Il matrimonio di Lorna

Le silence de Lorna

FRANCIA, GRAN BRETAGNA - 2008
Il matrimonio di Lorna
Lorna è una ragazza albanese che, pur di realizzare i suoi sogni e vivere in Belgio, si adatta a sposare un giovane drogato. La sua è una decisione consapevole e cinica perché lei spera che, una volta morto suo marito per un'overdose, lei potrà essere finalmente libera di fare ciò che desidera. Ma il suo giovane marito, invece, vuole continuare a vivere...
  • Altri titoli:
    The Silence of Lorna
    Lorna's Silence
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: JEAN-PIERRE E LUC DARDENNE, DENIS FREYD, ANDREA OCCHIPINTI PER LES FILMS DU FLEUVE, ARCHIPEL 35, LUCKY RED, RTBF, ARTE/WDR, GEMINI FILM, MOGADOR FILM
  • Distribuzione: LUCKY RED - DVD: LUCKY RED (2009)
  • Data uscita 19 Settembre 2008

TRAILER

RECENSIONE

di Davide Turrini

L’ultima fatica dei fratelli belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne è un film che, pur nella sua compattezza e fascino, devia leggermente dai canoni estetici dei precedenti e molto probabilmente propone una mutazione formale, quindi nuovi percorsi linguistici e significanti da intraprendere, per il futuro dei due cineasti. Se fino a ieri lo stile dei Dardenne si era pietrificato e aveva letteralmente fatto storia (e tendenza), con Il matrimonio di Lorna cambiano i presupposti della questione. Per seguire all’interno degli anfratti di Liegi una tranche de vie dell’immigrata albanese Lorna (l’intensa Arta Dobroshi), i Dardenne – premiati a Cannes per la miglior sceneggiatura – si affidano improvvisamente alla parola, al dialogo, all’esplicazione dei concetti attraverso le battute recitate. Viene così a mancare una buona dose di veicolazione di senso, esasperato finché si vuole, ma tratto distintivo e caratterizzante del loro cinema, attraverso la lente della macchina da presa.
Lorna, complice di un taxista italiano mezzo criminale che combina matrimoni a fine di lucro, è sposata surrettiziamente con il tossico Claudy (l’icona feticcio dei Dardenne, Jeremie Renier). Grazie a lui ha ottenuto la cittadinanza belga ed ora si finge promessa sposa di un ricco russo che paga bene e le fa guadagnare denari per aprire un bar, sogno in comune che ha con il suo ragazzo albanese Sokol. Il dramma di Lorna, sballottata tra affetti e relazioni, tra macroesperienza politica (lo schiavismo e il ricatto dell’immigrata) e microesperienza individuale (i differenti impulsi provati verso un mondo di uomini violenti, incapaci, sfruttatori) diventa un soggetto femminile neorealistico a 360 gradi.
Per raccontarlo non serve più il pedinamento ossessivo del classico Dardenne touch, ma quadri d’insieme, scappatoie narrative sfiorate per arricchire la tragedia del singolo preso in esame. Per esempio l’improvviso innamoramento di Lorna per Claudy, che dipende ormai in tutto e per tutto da lei, diventa una linea schizoide e deviante che si allarga in campi medi e lunghi, in sorrisi della protagonista, in serene varianti di alleggerimento dell’intensità del racconto insolite per i Dardenne. Poi, certo, gli elementi di materialismo ancorati alla dannazione degli emarginati della contemporaneità rimangono forti, presenti, quasi tormentosi. L’insistenza sul denaro, toccato, nascosto, passato di mano in mano, appoggiato, dimenticato, è qualcosa d’insistente e voluto. Per Lorna è mezzo e fine dell’esistenza, elemento mancante e continuamente ricercato, messo sotto lucchetto per paura che venga rubato. Una rappresentazione ossessiva di un dato reale sempre più mancante nella vita dei protagonisti che porta sempre ad una reiterata e tragica non soluzione. Anche se poi i Dardenne negli ultimi 10′ fanno rivivere la loro eroina vagamente bressoniana: la pedinano da dietro, la lasciano affidarsi all’istinto, alla fuga in avanti verso un’indipendenza spirituale più sentita e compiuta. Probabile inizi un altro film, probabile sia il colpo d’ala per dirci che in fondo i Dardenne sono sempre loro e per l’ennesima volta hanno girato un piccolo capolavoro.

NOTE

- PREMIO PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA AL 61. FESTIVAL DI CANNES (2008).

CRITICA

"I Dardenne dirigono un film a metà tra un thriller ed una storia d'amore, con il loro stile inconfondibile: camera a spalla, taglio documentaristico e una lucida indagine sociale, qui rivolta alla comunità dei migranti. Il metronomo dell'azione e il ritmo sono scanditi dalla potenza implosivi dei suoi protagonisti. Il tossico è interpretato dal loro attore feticcio, il belga Jérémie Remier mentre l'attrice che da il nome al film è Arta Dobroshi, promessa del cinema balcanico. E proprio il suo intenso viso d'attrice ad incarnare la scommessa, vinta, dei registi, capaci di stupire ed emozionare con un cinema con 'due camere e cucina'." (Giacomo Visco Comandino, 'Il Riformista', 20 maggio 2008)

"Dei fratelli valloni abbiamo visto riuscite migliori. Il che non vieta che 'Il silenzio di Lorna' sia un film d'alto profilo: capace, nella sua amarezza, di farti identificare nei personaggi grazie a quel modo - peculiare dei registi - d'inquadrarli dappresso, di lato, di spalle, con una serie di soggettive che ti costringono a entrare nella loro pelle. Brava la sconosciuta albanese Arta Dobroshi: struggente l'attore-feticcio del duo Jèrémie Renier. Adesso c'è da augurarsi che qualcuno non voglia farne un manifesto antiabortista: i Dardenne hanno sempre creduto nella sacralità laica dell'essere genitori, la religione non c'entra per niente." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 20 maggio 2008)

"I fratelli Dardenne sanno come fare male. Non è colpa loro, anzi è il loro vero talento. Da una quindicina d'anni infatti i registi belgi della 'Promessa', 'Il figlio', 'Rosetta', 'L'enfant', gli ultimi due premiati con la palma d'oro a Cannes, prendono il mondo in cui viviamo, un mondo infinitamente complesso e insieme incredibilmente opaco, monotono, indecifrabile, e lo riducono a pochi segni essenziali che ne svelano tutta la crudeltà. Crudeltà dei rapporti di potere e di dominio mascherati da vita quotidiana. Crudeltà delle regole non scritte della sopravvivenza, che sottomettono anche la sfera più intima della nostra esistenza alle leggi implacabili dell'economia. Crudeltà, infine, di un mondo che a forza di razionalizzare, informatizzare, burocratizzare ogni aspetto e momento del nostro passaggio in questo mondo, ha imparato a difendersi da tutto ciò che ha una forza e un'identità personali, fino quasi a cancellarne i connotati. È ciò che si prova davanti a 'Le silence de Lorna', una storia semplice e astratta come un teorema e insieme così potente e piena di vita da lasciare senza fiato come capita solo alla grande arte." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 maggio 2008)

"La trama sembra chiara a raccontarsi, lo è assai meno a vedersi perché i Dardenne la fanno emergere a singhiozzo, e con buchi di sceneggiatura clamorosi: già il presupposto è assurdo, il finale è poetico e gratuito in modo irritante. Bella, invece, la durezza del film in cui nessuno si salva l'anima. L'immigrazione raccontata senza buonismo né pregiudizi rende in cinema più forte." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 20 maggio 2008)

"Lorna è solo un ingranaggio del sistema ben rappresentato dal cattivo, l'italiano Fabrizio Rongione. Un cinema sociale, forte e feroce, che i Dardenne portano avanti con coraggio e caparbietà. Anche per combattere battaglie politiche concrete." (Boris Sollazzo, 'Il Sole 24 Ore', 20 maggio 2008)

"Come sempre nei film dei Dardenne lo spettatore scopre poco a poco, attraverso i movimenti di una macchina da presa (questa volta meno frenetici) incollata ai volti e ai corpi degli attori, il mistero che avvolge l'esistenza dei personaggi, il perché del loro angoscioso peregrinare, le ragioni dei loro enigmatici comportamenti. E ogni volta, evitando trappole narrative e percorsi scontati, i due autori riescono a sorprendere con uno sguardo capace di raccontare dilemmi etici di straordinaria portata." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 20 maggio 2008)

"'Le silence de Lorna' si è guadagnato la prevista razione di applausi impegnati e commossi. La giovane kosovara Arta Dobroshi vi interpreta il ruolo di un'immigrata che resta impigliata nelle macchinazioni di un italico "specialista": grazie a un matrimonio di facciata, a cui dovrà seguire un omicidio strategico, il malfattore spera di poterla regalare a un mafioso russo a caccia della cittadinanza belga. Asciutto, spietato, recitato senza fronzoli e «più vero del vero», il film assomiglia peraltro a tutti i docudrama firmati dai fratelli di Liegi." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 20 maggio 2008)

"Inatteso il buon risultato dei fratelli belgi Jean Pierre e Luc Dardenne che sinceramente avevano stancato con il loro recente, ricercatissimo 'L'enfant', vincitore comunque di una Palma d'oro nel 2005. (...) Con 'Il silenzio di Lorna' i due ci sorprendono con una camera decisamente meno mobile, la scelta del 35mm, l'apertura a campo medio-lungo sul mondo circostante dei personaggi. Ne esce fuori un bel ritratto di donna piena di piccoli sogni, spezzati dalla crudeltà degli eventi. Bello, ma discontinuo. La svolta di Lorna avviene infatti nel momento in cui si innamora del giovane tossico belga che ha sposato per acquisire la cittadinanza e che i suoi complici vogliono uccidere con una overdose. (...) Problema centrale del film, proprio questo cambio di prospettiva della donna, un passaggio dal fastidio all'amore per lo pseudo-marito che il film non spiega affatto, ma monta in stretta sequenza lasciando gli spettatori a bocca aperta, come se fosse saltata una sequenza dal montaggio. E invece si tratterà di una di quelle scelte autoriali tipiche dei Dardenne, di cui non c'è da andare fieri. Eppure qui a Cannes c'è chi ipotizza per i due fratelli il non c'è due senza tre." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 20 maggio 2008)
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