Il nastro bianco

Das weisse Band

FRANCIA, ITALIA, GERMANIA, AUSTRIA - 2009
5/5
Il nastro bianco
Germania del Nord, 1913-14. In un villaggio protestante alcuni studenti, componenti di un coro diretto da uno degli insegnati, sono testimoni con le loro famiglie di una serie di strani incidenti che ben presto iniziano ad apparire come rituali punitivi.
  • Altri titoli:
    Das weiße Band
    The White Ribbon
    Le ruban blanc
  • Durata: 145'
  • Colore: B/N
  • Genere: DRAMMATICO, GUERRA
  • Specifiche tecniche: (1.1:85)
  • Produzione: X FILME CREATIVE POOL, LES FILMS DU LOSANGE, WEGA FILM, LUCKY RED
  • Distribuzione: LUCKY RED - DVD E BLU RAY: LUCKY RED HOME VIDEO (2010)
  • Data uscita 30 Ottobre 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
La storia di un microcosmo, quello della comunità rurale di Eichwald, per delineare alcune tendenze caratteriali e culturali della Germania all'alba della Prima Guerra Mondiale che spiegherebbero i successivi 30 anni della storia tedesca. E' Il nastro bianco di Michael Haneke, in concorso al 62esimo Festival di Cannes. Attraverso la triste voce over (Ernst Jacobi) del maestro del villaggio (Christian Friedel), che ne da' ormai anziano resoconto memoriale, sullo schermo sono gli eventi tragici che colpiscono la comunità, in gran parte alle dipendenze materiali del Barone (Ulrich Tukur) e quelle "spirituali" del pastore protestante (Burghart Klaussner), che domina sui bambini. La serie sfortunata parte, aprendo il film, dall'incidente a cavallo di cui è vittima il dottore (Rainer Bock), scaraventato a terra da una corda tesa tra due alberi. Di lì a poco, la moglie di un contadino morirà precipitando da un soppalco: incolpandolo per l'accaduto, il figlio devasterà un campo di cavoli del Barone, e il figlio dell'aristocratico verrà poi trovato legato e malmenato. Nel frattempo, la vita del paesino scorre tra violenza, fisica e verbale, malessere e usurpazione: dalla crudeltà del pastore nei confronti dei figli alle domande sulla morte rivolte alla tata - scena magnifica - da un bambino, che scoprirà brutalmente che la madre non è in viaggio ma defunta. Inizialmente mostrati nella loro innocenza, anche i bambini sono progressivamente contaminati dalla decadenza morale dei genitori, che, del resto, quell'innocenza mal tolleravano. Unica nota dissonante, in un panorama che contempla pure sessismo e pedofilia, la tenera corte del 30enne maestro all'adolescente Eva (Leonie Benesch, formidabile). Mentre le avvisaglie della guerra si fanno più forti, la primavera del 1914 è per il villaggio il risveglio della crudeltà: una teoria di violenze efferate cancella la residua convivenza possibile... Splendidamente fotografato da Christian Berger con un bianco e nero profondo e risoluto, fedelmente ricostruito nelle scenografie di Christoph Kanter, Il nastro bianco (ironica allusione all'innocenza che non c'è) è un film a tesi - subito esplicitata: il torbido acquario da cui si alzerà l'Onda nazista - e insieme un altro capitolo della filmografia di Haneke sul senso di colpa della civiltà giudaico-cristiana. Il regista austriaco torna a (di)mostrare di non credere nella bontà dell'uomo: è questa l'autentica soluzione del thriller, che viceversa, come già in Niente da nascondere non ne ha una - almeno definitiva - sul piano narrativo. Proprio perchè ad Haneke, e pure a noi, non interessa. L'humus socio-culturale della violenza non ha generato solo il Nazismo, ma è alla base - precisa Haneke - di ogni fondamentalismo, che nasce dall'assolutizzazione di un ideale, religioso o politico: una valenza paradigmatica che ne Il nastro bianco è lecito, se non palese, riscontrare, ma la freddezza intellettuale della forma, pur superba, rischia di confutarne la presa emotiva. Ma rimane uno straordinario album (fotografico) sul nostro senso di colpa.

NOTE

- PALMA D'ORO AL 62. FESTIVAL DI CANNES (2009), DOVE HA RICEVUTO ANCHE LA MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA ECUMENICA.

- GOLDEN GLOBE 2010 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2010 PER: MIGLIOR FILM STRANIERO, FOTOGRAFIA.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2010 COME MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2010 COME MIGLIOR FILM EUROPEO.

CRITICA

"Un forte significato simbolico è quello che Michael Haneke mette nel suo 'Das weisse Band' ('Il nastro bianco'), fluviale ricostruzione di un anno di vita, alla vigilia della Prima guerra mondiale, in un paesino rurale della Germania del Nord. La vita ordinata di tutti i giorni, fatta di rispetto delle gerarchie, timore religioso e duro lavoro per sopravvivere viene messa in discussione da alcuni misteriosi atti di violenza che fanno venire in superficie una violenza e una rabbia diffuse. E che Haneke racconta senza aggiungere spiegazioni ma per insinuare nello spettatore il dubbio che un ambiente troppo sicuro dei propri valori finisca per generare anticorpi mostruosi." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 22 maggio 2009)

"Il mondo di Michael Haneke ('Funny Games', 'La pianista'), regista tedesco di origini austriache per la sesta volta in concorso a Cannes, è popolato di mistero e inquietudine e ha per protagonisti i bambini: 'Il nastro bianco', girato in bianco e nero e coprodotto dalla Lucky Red, ha ricevuto sulla Croisette molti applausi. Il film è ambientato nel 1913 in un paese di campagna della Germania del nord, dove i comportamenti irrazionali e violenti degli adulti si riverberano sui giovanissimi, rendendoli protagonisti o testimoni di fatti atroci, apparentemente inspiegabili. Quei bambini, quei ragazzi domani indosseranno le divise delle Ss. La tesi del regista è che l'educazione assolutista produce una deriva incontrollabile che porta al terrorismo, al fanatismo religioso, al nazismo." (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 22 maggio 2009)

"Non c'è niente da fare, Michael Haneke è un regista che sa come disturbare la mente dei suoi spettatori. Da buon studioso di Freud, sa che l'orrore non necessariamente va fatto vedere, basta lasciarlo aleggiare, coltivarlo in vitro, darne presagio ed egli darà comunque i suoi frutti. (...) Gelido, teso, morboso, 'Das Weisse Band' fotografa un pezzo d'Europa al bordo della catastrofe, di quel lavacro di sangue che sarà il primo conflitto mondiale che muterà radicamente i destini dell'Occidente. (...) Gelido e tagliente come la lama di un coltello, Haneke va ancora una volta a fondo nelle viscere delle nostre menti, restituendoci un film meno accattivante dei suoi precedenti, ma se possibile ancora più spietato. Gli applausi in sala stampa mettono 'Das Weisse Band' fra i candidati ai premi, magari minori, di questa 62ma edizione di Cannes." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 22 maggio 2009)

"'Il nastro bianco' ('Das weisse band') del regista austriaco (ma nato a Monaco) Michael Haneke, in gara, kolossal in bianco e nero di 2 ore e 25', pensato inizialmente come miniserie tv in tre parti, flash-back storico sulla genesi della disumanità, è un film che illustra 'un sistema di educazione dal quale è emersa la generazione nazista', secondo il regista che ha presentato a Cannes nel '97 'Funny Games' e 'La pianista', Gran premio della giuria 2001, premiato anche per la migliore interpretazione di Isabelle Huppert. Attirato dalle dinamiche della perversione, Haneke (studioso di filosofia, psicologia e regista di teatro) realizza un film collettivo composto di quadri fissi, una sequenza di fatti ordinari disturbati da strani, perturbanti episodi in un crescendo di misteri e orrori inspiegabili. (...) È 'Il gioco dei bambini' di James G. Ballard che aleggia, il seme della violenza non colpisce però solo gli adulti responsabili ma si rivolge ai più deboli, vittime delle vittime. Ecco come nasce un soldatino nazista, il torturatore torturato, il futuro soldato del terzo Reich. E non si può dimenticare 'Education for Death', il corto di animazione che Walt Disney realizzò nel 1943, quando gli Studios di Burbank erano a servizio di Roosevelt. Un incubo fiammeggiante a cartoni animati tratto dal libro di Gregor Ziemer, pedagogista americano di stanza a Berlino che scrisse un reportage sul sistema educativo nazista, ovvero come uno scolaro timido è trasformato in un feroce sterminatore. Haneke non ha la leggerezza e il fuoco creativo di Carpenter, di Ballard e di Disney, è un compilatore di danni mentali, un moralizzatore per mezzo di visioni apocalittiche. Il nastro bianco è un film che vale come documento e monito, lavoro meticoloso che osserva da lontano lo schiudersi dei mostri." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 22 maggio 2009)

"Il lucente bianco e nero senza ombre della pellicola comunica un sinistro senso di mistero che resta tale perché quando il giovane maestro tenta di decifrarlo, sarà il pastore stesso, virtuoso ma ipocrita, a impedirglielo." (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 23 maggio 2009)

"La fotografia in bianco e nero come la secca impassibilità dell'inquadratura (ricorda più Dreyer che Bergman) riflettono la freddezza di un microcosmo apparentemente quieto e laborioso dove in reatà i sentimenti e le emozioni sono frustrati, forse uccisi definitivamente. Ma, come diceva Dostoevskij, rendendo il biglietto di ritorno a Dio, i bambini, loro, che cosa c'entrano? Applaudito, con qualche dissenso, forse per la solita nota di formalismo che è croce e delizia dell'autore di 'La pianista' e 'Funni Games'." (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 22 maggio 2009)

"Bianco e nero rigoroso - il rigoroso dei critici equivale al retrogusto dei sommelier - per illustrare la vita di un villaggio tedesco alla vigilia della Prima guerra mondiale. I1 nastro bianco del titolo allude all'innocenza, tra strani incidenti e cinghie nel letto per bloccare le mani peccaminose degli adolescenti. Sul messaggio siamo indecisi: suona 'vizi privati e pubbliche virtù', oppure 'il signore delle mosche in bassa Baviera', o magari 'questi diventeranno tutti nazisti'". Tarantino aiutaci tu." (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 22 maggio 2009)

"«Guarda bene queste immagini, guarda quella gente: è incapace di una rivoluzione, è troppo umiliata, ha troppa paura, è troppo frustrata. Ma, tra dieci anni, quelli che ora hanno dieci anni ne avranno venti, quelli che ne hanno quindici ne avranno venticinque. All'odio ereditato dai genitori aggiungeranno il loro idealismo e la loro impazienza. Si farà avanti qualcuno e trasformerà in parole i loro sentimenti inespressi». Chissà se il regista Michael Haneke aveva in mente questo passaggio tratto da 'L'uovo di serpente' di Ingmar Bergman quando ha pensato di scrivere la sceneggiatura del film 'Il nastro bianco', Palma d'oro a Cannes, in uscita nelle sale italiane. Sta di fatto che tali parole sembrano adattarsi alla perfezione a questa pellicola di grande suggestione, il cui intento è mostrare almeno in parte la genesi di quello che è stato definito il male assoluto. (...) L'occhio di Haneke, pur non mostrando esplicitamente nulla, non risparmia alcunché delle umane vicende che si consumano nel villaggio, dove serpeggiano stupidità, rancori e invidia e si nascondono torbide passioni. Con un bianco e nero freddo e di grande rigore stilistico, e con una fotografia d'altri tempi, in un formalismo che non trascura certo i contenuti, il regista - già apprezzato per 'La pianista' - scandaglia con bravura la psicologia dei vari personaggi e, tramite questi, i meccanismi perversi attraverso i quali il seme del male si insinua nella società partendo dai suoi membri più giovani: quelli che una dozzina di anni dopo non avrebbero avuto difficoltà ad abbracciare l'aberrante ideologia nazista che avrebbe fatto della cieca obbedienza uno dei suoi pilastri. In tal senso Haneke presenta una lettura in qualche modo predittiva a posteriori, ma vuole anche mettere in guardia dai pericoli dell'autoritarismo ottuso, nutrito di ideali assoluti, facile preda del fondamentalismo. Con 'Il nastro bianco', film inquietante e interrogativo ma di grande suggestione, si va alla radice del male frutto di un ideale deviato." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 30 ottobre 2009)
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