Il Pap'occhio

ITALIA - 1980
Preoccupato per l'aumento del numero dei buddisti e per il dilagare tra i giovani delle serate in discoteca, il Papa decide di passare alla controffensiva. L'idea rivoluzionaria potrebbe essere quella di un'emittente vaticana che trasmetta programmi innovativi in mondovisione. Per l'occasione, il Papa affida la regia a Martin Scorsese e chiede a Renzo Arbore e alla sua compagnia di allestire uno spettacolo. Benché sia in rotta con Benigni da qualche tempo, Arbore accetta e trasferisce tutta la sua troupe in Vaticano per iniziare le prove. Benigni, però, ha deciso di tradire Renzo, vendendolo in cambio di trenta denari al Cardinale Richelieu, ma non riesce a far sì che qualcuno del gruppo dica delle parolacce in. Lo spettacolo ha finalmente inizio, ma forse non si tratta di quello che il Papa e i suoi cardinali si aspettavano e a "Dio" non resta che intervenire di persona...

CAST

NOTE

- DELEGATO RAI ALLA PRODUZIONE: UGO PORCELLI.

- REVISIONE MINISTERO OTTOBRE 1994.

CRITICA

"Chi si contenta gode anche del 'Pap'occhio', che è un po' diverso dalla 'Corazzata Potemkin'. Nonostante la sua pasticciata struttura televisiva, e certi personaggi dell' 'Altra domenica' siano ingiustamente sacrificati (pensiamo soprattutto a Marenco), il filmino infatti compensa la fragilità dell'assunto, le zone di stanca, e il goliardismo dell'insieme, con scenette spiritose, ironici ammicchi a film famosi e innocue profanazioni. Se qualche battuta apppartiene al vecchio repertorio anticlericale, ma rinfrescato con letizia, talvolta 'Il pap'
occhio' ha, oltre le musiche simpatiche, gags felici." (Giovanni Grazzini, 'Corriere della Sera', 20 settembre 1980)

"Se l'umorismo è il genere più difficile del cinema, l'umorismo fatto a spese dei valori, delle persone e delle istituzioni della religione è pressoché impossibile. Esso, infatti, per non scadere nell'irriverenza, nel vilipendio e nel blasfemo esige due cose fondamentali: genialità e fede, capacità di inventare soluzioni spettacolari non irriguardose e preoccupazione sincera di non ledere, sia pure preterintenzionalmente, una materia alla quale si è attaccati. Non va disatteso, inoltre, il fatto che la religione è una realtà universale; è un tesoro di cui vivono milioni di credenti che ne sono giustamente gelosi. I responsabili di una commedia parodistica in cose religiose debbono, per conseguenza, oltre che essere all'altezza di realizzare un prodotto obiettivamente non dissacratore, essere anche coscienti della delicatezza dei recettori a riguardo del mondo spirituale che invadono. 'Il Pap'occhio' è, in primo luogo, uno spettacolo cabarettistico che non si regge da nessuno dei profili sotto i quali può venire esaminato da una pacata critica cinematografica. Le tecniche di ripresa sono dilettantistiche: fotografia pessima, montaggio inesistente, misura dei tempi sempre sballata, recitazioni burattinesche, esistenza e rispetto di un copione nulli. I numeri di cui si compone lo spettacolo in gran parte sono 'non attinenti al tema', tali da ingenerare il facile sospetto che si tratti di un materiale pigramente tratto da idee giacenti in un generico cassetto e in attesa di una collocazione. E' da riconoscere, tuttavia, che se qualche scena strappa uno sporadico sorriso, è proprio di quelle appartenenti a questo bavaglio 'fuori sacco'. In quanto poi ai numeri che si possono chiamare 'attinenti al presupposto narrativo', essi sono quanto meno dozzinali, privi di estro in se stessi oltre che proposti con una faciloneria da farsa goliardica." (Segnalazioni cinematografiche", vol. 89, 1980)

"Si tratta della riedizione di un film che uscì nelle sale cinematografiche nel 1980, provocando accese polemiche da parte di chi vi intravide il reato di vilipendio della religione e finendo con lo scomparire ben presto dall'attenzione e dal ricordo dello spettatore. La riproposta a distanza di quasi vent'anni assume un preciso significato di testimonianza storica, una sorta di 'come eravamo', che consente di mettere meglio a fuoco un momento di passaggio cruciale per la cultura e la società italiana: tra fine anni '70 e primi anni '80, le televisioni private cominciano ad entrare nella mente e nelle abitudini del telespettatore, allargando l'offerta sul piano quantitativo ma non altrettanto su quello qualitativo, mentre al cinema si affermano i cosiddetti 'nuovi comici' (Verdone e, a seguire, Benigni, Troisi, Nuti) che, sul grande schermo, ripetono le gag e i tipi che li hanno imposti su quello piccolo. Su queste basi nasce anche "Il Pap'occhio", intorno al quale Arbore raduna tutti gli amici già collaudati in trasmissioni tipo 'Alto gradimento' o 'L'altra domenica' e che viene strutturato come una serie di siparietti offerti all'estro di ciascuno. Per dare poi pretesto narrativo alle varie scenette, Arbore sceglie il Vaticano e la decisione presa dal Papa di dare l'avvio ad una televisione vaticana, che consenta di avvicinare meglio i gusti e le abitudini di una gioventù in fase di trasformazione." (Segnalazioni cinematografiche, vol. 126, 1998)
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