Il padre dei miei figli

Le père de mes enfants

FRANCIA, GERMANIA - 2009
3/5
Il padre dei miei figli
Il regista Grégoire Canvel può dirsi un uomo di successo: ha una bella moglie, tre splendidi figli e un lavoro che gli dà enormi soddisfazioni. Iperattivo e inarrestabile quando è alla Moon Films, la sua casa di produzione, Grégoire si ferma solo nei fine settimana, dedicati esclusivamente alla sua famiglia. Poi, un giorno, l'uomo ha un brusco risveglio. La sua casa di produzione è in perdita per troppi debiti e progetti azzardati. Inizia così per lui una lenta discesa verso la disperazione a causa dell'insuccesso e della stanchezza.
  • Altri titoli:
    The Father of My Children
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: LES FILMS PELLÉAS, 27 FILMS PRODUCTION, ARTE FRANCE CINÉMA
  • Distribuzione: TEODORA FILM (2010) - DVD: CG HOME VIDEO - COLLECTOR'S EDITION (2010)
  • Data uscita 11 Giugno 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Sempre di fretta, (quasi) sempre all’altezza, con charme e su un doppio fronte: professionale e affettivo. Grégoire Canvel (Louis-Do de Lencquesaing) è così, solo ma empaticamente con gli altri: la sua casa di produzione, sua moglie e le tre bambine. C’è un problema, però: quanto si muove, anche egoisticamente, e quanto, viceversa, è mosso dagli altri? A un certo punto, complici gravi problemi finanziari, la misura diventa colma, le energie si ribellano, corrompono dentro, fanno male, anzi fanno la fine, forse inconsulta, comunque ineffabile. Ma se Grégoire se ne va, non smette di farsi amare, ispirare, guidare: alla ribalta, la moglie (Chiara Caselli), che ne accoglie la doppia eredità.
E’ Il padre dei miei figli, opera seconda di Mia Hansen-Løve, già attrice e compagna per Olivier Assayas, Prix Delluc a 26 anni per l’esordio Tout est pardonné e qui Premio Speciale della Giuria di Un Certain Regard a Cannes 2009. Se dietro Canvel si cela la figura di Humbert Balsan, morto suicida nel 2005, che avrebbe dovuto appunto produrre il suo esordio, l’omaggio della giovane regista è pudico, sobrio, pieno di grazia e compunzione, almeno fino al lutto. Poi l’affido alla moglie squassa narrativamente il film, che molla la sottrazione e cerca la quadratura edificante, persino l’agiografia di una vedova, dopo aver eluso quella del marito.
Si sfiora il melodramma, ma per fortuna ci sono le bambine, anzi le adolescenti già indagate fragili e inquiete in Tout est pardonné: sono loro il futuro umano e il furore artistico di Grégoire, loro il centro della commozione del Padre. La madre vorrà portare avanti la compagnia, la figlia rabbiosamente vorrà farla finita con quel carrozzone, stigmatizzando, pur affettivamente, l’egocentrismo di papà e la sua ossessione professionale. Che rimane? Un pugno nello stomaco, che nasce dal cinema, quello d’arte che fa la fama ma anche la fame, e un ritratto di famiglia orfano di paternità, non di umanità. E’ questo l’amore di Mia.

NOTE

- PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA AL 62. FESTIVAL DI CANNES (2009) NELLA SEZIONE 'UN CERTAIN REGARD' EX-AEQUO CON "I GATTI PERSIANI" DI BAHMAN GHOBADI.

CRITICA

"'Le Père de mes enfants', continua la ricerca dichiarata nel primo, un cinema di scrittura che si appunta sulla vita dei personaggi, con spunti cinefili (la malattia del critico), qui ancora più dichiarati visto che il cinema è il centro del film, nella figura di un produttore indipendente ammirato per il coraggio e la caparbia (Louis Do de Lencquesaing) che lo sostengono in un'impresa divenuta sempre più difficile: fare i film che si amano. Gregoire Canvel, questo il suo nome, ha una moglie splendida - Chiara Caselli, molto intensa in un ruolo per lei inusuale di madre - e tre figli adorati. Lavoro frenetico, fine settimana in campagna, la società di produzione che tutti ammirano. Finché la realtà, che è meno lineare di questa superificie, esplode, i debiti lo soffocano, Gregoire decide di sparire dal mondo ..." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 20 maggio 2009)

"Solo a Parigi. Una giovane regista al secondo film rievoca (senza mai nominarlo) la figura elegante, malinconica e sempre sorprendente di colui che avrebbe dovuto produrre il suo debutto, morto suicida nel 2005. Nel film si chiama Grégoire, nella realtà si chiamava Humbert Balsan e nel cinema non solo francese era un mito. (...) Mia Hansen-Løve, pure lei ex attrice e critica, non pretende di dare risposte ma rievoca il personaggio e la sua energia, in ufficio come a casa, in viaggio con la famiglia (struggente parentesi a Ravenna) così come sul set dei suoi film, con tanta esattezza e insieme pudore da fare del 'Padre dei miei figli' uno dei film più intensi e spiazzanti della stagione. Anche perché Grégoire si spara a metà film e tutto il resto è dedicato al tentativo di sua moglie (Chiara Caselli, sempre bravissima, altra attrice che stiamo perdendo) e delle figlie di capire, reagire, sopravvivere. Muovendosi su più fronti naturalmente, perché c'è un'azienda da salvare, un'eredità anche artistica di cui farsi carico, una seconda famiglia (i suoi collaboratori) con cui fare i conti. E anche qualche vero e proprio segreto, insieme doloroso e prezioso. Il tutto condotto controtempo, giocando il distacco e l'allusione contro il pathos e le scene madri, fino a spremere più emozione e inteligenza di tanti mélo. Un gran bel film, che visto da qui suscita anche nostalgia per abitudini, valori, intensità, che nel nostro post-paese sembrano un sogno." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 giugno 2010)

"Il cinema ci ha regalato diversi ritratti di produttori cinematografici, spesso raffigurati come dei personaggi eccessivi e sprezzanti dell'arte, anche quando eclettici e illuminati. Basti pensare, tra i tanti, al produttore americano di 'Lo stato delle cose' di Wim Wenders, oppure a quello godardiano di 'Il disprezzo'. Il ritratto che ci regala questa giovane regista, al suo secondo film, è invece diverso, perché compassionevole, dolce e intimo. Il film è dedicato alla figura del produttore francese Humbert Balsan (e alla sua casa di produzione Ognon Pictures), che qualche anno fa si tolse la vita nel mezzo di una crisi finanziaria, acuita dalle richieste impossibili del regista ungherese Bela Tarr che stava girando un film per la Ognon. Balsan è stato una figura importante per il cinema europeo, avendo sostenuto e prodotto registi del calibro di Youssef Chahine. Mia Hansen-Løve lo incontrò poco prima della sua morte e questo è il suo omaggio, sentito e affascinante." (Dario Zonta, 'L'Unità', 11 giugno 2010)
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