Il principe del deserto

Black Gold

FRANCIA, ITALIA, QATAR - 2011
Il principe del deserto
Arabia, inizio XX secolo. Nesib, emiro di Hobeika, e Amar, sultano di Salmaah, si sono dati battaglia in mezzo al deserto. Nesib, il vincitore, detta le condizioni: nessuno potrà reclamare i diritti sul lembo di terra di nessuno denominata "La Striscia Gialla" e, secondo l'usanza, a garanzia del trattato si prende in adozione i due figli maschi del rivale, Saleeh e Auda. Anni dopo, i due ragazzi sono cresciuti: Saleeh è diventato un coraggioso guerriero ansioso di tornare nella terra del padre, Auda, invece, è diventato un uomo di cultura, interessato ai libri e alla ricerca della conoscenza. Tuttavia, quando nella Striscia Gialla verrà scoperto il petrolio, la pace sancita anni prima, verrà messa in pericolo...
  • Durata: 130'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Tratto da: romanzo "La Sete Nera" di Hans Ruesch
  • Produzione: CARTHAGO FILMS S.A.R.L., THE DOHA FILM INSTITUTE, FRANCE 2 CINÉMA, PRIMA TV, QUINTA COMMUNICATIONS
  • Distribuzione: EAGLE PICTURES - DVD E BLU-RAY: EAGLE PICTURES HOME ENTERTAINMENT (2012)
  • Data uscita 23 Dicembre 2011

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CRITICA

"Lawrence d'Arabia dei poveri. (...) Annaud mixa romanzo e storia, pietas e melò ('essere un arabo è essere un cameriere al banchetto del mondo'), gira nella Primavera tunisina. Ma il film resta vecchio stile con Banderas in bandana. Predoni ed elicotteri in saldo, è un mix di Lean ed Ivory, una ballata selvaggia per Romeo e Giulietta alla Texan Oil." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 23 dicembre 2011)

"Innanzitutto, resistere alla tentazione di ribattezzarlo 'il Lawrence d'Arabia dei poveri'. Intanto, perché povero non è affatto: prodotto da Tarak Ben Ammar (proprio l'ex socio in affari di Silvio Berlusconi), è un kolossal da quaranta milioni di dollari. In secondo luogo perché, se è vero che Jean-Jacques Annaud resta molte lunghezze dietro il suo modello, David Lean, pure. 'Il principe del deserto' ha un respiro epico non da tutti i giorni, assortito a momenti di lirismo. Più che abbastanza, insomma, per passar sopra ad alcuni difetti da prodotto 'globalizzato': semplificazioni in sceneggiatura, un cast più bello a vedersi che omogeneo, qualche folklorismo arabeggiante. (...) Girato tra i deserti del Qatar e della Tunisia (proprio nei giorni della Rivoluzione dei Gelsomini), il film conferma quel talento del globe-trotter Annaud per i paesaggi e le storie straordinarie che lo ha sempre portato a spasso per il mondo (l'Indocina, il Tibet...) e per il tempo ('Il nome della rosa', 'La guerra del fuoco'...). Tratto dal romanzo 'La seta nera' di Hans Ruesch, scrittore svizzero un po' modello Hemingway, il film è disseminato di battute polemiche contro il culto occidentale della ricchezza (lo sfruttamento dell' 'oro nero') e a favore dei valori tradizionali (o, piuttosto, tribali). La sua ambizione vera, però, è di essere un 'epic' eroico e romantico, pieno di caratteri forti e di belle facce, di pericoli e di trepidazioni. Come ai tempi del suo modello, il Lean di 'Lawrence d'Arabia', il regista francese preferisce muovere masse di comparse in carne e ossa piuttosto che ricorrere alle facilitazioni degli effetti speciali. Ne ricava alcune sequenze assai belle: quella, soprattutto, della battaglia fra i cavalieri di Auda e i mezzi blindati del sultano; in apparenza la sfida di Davide contro Golia, ma non per il principe coraggioso impegnato nel suo romanzo di formazione. Superato il pregiudizio che un robusto film d'avventure sia qualcosa di démodé, abbandonarsi alle immagini è facile." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 23 dicembre 2011)

"«Essere un arabo è come essere un cameriere al banchetto del mondo», proclama l'emiro Banderas. La scoperta del petrolio nei paesi arabi, però, trasforma questo destino. Annaud racconta l'inevitabile sconvolgimento sociale attraverso la figura di due capi che battagliano, da anni, per una zona imprecisata che rivelerà un tesoro nascosto. Due uomini che guardano all'oro nero in modi opposti, coinvolgendo anche le proprie famiglie. Kolossal natalizio che durasse un pelino meno sarebbe molto più appetibile." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 23 dicembre 2011)

"Prodotto da Tarak Ben Ammar, budget di 40 milioni di dollari, girato tra il Qatar e la Tunisia in piena Rivoluzione dei Gelsomini, pone l'accento sulle tradizioni, l'onore e i clan, piuttosto che l'oro nero e i suoi derivati: dopo 'Sette anni in Tibet', dunque, tre decenni abbondanti in Arabia, con tutte le facilitazioni spettacolari del caso e l'omogeneizzazione per il palato globale (vedi cast il più autoctono è il francese Rahim...). Ok, dice Annaud, qui gli arabi non sono i soliti terroristi, ma questo 'Principe del deserto' scimmiotta 'Lawrence d'Arabia' e pesca il temibile 'Hidalgo': la causa (pan)araba ha il suo kolossal, ma il cinema?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 22 dicembre 2011)
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