Il petroliere

There Will Be Blood

Il petroliere
USA, a cavallo tra '800 e '900. La scalata al successo economico di Daniel Plainview, un ambizioso minatore che dopo aver acquisito un prezioso giacimento petrolifero diviene uno spietato mercante di oro nero.
  • Altri titoli:
    Oil!
  • Durata: 158'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANAVISION PANAFLEX MILLENNIUM XL, PANAFLEX PLATINUM, 35 MM (1:2.35)
  • Tratto da: liberamente tratto dal romanzo "Petrolio!" di Upton Sinclair
  • Produzione: GHOULARDI FILM COMPANY, PARAMOUNT VANTAGE, MIRAMAX FILMS, SCOTT RUDIN PRODUCTIONS
  • Distribuzione: BUENA VISTA INTERNATIONAL ITALIA (2008)
  • Data uscita 15 Febbraio 2008

TRAILER

RECENSIONE

There Will Be Blood recita il titolo originale de Il petroliere, ritorno al cinema di Paul Thomas Anderson, regista e sceneggiatore (ispirato a Oil! di Upton Sinclair), e Daniel Day-Lewis, attore protagonista. Otto statuette potenziali agli Academy Awards, in concorso al festival di Berlino, premi (Golden Globe per Day-Lewis) e premietti rastrellati in giro per il mondo, Il petroliere ha fatto gridare al miracolo la critica, pron(t)a a salutarlo come il film dell'anno, il ruolo del millennio, masterpiece, astonishing, e via dicendo. Ebbene, non è così. Il sangue scorre infine, ma i 159 minuti sono a rischio trombosi. Se Rapacità, Il gigante, e tutti gli altri termini di paragone - anche Nosferatu, esplicitamente con il lungo e adunco Day-Lewis à la Max  Schreck di fronte al pozzo in fiamme - sono criticamente leciti, viceversa la sensazione è che Anderson abbia tentato la strada di un nuovo Quarto potere, cercando la consacrazione autoriale. Non vi è riuscito, e dovrebbe essere superfluo dichiararlo. In primis, ad Anderson manca continuità poetico-formale: se Il petroliere vorrebbe farsi - se non essere a priori - classico, al suo regista manca l'autorialità nell'accezione classica, ovvero la padronanza di una poetica e di uno stile. Slittamento temporale del setting del Petroliere a parte, da Sidney fin qui quale può essere considerato il Leitmotiv forma-contenuto di Anderson? Stilisticamente non lo rintracciamo, e dal punto di vista poetico forse l'unico fil rouge è il suo moralismo, da fustigatore delle pubbliche, ovvero privatissime, turpitudini degli Stati Uniti. Ritornando all'analogia con Quarto potere, l'insidiosissimo moralismo su grande schermo è tollerabile - in sparuti casi efficace - solo quando è modulato, ovvero distillato col contagocce: l'egocentrico Welles da regista e interprete seppe farlo, dirigendosi con sconcertante misura, Anderson fallisce lascandosi prendere la - e per - mano da Day-Lewis, con una progressione enfatica e iperbolica che leva respiro epico alle inquadrature in (s)favore di un'asfissia da one man show. In breve, c'è troppo Day-Lewis nel film, anzi il film è troppo Daniel Day-Lewis. Proprio la direzione d'attori, meglio d'attore, è l'unico passo a ritroso qualitativamente compiuto da Anderson nel suo corpus filmografico: se in Magnolia - pur sopravvalutato - aveva gestito con maestria l'ensemble d'attori, regalando a Cruise una delle sue prove migliori, qui finisce per essere succube del suo protagonista, permettendogli di divenire non il petroliere ma Il petroliere. All'epilogo emorragico, viscoso e grondante, ancorché tronfio, si giunge per accumulo, affastellamento di azioni, reazioni, presenze, estroversioni, soggiogamenti e accaparramenti di Day-Lewis. Non troppo dissimile l'utilizzo dello score di Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead. Anche qui la "materia prima" è ottima, ma quasi sciagurato l'uso che Anderson ne fa: se il cinema classico cui aspira richiede il contrappunto, questo non comporta musicalmente iterazione, intensificazione, sottolineatura e, indi, occlusione del canale uditivo per due ore e 40 minuti. Troppo. Che rimane? Un buon film, e un ottimo patricidio, quello di Day-Lewis nei confronti del Petroliere. Si potrebbe parlare, e a lungo, dei rimandi all'attualità (il pastore Paul Dano, nemesi di Day-Lewis, archetipo dei predicatori fanatici e fatui - soprattutto televisivi - dell'odierna Bible Belt...), del contemporaneo smarrimento identitario degli States, della Nascita di un nazione nel sangue, della proprietà privata, del libero arbitrio, della concezione demiurgica del film, della Wille zur Macht di Anderson e del petroliere, del rapporto padre-figlio, e via dicendo. Ma concludiamo citando Calvino, che nelle Lezioni americane elogiava la leggerezza contro: "la pesantezza, l'inerzia e l'opacità del mondo, qualità che s'attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle". Qualcuno non l'ha letto...
Federico Pontiggia

NOTE

- GOLDEN GLOBE 2008 PER IL MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA. ERA STATO CANDIDATO ANCHE COME MIGLIOR FILM DRAMMATICO.

- ORSO D'ARGENTO A PAUL THOMAS ANDERSON PER LA MIGLIOR REGIA E A JONNY GREENWOOD PER IL MIGLIOR CONTRIBUTO ARTISTICO (MUSICA) AL 58MO FESTIVAL DI BERLINO (2008).

- OSCAR 2008 A DANIEL DAY LEWIS COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA E A ROBERT ELSWIT PER LA MIGLIORE FOTOGRAFIA. IL FILM ERA STATO CANDIDATO ANCHE PER MIGLIOR FILM, REGIA, SCENEGGIATURA NON ORIGINALE, MONTAGGIO, SCENOGRAFIA, E SOUND EDITING (MATTHEW WOOD).

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2008 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2008 COME MIGLIOR FILM EXTRAEUROPEO.

CRITICA

"Uno strano oggetto molto personale il regista è il P.T. Anderson di 'Magnolia', di 'Boogie Nights', di 'Ubriaco d'amore', che qui cambia ancora una volta metodo e stile tratto da un romanzo politico anni '30 dell'impegnato pton Sinclair, 'Oil!', ma così pieno di musica e di metafore e di trasparenti allusioni al presente che potrebbe essere un'opera lirica moderna (la maestosa partitura che scandisce le immagini è firmata da Jonny Greenwood dei Radiohead). O un apologo brechtiano sul potere economico e religioso, colti nei loro più perversi intrecci, risciacquato nelle acque tempestose del grande cinema americano. Questo Petroliere incarnato con forza quasi minerale dallo strepitoso Daniel Day Lewis è infatti l'ultimo erede di quella lunga galleria di predatori con cui il cinema ha raccontato la costruzione dell'America moderna. Ma Anderson, che dal romanzo-fiume di Sinclair ha preso solo le prime 150 pagine, è abilissimo nell'accompagnare le gesta del suo protagonista con un percorso interiore fatto di rabbia, solitudine, distruzione. (...) Sarà difficile, malgrado le molte candidature agli Oscar, che 'Il petroliere', in originale 'There Will Be Blood', 'Scorrerà il sangue', conquisti le grandi platee, sempre più affamate di facilità e consolazione. Ma l'ambizione del progetto, così americano, e la bontà dell'interpretazione di Daniel Day Lewis, che non nasconde di essersi rifatto alla voce imperiosa e antica di John Huston, dovrebbero garantire l'attenzione che merita a questo film eccessivo e crudele, visionario e grandioso come il suo protagonista. E come il cinema oggi sa essere sempre più di rado." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 9 febbraio 2008)

"Scritto e diretto da Paul Thomas Anderson, già vincitore con 'Magnolia' dell'Orso d'oro 2001, 'Il petroliere' riprende parte di 'Oil!', 150 pagine diventano quasi tre ore di proiezione. Chi non abbia interesse per la mitologia della frontiera, si astenga. Per collocare 'Il petroliere' come ricostruzione d'epoca (mirabili i costumi di Mark Bridges), si potrebbe vederci il prologo di 'Chinatown' di Roman Polanski; invece, quanto all'ambizione di definire il magnate che, facendosi da sé, ha fatto anche l'America: siamo dalle parti dell'
'Uomo che non sapeva amare' di Edward Dmytrik e del suo prologo, apparso successivamente: 'Nevada Smith' di Henry Hathaway. L'orso d'oro 2008 ha così da ieri - al secondo giorno di proiezioni e al primo grosso film in concorso - un primo serio aspirante: 'Il petroliere' concilierebbe l'esigenza autoriale (sceneggiatore e regista sono la stessa persona) delle giurie con quella spettacolare del pubblico. Questo film senza donne potrebbe avvantaggiarsi della giuria berlinese senza più Sandrine Bonnaire e Susanne Bier. Varrà però contro di lui il principio che ha reso i grossi festival simili al festival di Castrocaro, dove si premiano solo le voci nuove." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 9 febbraio 2008)

"Il regista Paul Thomas Anderson (quello di 'Boogie Nights', di 'Magnolia' e del più recente, e più deludente,
ù'Ubriaco d'amore') ha sfrondato il romanzo 'Petrolio!' di Upton Sinclair di tutta la parte politica sullo scandalo Harding e dell'umanitarismo socialista a favore dei lavoratori per concentrarsi sulla figura di Plainview. In questo modo lo spirito epico di un periodo di svolta per la civiltà americana, con l'innovazione modernizzatrice che passa attraverso il trivellamento (lo sventramento?) dei territori della frontiera, viene riassunto nello scavo dentro le ossessioni di un uomo che piano piano sostituisce l'entusiasmo con l'avidità e il rispetto con l'egoismo. Girato in Cinemascope e in scenari di ruvida bellezza, il film finisce così per concentrarsi sulla faccia di Daniel Day-Lewis, davvero ammirevole nel lavoro mimetico che gli permette di esprimere con la forza dello sguardo, l'incurvatura del corpo, la mobilità delle mani quello che stava trasformando lo spirito e l'animo di tutta una nazione. Anderson sembra non volersi staccare mai dal suo attore, lo pedina con lunghe carrellate laterali, lo inquadra in primissimo piano come per incorniciare quello che accade sullo sfondo e a volte sembra perdere di vista il flusso del racconto. O, meglio, finisce per sottolineare soprattutto uno dei protagonisti in scena, affascinato dall'attore che lo interpreta e insieme ossessionato dalla determinazione del personaggio che incarna. I meriti e i difetti del film sono tutti qui, nella prova forse troppo grande di Daniel Day-Lewis e nello sforzo che fa il regista per non perderne nemmeno un grammo (il film dura 158 minuti), a scapito dei personaggi - il «figlio», il predicatore invasato, il falso fratello, l'assistente - e dei temi - gli affetti, la superstizione, l'avidità - che pure sono presenti nel film." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 9 febbraio 2008)

"E' il racconto delle radici primitive, delle origini di un capitalismo selvaggio che finiscono per essere sovrastrutture materiali di potere, di necessità di violento dominio in barba al senso della vita e ai basilari sentimenti d'affetto verso il prossimo. Plainview "venderebbe anche la madre pur di...", intanto attorno a lui si creano le basi per la frontiera geografico/politica di più recente nascita, quella americana, imbevuta di fanatico revivalismo religioso e prepotente lotta di competizione economica senza regole. Fondamenta di un dna culturale dallo strascico sociale che ancora decide gli indirizzi politici dei governanti statunitensi odierni." (Davide Turrini, 'Liberazione', 9 febbraio 2008)

"Parte della critica ha descritto 'There will be blood' come un film che tenta di raccontare la famiglia e la religione negli Stati Uniti all'inizio del XX secolo. Il co-protagonista è il giovane e bravo Paul Dano che interpreta la figura ambigua di un giovane pastore evangelico che inizialmente tenta di redimere Plainview per poi rivelarsi anch'esso assetato di denaro. 'There will be blood' è stato candidato ad otto Oscar. Ma questa pellicola prima di tutto ha confermato che Daniel Day Lewis, già insignito del Golden Globe per questa interpretazione, è un attore in grado di trasformare in eroe, positivo o negativo che sia, qualunque personaggio interpreti." (Vincenzo Savignano, 'Avvenire', 9 febbraio 2008)

"'Il Petroliere' è un film al tempo stesso epico e minimale. Il primo quarto d'ora - magistrale! - sembra un cortometraggio muto di Griffith, altro regista che sul capitalismo e sulla nascita delle nazioni aveva idee ben precise. (...) E la storia è sempre quella - molto cinematografica - di un uomo solo schiacciato dalla propria ricchezza. In questo il cinema è spesso inferiore alla realtà, perché i grandi capitalisti non sono mai soli: sono uomini di apparato e di relazioni, anche quando sembrano matti come Hughes, e il rischio è sempre quello di restituirne una visione fin troppo romantica. Proprio per questo il personaggio più inquietante del 'Petroliere' finisce per essere non Plainview, che Lewis rende con gigioneria a volte eccessiva, ma il giovane predicatore Eli Sunday interpretato da un prodigioso 23enne che si chiama Paul Dano." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 9 febbraio 2008)

"L'altro nascente del cinema americano più che hollywoodiano, il narratore più affascinante del momento, Paul Thomas Anderson, per la prima volta alle prese con un romanzo da reinventare sullo schermo, e fuori dalla foresta conosciuta come Los Angeles, tra i deserti petroliferi dei 'Citizen Kane' di San Louis Obispo, ne ha voluto fare un 'Novecento' californiano e non solo per l'argomento e la durata, 2 ore e 38', o per la superba qualità artistica delle immagini visive e sonore, che combattono tra di loro come hate e love dentro il Mitchum di 'Il terrore corre sul fiume', grazie alle rapsodie elettroniche, meravigliosamente invadenti e pertinenti, di Jonny 'Radiohead' Greenwood. Credo che per la prima volta nativi e californios, wobblies e operai triturati dallo sviluppo, Zorro e Chavez, abbiano trovato in un film qualche motivo per sentirsi, da revenant, spettri un pochino vendicati. Che carogne quelli che fecero la conquista del West." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 9 febbraio 2008)

"Il film ha qualcosa di distaccato e lontano che non somiglia alle opere precedenti di Anderson ('Sidney',
'Boogie Nights', 'Magnolia') ma che cerca e trova una forza inconsueta, energia mai vista." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 15 febbraio 2008)

"Stavolta non c'è lieto fine. A vincere è il male sotto le spoglie di un petroliere avido, misantropo e spregiudicato. Ma è una vittoria amarissima pagata a caro prezzo, che appare come una disfatta totale dal punto di vista umano. Non c'è nulla di esaltante e di invidiabile nel personaggio di Daniel Plainview, per il quale, al termine di un'esistenza vissuta nella ricerca spasmodica del guadagno, non c'è possibilità di redenzione. Viene rifiutata persino l'ultima opportunità fornitagli dall'orfano, ormai adulto, che aveva preso con sé in tenera età. Per questo il film Il petroliere - firmato dal giovane, e già maturo regista statunitense Paul Thomas Anderson, apprezzato per Magnolia - si presenta come una impietosa parabola del disfacimento morale di un uomo. Non solo. Grazie al personaggio del falso predicatore, che diventa l'alter ego del protagonista, siamo anche dinanzi a una denuncia del proselitismo pseudoreligioso compiuto dal cialtrone di turno che s'approfitta della credulità e dell'ignoranza della povera gente. La lotta tra questi, che parla a nome di un dio a suo uso e consumo, e il petroliere, il quale non ha altri scopi se non l'arricchimento, solo apparentemente si presenta come una battaglia tra il bene e il male. I due sono troppo simili: il primo non è meno scaltro e cinico del secondo. E se il nero è il colore che fa da sfondo alla narrazione - nero come il petrolio strappato alle viscere della terra, nero come la coscienza sporca di Daniel Plainview accecato dalla brama del possesso - la scena si macchia spesso di rosso. Non a caso, del resto, il titolo originale della pellicola è "There will be blood" (Ci sarà sangue). (...) Tratto dal romanzo di Upton Sinclair Oil! del 1927, Il petroliere - fresco vincitore del premio per la miglior regia al festival di Berlino, al quale si presentava forte del Golden Globe assegnato a Daniel Day-Lewis come migliore attore protagonista e di otto candidature all'Oscar - è un film che si richiama al filone epico del cinema americano, quello che raccontava la frontiera dura e selvaggia, in cui dettava legge il più forte e arrogante. Lo fa in maniera cruda, a tratti spettacolare, con qualche pausa narrativa di troppo pagata alla bravura del protagonista. Ciononostante - tra ruvidi paesaggi, sperdute fattorie, pozzi e trivelle - il regista regala sprazzi di grande cinema, permettendosi persino il lusso di un inizio con quindici minuti privi di dialoghi. In ultima analisi, Anderson racconta la storia del male che si insinua inesorabilmente in un uomo, distruggendolo interiormente. Nell'ascesa del cinico protagonista - metafora delle brutture del capitalismo americano delle origini - si coglie il dramma di una vita incapace di trovare un senso e che non sa riscattarsi. A volte il cinema riesce a far simpatizzare anche con personaggi poco limpidi. Qui però non c'è, e non può esserci, empatia con Plainview, malvagio perdente per il quale si nutre solo repulsione." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 21 febbraio 2008)
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