Il fuoco della vendetta

Out of the Furnace

USA - 2013
2/5
Il fuoco della vendetta
Russel Baze, appena uscito di prigione dopo aver scontato una lunga condanna per omicidio colposo, intende sposare la sua ragazza Lena e mantenere fede alla promessa a lei fatta. Tutto cambia però quando scopre che suo fratello minore, coinvolto da tempo in un giro di scommesse clandestine gestito da un allibratore locale è stato ucciso per un regolamento di conti per mano del delinquente sociopatico Harlan DeGroat. Da quel momento il sentimento di rabbia in Russel pervade, al punto che inizia un'inesorabile discesa lungo la strada della vendetta in cui né l'amore per Lena né gli ammonimenti dello sceriffo Wesley Barnes potranno sedare il suo animo inquieto.
  • Durata: 116'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Specifiche tecniche: PANAVISION PANAFLEX MILLENNIUM XL2, (2K), 35 MM/D-CINEMA (1: 2.35)
  • Produzione: JENNIFER DAVISSON KILLORAN, LEONARDO DICAPRIO, RYAN KAVANAUGH, RIDLEY SCOTT, MICHAEL COSTIGAN PER RELATIVITY MEDIA, SCOTT FREE, APPIAN WAY
  • Distribuzione: INDIE PICTURES (2014)
  • Vietato 14
  • Data uscita 27 Agosto 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Braddock, Pennsylvania, da qualche parte tra il purgatorio e l'inferno. Due fratelli, Abele e Caino. Il blue collar con la schiena dritta (Christian Bale) e il reduce fuori controllo (Casey Affleck). La guerra mai finita e portata a casa, tra loschi traffichini (Willem Dafoe) e criminali che possono spedirti al Creatore per nulla (Woody Harrelson).
Il quadro è sconfortante, le case catapecchie, la luce di Takayanagi opaca, lo score di Hinchliffe dolente. Release dei Pearl Jam suona placida e sinistra mentre intorno tutto brucia. Il fuoco della vendetta pare l'unica cosa illuminata dall'America profonda.
Non c'è salvezza laggiù e nemmeno nella sceneggiatura di Brad Ingelsby: troppo chiusa e compiaciuta nel proprio nichilismo. In nome del quale sacrifica drammaturgia e caratteri, disgraziatamente monocorde.
Dramma familiare macho, che pasticcia nella seconda parte perdendosi in cliché, vendette e azzardati rimandi (Il cacciatore).
Scott Cooper conferma di essere un regista modesto "diretto" da ottimi attori. Finché hai solo Jeff Bridges (Crazy Heart) va bene, ma con tante primedonne serviva una star dietro la macchina da presa.
Fondamentalmente a questo film manca personalità.

NOTE

- PREMIO TAODUE CAMERA D'ORO PER LA MIGLIORE OPERA PRIMA/SECONDA ALLA VIII EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2013).

CRITICA

"A Braddock la cittadina proletaria della Pennsylvania, caduta in disgrazia con il declino delle sue acciaierie, aveva dedicato, a partire dai primi anni settanta, un intero ciclo di film il collaboratore di George Romero, Tony Buba. La più famosa di queste vignette minimal, a tratti umoristiche, di faticoso quotidiano blue collar rimane probabilmente il lungometraggio 'Lightning Over Braddock'. La Braddock del presente, nel film di Scott Cooper 'Out of the Furnace' - qui 'Il fuoco della vendetta', era in gara a Roma - non ha le leggerezza malinconica delle vignette di Buba: è un luogo decrepito, opprimente, una palude di miseria, dove i detriti della rivoluzione industriale ti incrostano polmoni e anima. Cooper (regista dello struggente country film 'Crazy Heart') pensa piuttosto a 'Il cacciatore', ambientato nella stessa «rust belt», la cintura di ruggine con cui si identifica la regione del Nord East degli States più colpita dalla depressione economica e demografica dell'era postindustriale. (...) 'Out of the Furnace' è uno di quei film con su scritto dead end, strada senza uscita, praticamente nei titoli di testa - l'implicazione che da questa «fornace» non c'è «out». Quindi le cose possono solo andare peggio. Ma, invece di spegnersi subito in una tristezza micidiale, si alza di decibel con l'ingresso di Rodney, sempre più indebitato, sul circuito dei combattimenti illegali a pugni nudi (quelli del magnifico, austero, film di Walter Hill 'Hard Times') e l'entrata in scena di Harlan DeGroat (Woody Harrelson) un bruto di ferocia tale che, mentre il film si sposta da Braddock verso Nord, in sperdute montagne del New Jersey, e ai fumi postindustriali si sovrappongono quelli della metanfetamina, si passa in un soffio da 'Il cacciatore' al gotico iperbolico di 'Un tranquillo week end di paura' e ai gironi infernali del 'Silenzio degli agnelli'. Scott Cooper ha iniziato la sua carriera facendo l'attore e gli attori sono la sua passione - a lui il merito di aver portato il primo Oscar a Jeff Bridges, nella parte del chitarrista alcolico di 'Crazy Heart'. Bale, Affleck e Harrelson affondano i denti nelle miseria, nella violenza e nella tristezza sconfinata di tanto determinismo come se fosse una bistecca extra large. Ci nuotano come in una vasca di whiskey da poco fatto in casa. Non c'è nulla di insincero o «sbagliato» nel loro lavoro e in quello di Cooper (che ha riscritto la sceneggiatura di Brad Iglesby). La fotografia ipersatura, a grana grossa, di Masanobu Takayanagi rende bene il paesaggio claustrofobico, l'impressione (anche visiva) di una polvere nera che copre tutto fino all'asfissia. Lo stesso vale per le musiche di Dickon Hinchliffe ('Winter's Bone'). Ma è come se il film non avesse un punto di vista aldilà del suo naturalismo - onesto e déjà vu." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 21 agosto 2014)

"La provincia americana, quella del Nord Est, della «rust belt» («la cintura della ruggine», dell'industria dell'acciaio), colpita dalla depressione economica e contemporaneamente da un collasso etico e sociale, costituisce lo scenario di «Il fuoco della vendetta», diretto e cosceneggiato da Scott Cooper (Abingdon, Virginia, 1970), l'autore dello struggente «Crazy Heart». Protagonista di un racconto dal linguaggio scarno e diretto è Russell Baze (Christian Bale), un operaio della Carrie Fornace di Braddock, in Pennsylvania, il quale cerca di vivere una vita decente fra non poche preoccupazioni (...). In «Out of the Fornace» (la fornace della vita quotidiana e del malessere sociale, da cui non c'è «out», uscita), dopo un prologo con scene di estrema violenza, si dipana il dramma sociale, familiare e sentimentale, che, trascurati spunti e snodi di certa originalità, approda nei territori conosciuti del «thriller» e del «vengeance movie». Opera comunque apprezzabile e per l'efficace ritratto d'ambiente, una opprimente palude di crescente miseria (lo stesso descritto da Michael Cimino in «Il cacciatore») e per le mirabili «performances» di tutti gli attori, il film colpisce per la temperie di incombente tragedia, in cui si muove la storia dei fratelli Baze, un'aura alimentata sia dal commento musicale di Dickon Hinchliffe, che vi ha inserito «Release» dei Pearl Jam sia da suggestioni e atmosfere create dalla fotografia dai colori spenti e dai toni sbiaditi di Masanobu Takayanagi. Scelte musicali e visive, che ben trasmettono il malinconico declino di un territorio e la disperazione di una compagine sociale condannata da un incontrovertibile destino." (Achille Frizzato, 'L'Eco di Bergamo', 29 agosto 2014)

"Date una cittadina con altoforno a una scrittrice italiana, ne verrà fuori 'Acciaio' di Silvia Avallone (...). Da un'acciaieria e un pugno di case (siamo a Braddock, Pennsylvania, 2912 abitanti) il regista Scott Cooper e lo sceneggiatore Brad Ingelsby tirano fuori 'Il fuoco della vendetta': reduci dall'Iraq, vite rovinate per un incidente in macchina, vendetta privata, fratelli così legati che la caduta di uno trascina giù anche l'altro. La trama è puntellata di tragedie (alcune più prevedibili di altre). Il cast è ricco di attori bravissimi. (...) Luoghi e parte della trama ricordano 'Il cacciatore' di Michael Cimino, con l'Iraq che sta al posto del Vietnam. Ex attore passato dietro la macchina da presa per dirigere Jeff Bridges in 'Crazy Heart' (premio Oscar all'attore e alla canzone nel 2010), Scott Cooper fa sapere nei titoli di coda di aver usato solo pellicola Kodak a 35 millimetri. Ne va fiero, ora che tutti usano il digitale. Come va fiero del direttore della fotografia Masanobu Takayanagi, bravissimo a trasferire sullo schermo i colori spenti della sporcizia, della desolazione, delle case operaie, del carcere. Riconosciute le cose belle, non possiamo però fare a meno di notare che la curiosità per le prime scene cala con il procedere del film. La trama 'disgrazia chiama disgrazia' richiede autocontrollo. Metterci tutto è controproducente." (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 30 agosto 2014)
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