Il piano di Maggie - A cosa servono gli uomini

Maggie's Plan

USA - 2015
Maggie Hardin è un'allegra e affidabile trentenne newyorkese, che lavora come insegnante e la sua vita è pianificata, organizzata e calcolata. Maggie, però, non ha molto successo in amore. Nonostante ciò, ha deciso comunque che è arrivato il momento di avere un figlio. Da sola. Ma quando conosce John Harding, uno scrittore/antropologo in crisi, Maggie s'innamora per la prima volta, e così è costretta a modificare il suo piano di diventare mamma. A rendere tutto ancora più complicato c'è il fatto che John è infelicemente sposato con Georgette Nørgaard, una brillante professoressa universitaria danese. Mentre i suoi amici, gli eccentrici ed esilaranti Tony e Felicia, stanno a osservare sarcasticamente dalle retrovie, Maggie mette in atto un nuovo piano che la lancia in un ardito triangolo amoroso con John e Georgette, e così le loro vite s'intrecciano e si uniscono in modi inaspettati e divertenti. Maggie apprende in prima persona che a volte il destino dovrebbe essere lasciato indisturbato.

CAST

NOTE

- SUPERVISIONE DELLE MUSICHE: ADAM HOROVITZ (BEASTIE BOYS).

- PRESENTATO AL 66. FESTIVAL DI BERLINO (2016) NELLA SEZIONE 'PANORAMA SPECIAL'.

CRITICA

"Rebecca, figlia di Arthur Miller (...), forse anche per nemesi paterna, sta dalla parte delle donne, spintonando i salti di generazione. Lo dimostra con una saltellante commedia dalla doppia anima che rimpiange i battibecchi di una volta tra Katharine Hepburn e Spencer Tracy ma intanto parla di oggi. Una prima parte indipendente, alla Baumbach (garantisce la presenza di Greta Gerwig), in nouvelle vague tematica (...) la seconda parte cincischiata dai complotti borghesi di signore (...). Tutto nutrito di cinema anche comico con battute bowling per far cadere i birilli delle sicurezze e una Julianne Moore che sullo schermo calamita sguardi: terzo lato, con Streep e Blanchett, della sacra trinità. Ethan Hawke è ultimo maschi o e vittima sacrificale (...) che dimostra fra chiari e oscuri oggetti del desiderio come gli affetti siano un pasticcio: aveva ragione Buñuel a sdoppiare l'eterno femminino in due." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 30 giugno 2016)

"(...) la prima novità: stavolta la giovane star del cinema indipendente, con la sua aria da finta tonta capace di rialzarsi sorridente anche se le passa sopra uno schiacciasassi, non fa l'eterna adolescente né è il centro assoluto del film, ma si muove dentro la trama paradossale e ben strutturata di una commedia sul fertile caos di tante famiglie e post-famiglie di oggi. La seconda novità è il nome (l'importanza) dei partner. L'uomo di cui si innamora è infatti Ethan Hawke. La donna a cui lo 'ruba', come si sarebbe detto una volta, è addirittura Julianne Moore (le differenze di età, e di status, entrano in qualche modo nella storia). Ma il centro del film non è la rivalità amorosa, al contrario. Sono le nuove (e magari solo sognate) forme di solidarietà femminile. Ovvero le difficoltà crescenti vissute da tante coppie al momento di fare figli. E soprattutto dopo, quando i figli crescono, i ménage scricchiolano, arrivano altri amori... Con la complicazione che oggi le donne i figli spesso se li fanno da sé, grazie a banche del seme e donatori. Che possono anche non essere anonimi, ma scelti nella cerchia delle amicizie. (...) versione aggiornata di quella 'commedia del rimatrimonio' che andava di moda già nella Hollywood anni 30-40 (la formula è del filosofo Stanley Cavell, massimo esegeta del genere). Niente di nuovo sotto il sole insomma. Provette e adozioni non cambiano l'amore. Ma a volte, è questa la scommessa del film, possono addirittura migliorarlo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 30 giugno 2016)

"Un espediente cui ricorreva la commedia hollywoodiana dell'età d'oro di Lubitsch e di Hawks era il 'ri-matrimonio'. (...) una maniera obliqua per raccontare in modo spigliato e disinvolto situazioni piccanti, extramatrimoniali, che il codice di autocensura degli studios avrebbe ostacolato se alla fine dei fuochi d'artificio non ci fosse stata la ricomposizione. Rebecca Miller (...) racconta un ri-matrimonio ma senza motivazioni che non siano quelle della commedia brillante/sentimentale moderna - Woody Allen insegna e prima di lui Neil Simon - dove tutti, uomini e donne, sono pieni di tic autoreferenziali e vivono nel terrore di contrarre impegni duraturi." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 30 giugno 2016)

"(...) 'Il piano di Maggie' è una sofisticata pochade ambientata nella New York intellettuale del Greenwich Village, dove ci si parla volentieri addosso, disquisendo di massimi sistemi e dimenticando di andare a prendere i figli a scuola. (...) Per la sua vocazione a manipolare le questioni di cuore, Maggie potrebbe somigliare un po' alla Emma di Jane Austen, non fosse che in lei non c'è alcuna traccia di pervicace sicumera. Sempre gentile d'animo, Maggie è un bizzarro cocktail di serenità e malinconia, ingenuità e saggezza, vaghezza e determinazione, semplicità e intuizione; e Greta Gerwig se ne rivela l'interprete ideale per la naturalezza con la quale ne metabolizza le tante contraddizioni. Facendo slittare i propri personaggi su un analogo, sfumato scivolo di ribaltamenti e ripensamenti, Ethan Hawke e Julianne Moore completano felicemente l'insolito triangolo; e la Miller gioca questo (molto contemporaneo) girotondo di confusione esistenziale con un'ironia e una leggerezza che lasciano trasparire un tessuto non banale di sentimenti." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 30 giugno 2016)

"(...) una commedia che parla di sentimenti instabili e precari molto contemporanei, coppie che si lasciano e si riprendono, solitudini che si sfiorano, desideri complessi. E di una città, New York, esplorata dalle case piene di libri di intellettuali, professori universitari che scrivono saggi, citano Zizek, discutono di Occupy e appaiono però terribilmente disarmati nel confronto con la vita di fronte ai figli persino troppo saggi nella rivendicazione caparbia dei loro diritti infantili. Più Cukor che Woody Allen, il primo e quasi obbligato riferimento per ogni sinfonia metropolitana dalle parti di Manhattan - pure se qui siamo nel nuovo quartiere chic di Williamsburg - 'Il piano di Maggie' vive nel rapporto intimo, di amorosa complicità con la sua protagonista, la Maggie del titolo e con l'attrice che la interpreta, Greta Gerwig, magnifica nel trovare gli accenti sempre giusti per renderne la gamma di sfumature. (...) C'è in Maggie molto della cronaca generazionale del 'mumblecore' di cui l'attrice è l'icona, anche se qui siamo forse un passo dopo, tra quegli stessi millennials cresciuti (o forse no) e però ancora inadeguati al mondo. Infanzia e età adulta, passaggi obbligati, situazioni comiche, paradossi, rischi e avventure delle famiglie allargate, uomo e donna: Miller sa maneggiarli con sapienza, umorismo e delicatezza, accorda la narrazione al movimento imprevisto delle esistenze seguendo una sua strada forse più tortuosa, di maggiore irrequietezza, che procede nel labirinto della sue storie. E che nell'arco di diversi anni disegna la sua erranza emozionale di allegra seduzione senza cadere in nessun automatismo «romantico», sempre imprevedibile come chi ne fa parte, uomini e donne che cercano, esitano, corrono, inseguendo il disegno di una costellazione amorosa ideale - il famoso «piano» - che però, ci dice la regista non esiste, perché nessun incontro specie amoroso è regolabile seguendo uno schema puramente logico. (...) Miller non giudica, piuttosto sorride, perché nell'impresa difficilissima che è cercare di essere felici, ciascuno se la cava come può, come in una danza una mattina di sole a Cenral Park pattinando sul ghiaccio." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 30 giugno 2016)

"Brillante commedia sofisticata newyorchese, 'II piano di Maggie' sorride a Woody Allen e a Noam Baumbach (anche per la presenza della Gerwig...) ma si distingue per l'afflato femminile / neo femminista della Miller, qui in una delle sue prove più riuscite della recente filmografia. II triangolo attoriale è magnifico ed esprime la miglior dialettica della 'screwball' contemporanea. Da gustare." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 30 giugno 2016)

"Il sottotitolo del film «A cosa servono gli uomini» (...), spiega bene la filosofia di una pellicola che racconta l'amore moderno trasformando gli uomini in marionette nelle mani delle donne. Il tutto raccontato con una brillantezza nei dialoghi, una ironia pungente, uno sguardo implacabile e raffinato sulla borghesia intellettuale americana, da rappresentare una piacevole sorpresa in mezzo a tanta fuffa. Sembra quasi una commedia di Allen o Baumbach, esaltata dalla bravura dei suoi protagonisti. Hawke è perfetto nei panni dello sballottato maschio, mai Alfa, incapace di soddisfare donne tormentate dal non capire mai, in realtà, il proprio volere. La Moore, come sempre, è perfetta nel dare profondità e ironia al suo personaggio, mentre la vera rivelazione è Greta Gerwing, ancora una volta ottima interprete di commedie indie. Insomma, un film al femminile che le signore non devono assolutamente perdere, ma che sarà utile anche agli spettatori maschi per capire meglio l'altra metà della mela." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 30 giugno 2016)

"Piacerà eccome. (...) il film di Rebecca Miller (...) soddisfa proprio a tutti i livelli. Come commedia degli equivoci, degli innamoramenti e disamoramenti corre via con la grazia e la malizia delle 'sophisticated' degli anni d'oro. Ma c'è anche una pungente satira dei radical chic della Grande Mela (quando mai i nostri cineasti avranno il coraggio di pungere i nostri radical?). E c'è anche un parco d'attori da paura. C'è Greta Gerwig (Maggie) che da noi è ancora perfetta sconosciuta, ma tra i raffinati di New York è mitica da parecchi anni (per merito o per colpa dei film interpretati finora, opere poco o per nulla esportate). Ma da notare anche la coppia di «amici» (Maya Rudolph e Bill Hader) sempre disastrosamente pronti a dare i consigli sbagliati. Ma la rivelazione sono Travis Fimmel e Ethan Hawke, apparentemente negati alla commedia. Fimmel è quello di 'Vikings'. Hawke è il solito pezzo di legno, ma la legnosità imprevedibilmente funziona. Perché sottolinea la sua totale inadeguatezza come oggetto di (doppio) desiderio." (Giorgio Carbone, 'Libero', 30 giugno 2016)

"Una bella commedia fuori dagli stereotipi (...) scuote il Festival dell'impegno sociale e politico. Applausi alla Berlinale per 'Maggie's Plan' di Rebecca Miller. (...) Stavolta Rebecca, figlia dello scrittore Arthur Miller e scrittrice a sua volta, indagando sulle scivolose dinamiche delle coppie di oggi, non è partita da una sua storia. Ha maneggiato il libro incompiuto di Karen Rinaldi. Ma nel copione ci ha messo del suo, ha dipinto i personaggi pescando nell'ambiente in cui è cresciuta. Siamo in una New York intellettuale a un tiro di schioppo da quella di Woody Allen. (...) Non c'è acrimonia femminista: ma è il film di una donna, scritto da una donna, e lo sguardo naturalmente è femminile." (Valerio Cappelli, 'Corriere della Sera', 16 febbraio 2016)
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