Il giardino dei Finzi Contini

ITALIA, GERMANIA - 1970
Tra i pochi frequentatori della casa dei Finzi Contini - un'antica ed aristocratica famiglia ebraica che vive in una lussuosa villa di Ferrara circondata da un vasto giardino - ci sono due giovani: Giorgio e Giampaolo, amici dei più giovani esponenti della famiglia, Micol e Alberto. Innamoratissimo della bella Micol, Giorgio si accorge con disappunto che la ragazza, pur dimostrandogli simpatia e tenerezza, non esita a concedersi a Giampaolo. Sono gli anni che preludono alla seconda guerra mondiale, nel vivo della politica di discriminazione razziale. Le pene d'amore di Giorgio sono ben presto sopraffatte da un dramma senza precedenti che sconvolge l'esistenza della famiglia Finzi Contini come pure di tutta la comunità ebraica ferrarese. Mentre Alberto, affetto da lungo tempo da una grave malattia, muore, gli altri componenti della famiglia Finzi Contini vengono arrestati dai nazisti e deportati. Anche il padre di Giorgio subisce la stessa sorte; Giampaolo, a sua volta, inviato sul fronte russo, non farà più ritorno. Soltanto Giorgio riuscirà a sottrarsi alla cattura e alla morte.

CAST

NOTE

- GIORGIO BASSANI RITIRO' LA SUA FIRMA DALLA SCENEGGIATURA.

- OSCAR 1971 PER IL MIGLIOR FILM STRANIERO E NOMINATION PER MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE A UGO PIRRO E VITTORIO BONICELLI.

- ORSO D'ORO AL XXI FESTIVAL DI BERLINO (1971).

- NASTRO D'ARGENTO A ROMOLO VALLI COME MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA E ALLO SCENOGRAFO GIANCARLO BARTOLINI SALIMBENI.

- PREMIO DAVID 1971 PER MIGLIOR PRODUZIONE A GIANNI HECHT LUCARI E DAVID SPECIALE A LINO CAPOLICCHIO.

- PROIETTATO AL 60. FESTIVAL DI BERLINO (2010) NELLA RETROSPETTIVA 'PLAY IT AGAIN...!'.

CRITICA

" Se dunque Bassani non ha torto nel ripudiare una versione cinematografica che indubbiamente resta alle soglie del suo romanzo misterioso (ma è dubbio che qualunque altro regista l?avrebbe mandato soddisfatto), De Sica ha la sua parte di ragione nel voler essere giudicato per un film che, indipendentemente dal libro che ha alle spalle, è ormai uno spettacolo autonomo, e come tale vuol persuadere il pubblico con timbri e sapori suoi propri, adeguando l?equilibrio dei toni e la serietà dell?assunto alle esigenze del mercato cinematografico, deplorevoli quanto si vuole ma non certamente eluse dal desiderio di molti scrittori d?avere la botte piena e la moglie ubriaca. (...) E su questa materia per tanti versi sfuggente, spesso insidiata da estenuazioni neoromantiche, De Sica ha lavorato di fino, con modi ariosi ma sottili e tinte smorzate, nella speranza generosa di suscitare un contrappanto fra l?ambiguità dei personaggi e della storia d?amore e il crescente malessere provocato nella comunità ebraica dai primi segni della persecuzione razziale, per cui viene il momento che il giardino dei Finzi Contini è insieme un ghetto e un rifugio, e i sentimenti di Micol e di Giorgio una luce di speranza e un inganno crudele. (...) Ciò che più preme è ripetere che Il giardino dei Finzi Contini di De Sica, ispirandosi liberamente al libro di Bassani, gli è infedele nella precisa misura in cui il cinema commerciale, più per la necessità di andare incontro al pubblico grosso che per l?opposta natura dell?immagine e della parola, tradisce sempre la narrativa di carattere intimistico sbiadendo nel rosa o nel fumettaccio. E tuttavia ci sembra che De Sica profitti di questa infedeltà per offrirci uno spettacolo né volgare né sciocco. Se mai disegnato nella cera, detto in sordina e mosso in una luce di crepuscolo: il che, in un cinema di sangue e di fiamme, fa consolante novità." (Giovanni Grazzini, 'Corriere della Sera', 5 dicembre 1970)
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