Il principio dell'incertezza

O principio da incerteza

PORTOGALLO, FRANCIA - 2002
Il ricco Antonio e José, detto 'Toro Blu', figlio dei domestici di famiglia, hanno sempre diviso tutto sin dall'infanzia. Anche i giochi amorosi hanno rafforzato il legame tra i due esseri: Antonio sposa Camila, la ragazza che José ha sempre amato e la tradisce con Vanessa, la socia di José in qualche strano affare. Il demonio decide di entrare nella storia e questi quattro destini incrociati si troveranno nelle fiamme.

CAST

NOTE

- IN CONCORSO AL FESTIVAL DI CANNES 2002

CRITICA

"Una ragazza che si prende per Giovanna d'Arco sposa un giovane ricco senza amarlo, semina lutti e infelicità, duella per una vita con una donna che è il suo contrario: una tenutaria corrotta, spregiudicata. E raffinata simulatrice, perché 'nella verità non c'è illusione mentre tutto ciò che è interessante è illusione'. Nell'ironico e funesto 'Il principio dell'incertezza' Manoel De Oliveira torna ad Agustina Bessa Luis, la scrittrice che gli ispirò il capolavoro 'La valle del peccato'. Paesaggi meravigliosi, regia implacabile, intelligenza scintillante. Come sempre". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 settembre 2002)

"Il 'principio dell'incertezza' è quello che governa la logica del Bene e produce i giochi del Male, arco di un'etica sociale messa in scena da Manoel de Oliveira come fosse una telenovela in cui melodramma e astrazione si tengono per mano. Come sempre il sublime gioco del maestro portoghese si distende nella limpidezza di un Cinema che risponde a una logica visiva in cui ogni immagine materializza un'idea, lasciando sfumare i concetti e sublimando le emozioni. Traendo spunto da un romanzo di Agustina Bessa-Luis, de Oliveira intreccia i destini dei suoi personaggi lavorando sulle ipotesi di verosimiglianza delle loro dinamiche morali, elaborandouna commedia che di scena in scena si apre al progressivo svelarsi della loro natura benigna/maligna (...) de Oliveira gioca con i risvolti della sua commedia, apre parentesi inattese, ipotizza torsioni noir, materializza un cinema che supera se stesso nello sconfinamento stilistico purificato da ogni sovrastruttura. Il gioco è alto, né potrebbe essere altrimenti trattandosi del lavoro di uno dei massimi registi viventi. La poesia e la filosofia si acquietano all'ombra della commedia e l'opera scorre limpida e chiara: normalmente deoliveriana". (Massimo Causo, 'Duel', 1 settembre 2002)

"Quello che rileva è proprio lo sguardo di de Oliveira, il disincanto del suo gioco. L'occhio del cinema è il solo punto fermo del film. Lo è anche in senso stretto. Per lo più, la macchina da presa resta fissa (quando si muove, in ogni caso non muta il piano di ripresa). Sovrana e certa, l'inquadratura tende e cattura in sé i personaggi, contrapponendo al loro precario entrare e uscire la signoria della propria immobilità. Pur con le loro parole ora altisonanti e ora banali, con le loro vite che s'incrociano e si contraddicono come se fossero padrone di sé, che cosa sono Camila, Vanessa, Antonio, Feliciano e gli altri, se non elementi appunto transitori, 'accidenti' con cui, distaccato e ironico, il cinema intreccia il proprio gioco?". (Roberto Escobar, 'Sole 24 Ore', 8 settembre 2002)
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