Il flauto magico

The Magic Flute

GRAN BRETAGNA - 2006
Il flauto magico
Riduzione cinematografica dell'opera di Mozart. Il principe Pamino incontra la Regina della Notte e viene a sapere da lei che sua figlia, la principessa Pamina, è stata rapita dal malvagio Sarastro. Assieme al suo assistente Papageno, Pamino parte alla ricerca della dama con in tasca un flauto magico che lo aiuterà a superare le peripezie che lo attendono.
  • Durata: 135'
  • Colore: C
  • Genere: MUSICALE
  • Specifiche tecniche: TECHNICOLOR
  • Tratto da: basato sull'opera omonima di Wolfgang Amadeus Mozart (libretto "Die Zauberflöte" di Emanuel Schikaneder)
  • Produzione: PETER MOORES FOUNDATION, IDÉALE AUDIENCE
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2007)
  • Data uscita 29 Giugno 2007

RECENSIONE

di Luca Pellegrini
Poesia dello sguardo, potere della musica, magia del cinema: Kenneth Branagh, sempre sensibile ai mondi dell'arte e del teatro, sulla scia di altri illustri colleghi (Losey con il Don Giovanni, Zeffirelli con La Traviata e Benoit Jacquot con Tosca), si appropria, sollecitato dalla Fondazione Peter Moores, del famosissimo Singspiel mozartiano, lo spoglia degli elementi misterici e massonici - che, non c'è dubbio, lo hanno talvolta appesantito nel corso della sua storia interpretativa -, amplifica quelli magici e favolistici, adatta allo schermo il testo del libretto chiedendo ad un letterato-regista illuminato come Stephen Fry di tagliare drasticamente i recitativi in funzione di scorribilità e tradurre il libretto in inglese, con buona pace dei melomani puristi. Trasporta poi il racconto, in un felice e coerente disegno di cinema, dal misterioso Egitto originario alle trincee sporche e dolorose della Prima Guerra Mondiale, tra soldati e popoli che soffrono per quella "inutile strage". Siamo nel 1918, nel cuore della cupa notte che copre e opprime la terra. Tra scoppi e spari, suona lontano un flauto, risponde uno zufolo. Tre dame prima in vesti di suore crocerossine e poi di soldatesse volontarie cercano di convincere il fascinoso Tamino a liberare Pamina dalle mani di Sarastro e aderire così ai propositi arcani e malefici della Regina delle Notte, che affronta le agilità sconvolgenti della sua prima aria, piazzandosi su un carro armato e quelle della seconda piroettando quasi impazzita in un cielo senza stelle. Poi c'è Papageno, che nel suo duetto con la ringiovanita Papagena pensa ai loro futuri Papageni e s'immagina già una bella famiglia dentro un accogliente fienile. Insomma, un'operazione di cinema musicale che segue una dinamica eminentemente teatrale, fedelmente ancorata anche allo spirito del testo di Schikaneder, ossia sganciata da una logica drammatica coesa, forzatamente unitaria, perché il Flauto è opera liberissima, che non richiama alcuna tradizione operistica precedente.

Per la recensione completa leggi il numero di Luglio/Agosto della Rivista del Cinematografo

NOTE

- PRESENTATO FUORI CONCORSO ALLA 63MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2006).

CRITICA

" 'The Magic Flute' di Branagh è fuori concorso e non è 'nient'altro' che l'immortale opera di Mozart cantata in inglese, trasformata in versione cinematografica dall'ennesimo adattamento del libretto - firmato Stephen Fry - e messa in scena ai tempi della Grande Guerra. L'idea di trasporre un capolavoro da un medium all'altro non è più, infatti, inedita o blasfema, ma certo non attiene alle incombenze più urgenti del cinema-cinema. D'altro canto il fervido Branagh, giustamente aureolato per le sfide scespiriane di 'Enrico V', 'Molto rumore per nulla' e 'Hamlet', era arcisicuro dell'impresa: Mozart è molto robusto. (...) Senza addentrarci nel territorio minato degli esperti, possiamo garantire che dal punto di vista del puro spettacolo la superproduzione inglese coglie nel segno: ritmicamente e coreograficamente mozzafiato, l'intreccio non lesina sull'alto potenziale mozartiano epico-avventuroso e farsesco-romantico. Grazie al maestro James Conlon che dirige la Chamber Orchestra of Europe e al cast di giovani star dell'opera, fra cui Joseph Kaiser, Ben Davis e l'esordiente Amy Carson, insieme ai noti René Pape, Lyubov Petrova e Tom Randle, il complesso taglio favolistico - combinato con l'anticonvenzionale freschezza del singspiel nell'originaria concisione di stile e di struttura - sembra effettivamente rinascere per le più vivide esigenze cinestetiche dello schermo. In un contesto iperprofessionale, visivamente abbagliante e a tratti esaltante, meno trionfale ci sembra il senso dei sentimenti e delle azioni dei personaggi disciolto nell'anno 1916, mentre infuria il primo conflitto globale dell'epoca dell'industrializzazione, con tanto di scolastiche equazioni basate sulla luce opposta alle tenebre e l'amore opposto all'odio, «ergo» la pace contro la guerra. Un salto che piacerà ai giovani spettatori, ma fornisce scivolose scappatoie metaforiche all'elaborata magia dell'opera in cui narrazione e armonia musicale si fondono naturalmente." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 8 settembre 2006)

"Uno dei momenti più alti del mio mestiere di critico è stato nel '74 quando ho sentito e visto 'Il Flauto Magico' di Mozart portato sullo schermo da Bergman. Una gioia allo stato puro, un gusto squisito dello spettacolo sostenuto dalla grazia di una musica senza eguali. Non era facile che quei miei sentimenti di allora li potessi provare adesso di fronte sempre al 'Flauto Magico', ma trasformato in cinema da Kenneth Branagh pur avvezzo a trattare con i Grandi. (...) Nonostante queste magie, la cifra figurativa è di stampo realistico (la famosa guerra di posizione e, in parallelo, i filantropi seguaci di Sarastro), piegata a riproporre la musica spesso anche con accorgimenti plausibili (quel dettaglio vicinissimo di una mezza bocca che canta...). Però, in quel passaggio d'epoca, delle vere trovate visive un po' latitano e i ritmi, le immagini, la recitazione, i valori hanno di rado quell'incandescenza poetica che ci si attenderebbe dato che si tratta di visualizzare Mozart. Il duetto finale (e celeberrimo) tra Papageno e Papagena ha comunque una sua piacevolezza (ma il merito, forse, è della musica...) e quelle trincee che si aprono alla pace, quei militari con uniformi differenziate che rinunciano alle ostilità finiscono per avere una vitalità non solo per i significati ma per i modi con cui vengono rappresentati. Senza impedirci di rimpiangere Bergman e quella sua operazione stilistica con cui sublimava tutto, perfino lo sbilenco libretto di Schikaneder. Che qui, mi dispiace per Branagh, riletto, ritrascritto, aggiornato, finisce per risultare persino più sbilenco." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 26 giugno 2007)

"A proposito del film opera, il grande critico Bela Balasz diceva che il cinema sopporta male la stilizzazione della lirica: il realismo del film contrasta con i faccioni di gente che canta a gola spiegata, rischiando il ridicolo. Lo abbia letto o meno, Kenneth Branagh ha fatto qualcosa del genere: e il risultato è uno dei migliori film-opera mai realizzati. (...) Il generale, il campo di battaglia solcato da trincee si rivela un luogo ideale di compatibilità tra realismo fotografico e 'scena' allusiva e astratta, nel senso teatrale del termine. Il che ti permette di seguire la grandiosa opera mozartiana senza imbarazzo né effetti di straniamento, proprio come il grande spettacolo popolare che Amadeus intendeva fosse." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 29 giugno 2007)

"Pur nutrito di molteplici suggestioni, incluso qualche lampo fantasmagorico tipo Ken Russell, il film procede lesto su un sentiero tutto suo; e attinge al momento più alto quando Pamino nel corso di un incontro sotto la neve che riunisce gli eserciti nemici, riceve come regalo natalizio il flauto alla cui melodia tutti si abbracciano. Non a caso Sarastro, il nemico demonizzato dalla Regina, si presenta invece nel suo maniero diroccato come un filantropo, protettore dei feriti e dei profughi; e avendo alle spalle un muro con i nomi dei caduti di ogni nazionalità e davanti un colpo d' occhio sterminato di lapidi bianche sentenzia che la carneficina deve cessare. Ora Pamino sa che Pamina è la figlia del castellano e della regina e si schiera con le forze del bene. Riscrivendo qua e là i versi, Branagh fa diventare la storia come nuova e senza trascurare niente, dalle buffonerie di Papageno agli ineffabili interventi dei tre fanciulli e ai furori di Monostato che invoca attenuanti come vittima del razzismo. Prodotta per iniziativa della benemerita Peter Moores Foundation, questa sarabanda in stile 900 è animata da efficaci attori-cantanti segna una tappa nella storia dei rapporti fra musica e cinema. Nel finale spunta un monumento dorato con l'eroe che brandisce il flauto in una posa (ironicamente?) un po' sovietica, ma predomina l'emozione della terra bruciata dei campi di battaglia che sulla magia del flauto ridiventano verdi. Per cui la morale della favola, individuata lucidamente, è proprio questa: si scrive Mozart, si legge Pace." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 29 giugno 2007)

"Da Shakespeare a Mozart. Dai trucchi del teatro ai prodigi digitali. Dall'Ottocento dell'ardito e bellissimo 'Hamlet', che Kenneth Branagh girò nel 1996, alla guerra contro cui si staglia questo 'Flauto magico', che somiglia alla prima guerra mondiale per esigenze sceniche, ma naturalmente non va presa alla lettera e vale per tutte le guerre del mondo. In testa quelle che purtroppo dilagano in questi anni. Se un classico è 'un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire', come recita la felice formula di Italo Calvino, Branagh non ha certo aspettato la sua prima regia lirica al cinema per ricordarci che si possono far parlare i classici tirandoli in diverse direzioni. Ed ecco il libretto di Schikaneder brillantemente adattato in inglese moderno da Stephen Fry, finissimo attore-scrittore e antico complice di Branagh. (...) E se il cast scenicamente è forse diseguale (ma sono le voci a guidare, giustamente), nei momenti migliori Branagh riesce a fondere ritmo, luci, musica, inquadrature in uno spazio che non è più scenico ma diventa davvero cinematografico; non per l'innesto di qualche trovata digitale ma per la capacità di costruire quella dimensione altra, insieme interiore ed esteriore, che è il privilegio del cinema. E citiamo su tutte almeno la scena della furia della Regina della Notte. Anche se poi magari si ricorderanno le trovate più semplici e vistose, come le lapidi scritte nelle lingue e negli alfabeti più diversi, a ribadire il messaggio di pace. Sia benvenuta la Peter Moores Foundation, illuminata committente dell'operazione. Peccato invece che il film, presentato alla Fenice di Venezia quasi un anno fa, approdi solo ora nelle sale ormai svuotate dalla calura." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 29 giugno 2007)
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