Il figlio più piccolo

ITALIA - 2009
3/5
Il figlio più piccolo
Bologna, primi anni '90. Luciano Baietti, un immobiliarista romano, ha deciso di sposare Fiamma, donna bellissima ma astratta, che gli ha già dato due figli - Paolo e Baldo - e gli intesterà due appartamenti. Luciano, però, proprio nel giorno delle nozze abbandona compagna e figli e sparisce insieme al suo socio, Sergio Bollino. Anni dopo, Luciano inizia ad avere delle difficoltà economiche e deve trovare un prestanome su cui scaricare la responsabilità delle situazioni più gravi. La scelta cadrà su Baldo, il figlio più piccolo avuto da Fiamma...
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: ANTONIO AVATI PER DUEA FILM INCOLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM
  • Distribuzione: MEDUSA (2010)
  • Data uscita 19 Febbraio 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Un apprendista "furbetto del quartierino" (Christian De Sica) porta via gli appartamenti alla moglie (Laura Morante) e l'abbandona, con due piccoli figli a carico. Sarà la donna, candida, tardo - e tarda - fricchettona, a crescerli, mentre l'ex marito in 16 anni costruisce una holding su menzogne, magheggi e magagne, supportato da un commercialista "angelo custode" (Luca Zingaretti): quando sente sul collo il fiato della guardia di finanza, convocherà il figlio più piccolo e ingenuo (l'esordiente Nicola Nocella), che si illuderà sia il ritorno del padre prodigo…
Così Pupi Avati chiude la trilogia dei padri, inaugurata con La cena per farli conoscere e proseguita con Il papà di Giovanna: è Il figlio più piccolo, scritto e diretto dal regista bolognese, prodotto dal fratello Antonio con Medusa, che distribuisce.
Nel mirino l'indecenza e l'alegalità diffusa della nostra società, il denaro e la famiglia come temi portanti, questo Figlio vuole essere duro nei contenuti e leggero nella forma: in altre parole, commedia dai risvolti drammatici, anzi farseschi e grotteschi. Dalla sua, un cast azzeccatissimo e sinergico, con De Sica che si prende una pausa dai cinepanettoni e si ritrova a uscire dal carcere in piena estate con un panettone scaduto: bravo lui, bravi gli altri, e non mancano battute, tic e persino maschere da commedia all'italiana, quella capace di fustigare col sorriso e le grasse risate.
Fin qui, tutto bene, ma a non tornare sono altri conti: stilistici, perché la prolificità di Avati (1,3 film l'anno) paga lo scotto di scenografie e presa diretta approssimative, che non rendono "formale giustizia" allo j'accuse del regista: "Anche per un moderato come me quel che è troppo - l'Italia odierna - è troppo". Non solo, Avati elogia l'ingenuità, il candore come antidoto al Brutto Paese, ma sicuri che l'alternativa non stia nel rigore? Un personaggio rigoroso il film lo offre - il figlio più grande, che smaschera e ripudia papà - ma se lo dimentica: che fine ha fatto lui? Che fine stiamo facendo noi?

NOTE

- GIRATO A BOLOGNA, ROMA E DINTORNI.

- NASTRO D'ARGENTO 2010 PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (CHRISTIAN DE SICA EX AEQUO CON ELIO GERMANO PER "LA NOSTRA VITA" DI DANIELE LUCHETTI) E ATTORE NON PROTAGONISTA (LUCA ZINGARETTI - PREMIATO ANCHE PER "LA NOSTRA VITA" - EX AEQUO CON ENNIO FANTASTICHINI PER "MINE VAGANTI" DI FERZAN ÖZPETEK). NICOLA NOCELLA HA RICEVUTO LA MENZIONE SPECIALE COME MIGLIOR ATTORE ESORDIENTE. PUPI AVATI E' STATO CANDIDATO PER IL MIGLIOR SOGGETTO.

CRITICA

"L'ennesimo sguardo sullo squallore medio e mediocre dell'italiano tipo del cineasta, infatti, questa volta sì posa su un protagonista avvilito dalla sua stessa meschinità, un furbetto del quartierino post litteram. Senza amarcord più o meno nostalgico. (...) Mentre le qualità da pittore di miniature morali di Avati si sfogano in un racconto di soli caratteristi, in ritratti spesso sciatti di varia (dis)umanità, tutto, alla fine, è affidato a uno sguardo quasi appassionato, tenero, tra i due sconfitti Zingaretti e De Sica, che mostrano tutto quello che il film poteva essere e non è stato. E così più che delusione, c'è appunto rabbia. Perchè un gioiello, un potenziale capolavoro diventa una pellicola mediocre, la solita palestra d'attori avatiana (difficile, gli va dato atto, veder qualcuno recitare male per lui), ma piena di promesse non mantenute." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 19 febbraio 2010)

"Avevamo lasciato Avati intenerito dai suoi ricordi bolognesi di gioventù, reinventati con goliardico brio e qualche nota acida ne 'Gli amici del Bar Margherita'. Lo ritroviamo indignato, anzi inferocito in un film dove tutto è lugubre, squallido, senza speranza sia per quanto racconta che per il tono con cui lo racconta. Con una coesione così inestricabile fra i personaggi messi in scena e lo sguardo loro riservato che 'Il figlio più piccolo' è forse il più nero dei film di Avati - nonché uno dei meno risolti. (...) Malgrado l'accumulo di comprimari, brutture e sgradevolezze d'ogni tipo, i personaggi restano però psicologicamente poco credibili e l'insieme prevedibile, nel suo squallore, per trovare un equilibrio fra satira e denuncia, orrido e grottesco. Anche perché ambienti e figure simili sono ormai tristemente familiari e solo uno sguardo, uno stile inedito potrebbe rendere vivace e interessante quanto appartiene alla livida cronaca quotidiana. Inevitabile, non solo perché c'è Christian De Sica, pensare ai vari 'Natale a ...', rovesciati in chiave seria. Anche se qui tutto è desessualizzato e al posto dell'eros ci sono sempre e solo soldi, intrighi, ricatti, e un cattolicissimo senso di colpa (l'ex-frate Zingaretti, la trovata migliore del film, porta i sandali sotto il completo). Una noia senza scampo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 19 febbraio 2010)

"Un uomo appare sul portone del convento, in abito non fratesco ma con i piedi nudi nei sandali. Dice con calma al suo accompagnatore una frase terribile: «Ormai è troppo tardi per tutto», e sembra un anticipato giudizio sulla storia del film e del Paese. L'uomo è Luca Zingaretti, che ne 'Il figlio più piccolo' di Pupi Avati offre una eccellente prova d'attore: gli basta un paio di baffi per cancellare ogni precedente interpretazione inclusa quella del commissario Montalbano, per trasformarsi in uno stratega del male, un'anima nera posata e ipocondriaca, un esempio di grande intelligenza italiana applicata al crimine, insomma il diavolo nel suo aspetto più contemporaneo. La mutazione di Christian De Sica al confronto è più modesta: per il suo solito personaggio di cialtrone romano l'attore ha lavorato di sottrazione, non grida, non dice troppe parolacce nè fa troppe smorfie, è laconico, a volte tanto impassibile da sembrare inespressivo. La vicenda de 'Il figlio più piccolo' è atroce (...). Il mondo dei finti ricchi dai gusti opulenti e cafoni e degli affaristi squattrinati è descritto molto efficacemente nel suo altalenare tra infamie e sciocchezze, ricchezza e miseria, paura, matrimoni di convenienza, assegni postdatati: anche se a volte questo universo sembra un poco cartaceo, derivato cioè dai giornali più che dalla conoscenza diretta. L'indignazione non è il sentimento prevalente in Pupi Avati, che più spesso pare cinico oppure remissivo di fronte alla malvagità umana: ma il film riuscito è certo una testimonianza del tempo, del Paese in cui viviamo." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 19 febbraio 2010)

"Sotto la superficie di volgarità, sotto l'orrore per le scelte del padre e la tristezza per le chiusure del fratello maggiore (che s'è stufato, e come dargli torto?) s'intravede un uomo vero. Il Bene non fa mai storia, sembra banale: ma Baldo banale non lo è. Come Pupi, che banale non lo è mai. Qualche volta va troppo di fretta, dirige film alla velocità della luce, sembra quasi tirare via sulla recitazione. Ma non questa volta, assolutamente non questa volta. Basterebbe, per avere una controprova, soffermarsi sullo sguardo di De Sica, sui suoi tic, sui passaggi repentini dalla più aperta sguaiataggine al riaffiorare di un residuo di coscienza." (Luigi Paini, 'Il Sole 24 ore', 20 febbraio 2010)
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