'inverno - Winter Sleep
L'attore in pensione Aydin possiede un piccolo hotel nel centro dell'Anatolia che gestisce insieme alla giovane moglie Nihal, emotivamente distante, e a sua sorella Necla, ancora sofferente per il recente divorzio. Durante l'inverno, la neve copre la steppa e la noia fa riemergere il risentimento...
  • Altri titoli:
    Il sonno d'inverno
    Sommeil d'hiver
    Winter Sleep
  • Durata: 196'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: SONY CINEALTA F65, SCOPE
  • Produzione: ZEYNOFILM, MEMENTO FILMS PRODUCTION, BREDOK FILM PRODUCTION
  • Distribuzione: PARTHÉNOS E LUCKY RED
  • Data uscita 9 Ottobre 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Visto dall'alto, sembra un presepe quel villaggio arroccato in Anatolia centrale. Qui Aydin (Haluk Bilginer), vecchio attore ormai ritiratosi dalle scene, gestisce l'Hotel Othello, oltre a possedere gran parte dei terreni circostanti. Si occupa saltuariamente di queste cose però, perché appena possibile si rintana nel suo studio per dedicarsi a ciò che l'appassiona di più. Scrive editoriali per il giornale locale e, soprattutto, vorrebbe finalmente iniziare la stesura di un vecchio progetto, un libro sulla storia del teatro turco. Ma la realtà di tutti i giorni - comprese le discussioni con la sorella Necla (Demet Akbag) o con la giovane moglie Nihal (Melisa Sozen) - incombe, come l'inverno e il conseguente carico di neve.
E' un cinema che non scende a compromessi, quello di Nuri Bilge Ceylan, trionfatore a Cannes 2014.
E' un cinema, quello del regista turco, che non concede veramente nulla allo spettacolo (inteso nella sua accezione più banale) e che in quest'occasione travalica anche la temutissima asticella dei 180' (tre ore e sedici minuti, per l'esattezza): la lotta contro la noia a tratti si fa acerrima, ma è un sacrificio consapevole, sublimato dalle molte, abituali sequenze con cui Ceylan riesce a descrivere, in silenzio, la potenza simbolica di un contesto commovente, rurale, mai scalfito dal passare del tempo.
Paradossalmente, è con la parola, con la staticità di infiniti dialoghi, che il regista di Uzak chiede lo sforzo maggiore allo spettatore. Ma è solo affidandosi ad essa, alla teatralità di argomentazioni a volte futili, a volte necessarie per comprendere la reale natura dei tanti personaggi, che la narrazione procede verso un'apparente risoluzione. Solo nel duro faccia a faccia tra il protagonista e la moglie, ad esempio, capiamo il perché di un rapporto ormai stanco: da una parte Nihal, donna agiata che prova a darsi da fare nel campo della beneficenza, dall'altra il disincatato cinismo di Aydin, che non la ostacola ma che pretende di tenere sotto controllo gli aspetti economici della questione. In ogni confronto, in ogni discussione del film, sembrano nascondersi i prodromi di un cambiamento, l'inizio di nuove traiettorie. Come il paventato ritorno a Istanbul del protagonista, che all'ultimo deciderà invece di non prendere quel treno. Resterà tutto com'era prima (o basterà liberare quel cavallo selvatico per ritrovare un briciolo di umanità?), sepolto dal bianco di una neve che, chissà, prima o poi tornerà a sciogliersi.
Un poetico sonno invernale di massacrante bellezza. Ridestato di tanto in tanto dagli accordi di Max Richter, lo stesso pianoforte di Into The Airport Hallucination, già utilizzata qualche anno fa ad Ari Folman in Valzer con Bashir.

NOTE

- PALMA D'ORO AL 67. FESTIVAL DI CANNES (2014).

CRITICA

"Diciamo la verità. 'Il regno d'inverno', film del turco Nuri Bilge Ceylan, Palma a Cannes e in gara per l'Oscar, è un pezzo unico e imperdibile di 196 minuti che impegna a tempo pieno ragione, cuore e sentimento. Non temete, è un suggestivo kolossal introspettivo consigliato a chi al cinema chiede ancora le virtù del pensiero, a chi capta atmosfere e panorami non da cartolina, chi vede oltre che guardare e ascolta oltre che sentire. Chi ama cine panettoni o best seller fantasy per teenager, fugga: ma coloro che hanno la pazienza di entrare in una storia, viaggiando in paesi lontani, partecipando a processi a porte chiuse, non lo perdano. Coabitiamo con personaggi in ostaggio di un innevato, silenzioso paesaggio dell'Anatolia, caratteri di cechoviana pazienza ma che si pongono dilemmi etici da Dostoevskij. Chi conosce questo regista personale ('C'era una volta in Anatolia'), sa che ha un modo di pensare il cinema senza Tempo: l'infinito pare sempre senza ritorno poi ti accorgi che ti riguarda. (...) eccezionale Haluk Bilginer (...)." (Maurizio Porro, "Corriere della Sera', 9 ottobre 2014)

"(...) 3 ore e 15 di immagini maestose e dialoghi bergmaniani che battono con forza e profondità non comuni su pochi punti decisivi. Quanta violenza latente si annida nei rapporti - di coppia, di classe, di lavoro - che scandiscono le nostre vite? Quanti modi abbiamo per dissimulare, anche a noi stessi, l'odio che scorre nelle vene della cosiddetta civiltà? E che prezzo paghiamo per questo autoinganno che spesso genera altro malessere e violenza? Era, a ben vedere, anche il soggetto dell'ultimo capolavoro di Nuri Bilge Ceylan, 'C'era una volta in Anatolia'. Ma se quello era quasi un thriller fatto di svelamenti progressivi, qua l'enigma sembra infittirsi man mano che ci addentriamo nel regno di Aydin. E più che delle novelle di Cechov rielaborate dalla sceneggiatura (scritta con sua moglie Ebru Ceylan), si sente l'eco dell''Idiota' di Dostoevskij: vedi la tirata della sorella di Aydin, quasi la chiave del film, sulla scelta di non opporsi al male per combatterlo. Il tutto esaltato dall'ambientazione in quella terra così remota che le relazioni sociali hanno qualcosa di arcaico e di particolarmente scoperto. Mentre le fugaci ma ricorrenti apparizioni di animali selvatici innescano ogni volta uno 'scatto' nella coscienza di Aydin. Chi crede che la lunga durata si identifichi col ritmo martellante delle serie tv, giri al largo. Ma chi a un film chiede ancora la densità e la complessità di un romanzo, non se lo lasci sfuggire." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 9 ottobre 2014)

"(...) Nuri Bilge Ceylan (...) con questo 'Regno d'inverno' può dirsi che abbia concluso la sua scalata ai premi. Sempre con meriti eguali? Non direi fino in fondo anche se ho doverosamente preso nota del successo cui, nelle nostre sale, sono andati incontro i suoi film precedenti. Questo di oggi ha un difetto, è troppo lungo, va oltre le tre ore e io sono sempre stato d'accordo con Bergman per il quale i film non dovevano mai superare l'ora e mezza. In questo vasto spazio, tre personaggi, con le loro storie. (...) Il tutto, come in teatro, affidato a un continuo dialogare fra i due, (anzi fra i tre), che va ascoltato con pazienza, lasciandosi convincere dai ritmi quieti e quasi solenni, pur nel loro realismo, che coinvolgono soprattutto i due personaggi, al centro. Compagine di contorno che possono sembrare superflue, come i nuovi personaggi che vi interloquiscono. Molto degna comunque la recitazione di tutti. Il migliore è Haluk Bilginer, l'attore in ritiro." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 9 ottobre 2014)

"Sfida ad alta quota cinefila. «Il regno d'inverno - Winter Sleep», infatti, non solo batte bandiera turca ed è interpretato da attori nazionali, non solo dura centonovantasei minuti ad andamento lento, non solo è ambientato in uno sperduto villaggio nel cuore dell'Anatolia e non solo si basa essenzialmente su fitte e dense schermaglie verbali, ma ha anche vinto la Palma d'oro all'ultimo festival di Cannes (notizia che per alcuni spettatori comporta l'avviso di tenersene alla larga). A questo punto, però, occorrerebbe fronteggiare la tentazione di abbandonarsi alle reazioni opposte quanto speculari di una rassegnata sottomissione al diktat artistico o di una goliardica ripulsa pregiudiziale. Ma Bilge Ceylan («Le tre scimmie», «C'era una volta in Anatolia») è un regista serio e profondo e non appartiene alla folta schiera dei falsi idoli da festival: il fatto che il suo approccio ai copioni, il suo stile di messinscena e il suo modo di filmare corpi e paesaggi sia molto impegnativo e, a tratti, addirittura ostico va dislocato in un ambito filmico, teatrale e letterario che vanta un'eccelsa tradizione (Antonioni, Cechov, Pamuk). Sceneggiato come d'abitudine dallo stesso Ceylan insieme alla moglie Ebru, «Il regno d'inverno» resta fedele alla struttura, per così dire, flessibile del racconto per potere lasciare ai singoli spettatori la possibilità d'inseguire o meno la scia di scintille ambientali, relazionali e psicologiche che rischiarano a intermittenza uno scenario di solitudine e alienazione. Quasi sempre braccato dalla cinepresa, il protagonista ex attore, opinionista del giornale locale e gestore di un pittoresco hotel (Bilginer) s'estenua in continui conflitti con la bella moglie e la sorella divorziata, ma il mistero sta nella sua identità mai pedantemente investigata: piuttosto assediata da tensioni represse, malesseri forieri di una scomoda verità e inquietanti echi riferibili alle epocali contraddizioni della Turchia, dell'Europa e, perché no, del mondo. In ogni caso sarebbe, secondo noi, deludente risolvere questa suite di enigmatici e claustrofobici duelli in un banale bouquet di metafore: l'inappagata armonia di una coppia tra i cinquanta e i sessant'anni, l'antica saggezza minacciata dal moderno cinismo, il rimpianto del passato e la paura del futuro, l'immancabile scambio dei ruoli tra una (presunta) vittima e un (presunto) carnefice. L'unica figura retorica inequivocabile è quella dell'eternità della natura, onnipotente, che sovrasta le angosce concesse al breve tempo della vita degli uomini." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 9 ottobre 2014)

"E' un viaggio verso l'inverno della vita, quando all'impeto, alla passione, al desiderio di nuovo si sostituisce il bisogno di riflessione e di quiete; e la vera avventura diventa quella di trovare il coraggio di accettarsi per quel che si è. (...) Attraverso un succedersi di scene di impianto teatrale, Aydin, Nihal e Nicla si confrontano in lunghe discussioni etico culturali che, nonostante sembrino improntate a puro gusto speculativo, ne tradiscono frustrazioni e delusioni. Potrebbe venire in mente Bergman, ma Nuri Bilge CeyIan non scava nelle viscere, guarda piuttosto a Cechov intessendo la complessità inafferrabile della vita sui fili di una quotidianità priva in apparenza di eventi; e regalando, a dispetto delle oltre tre ore di durata, una coinvolgente esperienza di cinema. Colonna sonora affidata all'Andantino della Sonata 20 di Schubert, attori perfetti, sceneggiatura densa, 'Il regno di inverno', (Palma d'oro a Cannes) conferma che l'autore di 'C'era una volta in Anatolia' è davvero un grande." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 9 ottobre 2014)

"Capolavoro annunciato, la Palma d'oro di Cannes 2014 è un monumentale film sull'esistenza, universalmente chiusa tra i muri di un hotel sui monti dell'Anatolia, coperta da un'invalicabile coltre di neve invernale. (...) superlativo Haluk Bilginer (...). Sullo sfondo una società turca schizofrenica, permeata di povertà assoluta e alla disperata ricerca di un'identità plausibile. II maestro turco N.B. Ceylan completa un personale ciclo artistico e filosofico attraverso il cinema, pluripremiato nel mondo, specie sulla Croisette." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 9 ottobre 2014)

"Il titolo originale (Winter Sleep) è perfetto, anche per chi non sa l'inglese. Una pizza alla turca di oltre tre ore, ambientata nella nevosa Anatolia, dove non succede mai niente." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 9 ottobre 2014)

"Non 6 una Palma d'oro immeritata, quella conquistata al Festival di Cannes dal regista turco Nuri Bilge Ceylan. Però 'Winter Sleep' ('Letargo invernale' è il significativo titolo originale) non è neppure film per tutti. Niente azione né effetti speciali. Anzi, ritmo compassato per una storia che si snoda per tre ore concentrandosi su tre personaggi, costretti a convivere in un piccolo albergo sperduto tra le nevi nel cuore dell'Anatolia. Una chicca per chi ama il teatro al cinema, la guerra dei dialoghi, il duello tagliente tra anime contrapposte. (...) Storia cechoviana per parlare della Turchia di oggi, schiacciata da un'ingombrante cultura del passato." (Maurizio Turrioni, 'Famiglia Cristiana', 12 ottobre 2014)

"In un suo celebre scritto («Uscendo dal cinema») l'indimenticato semiologo francese Roland Barthes scriveva «L'autore deve riconoscere una cosa gli piace uscire da una sala cinematografica. Ritrovandosi nella via illuminata e un po'vuota, cammina in silenzio, un po' intorpidito, infagottato, infreddolito. Il suo corpo è diventato qualcosa di sopito, di dolce, di placido; molle come un gatto addormentato, si sente un po' disarticolato. Insomma, è evidente, egli esce da una ipnosi». È proprio così, con questa strana e impalpabile sensazione, con il progressivo «rientro» nella realtà dopo una seduta di ipnosi, che si sente lo spettatore all'uscita del nuovo capolavoro del regista turco Nudi Bilge Ceylan, il magnifico «II regno d'inverno - Winter Sleep». Si sente ancora nelle ossa il freddo di questo «inverno del nostro scontento» - che non si trasformerà mai nell'estate gloriosa sotto il sole di York -nel quale il regista di «C'era una volta in Anatolia» ci immerge per tre ore e venti minuti di grande cinema «bergmaniano». Ispirato ad alcuni racconti di Anton Cechov (soprattutto «La moglie» e «Brava gente» del quale prende a prestito interi brani di dialogo), al teatro di Shakespeare e al pensiero di Voltaire, «Winter Sleep» si presenta in primis come una grande riflessione sul tempo, sulla sua sospensione, sulla sua percezione nello spazio, sulla sua natura intermittente e «polverizzata» e cristallizzata nell'immobilità di un paesaggio invernale, tanto magnifico (i villaggi scavati nella roccia della Cappadocia), quanto temibile. E successivamente in una serie di riflessioni sulla solitudine, l'amore, la vita di coppia, le responsabilità personali, la ricchezza e la povertà, la religione: la vita. (...) Potente dal punto di vista narrativo, intenso nella recitazione, magnifico nell'ambientazione sia degli interni domestici chiaroscurati come nella pittura fiamminga che negli esterni del paesaggio innevato della inospitale steppa anatolica, sottolineato dalle note dell'Andantino della Sonata n. 20 di Schubert (Alfred Brendel al piano), «Winter Sleep» trova il suo centro di gravità all'incrocio tra l'infinitamente grande del paesaggio in cui sono immersi i personaggi, e l'infinitamente piccolo degli interni domestici dove si sviluppa il dramma. È nel cuore del protagonista, Aydin, che si nasconde il regno del suo inverno." (Andrea Frambosi, 'L'Eco di Bergamo', 15 ottobre 2014)
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