Il figlio di Saul

Saul fia

UNGHERIA, FRANCIA - 2015
5/5
Il figlio di Saul
1944. Nel campo di concentramento di Auschwitz, Saul Ausländer, prigioniero, è costretto a bruciare i corpi della propria gente nell'unità speciale Sonderkommando. Sente inevitabilmente il peso delle azioni che deve compiere, ma trova un modo per sopravvivere. Un giorno salva dalle fiamme il corpo di un giovane ragazzo che crede essere suo figlio e decide di cercare in tutto il campo un rabbino, che possa aiutarlo nel dargli una degna sepoltura.
  • Altri titoli:
    Les fils de Saul
    Son of Saul
  • Durata: 107'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRIFLEX CAMERA, 35 MM/DCP (1:1.37)
  • Produzione: LAOKOON FILMGROUP
  • Distribuzione: TEODORA FILM (2016)
  • Data uscita 21 Gennaio 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Il funzionamento dell’Olocausto, lo sterminio e lo smaltimento dei “pezzi”, i cadaveri.

Ottobre 1944, campo di Auschwitz-Birkenau, Saul Auslander, ungherese, fa parte di un Sonderkommando: ebreo, aiuta le SS nello sterminio, ovvero accompagna altri ebrei nelle camere a gas, li rassicura, li fa spogliare per la doccia che non ci sarà. Poi, estrae i cadaveri, li mette nei forni e pulisce.

Ogni giorno, ogni ora, la routine dello sterminio, perché i treni non si fermano giorno e notte, Auschwitz lavora a pieno regime.
Mentre i preparativi della rivolta serpeggiano nel Sonderkommando, Saul scopre nel cadavere di un ragazzo dai capelli scuri il proprio figlio, e tenta l’impossibile: salvarlo dalle fiamme per offrirgli una degna sepoltura, con tanto di rabbino…

In Concorso a Cannes 2015, l’esordio alla regia dell’ungherese Laszlo Nemes non fa prigionieri: Son of Saul, se un dio del cinema esiste – scrivemmo appena dopo averlo visto – lo troveremo in palmares e per dirlo a festival appena iniziato ce ne vuole. Ha vinto, in effetti, il Grand Prix. Non era incoscienza, la nostra, o facile entusiasmo: già assistente del sommo Bela Tarr, Nemes riesce a ridare nuovo nitore all’Olocausto visto attraverso al cinema, e non è impresa da poco.

Il formato dell’immagine è quasi quadrato, la macchina a mano tallona Saul nell’Inferno del campo, un Inferno che seguiamo attraverso i suoi occhi, con la (falsa) soggettiva della dannazione: non ci sono campi totali, solo inquadrature ravvicinate, forzatamente parziali, inconcludenti, “rumorose” – e infatti il lavoro sul sonoro è strepitoso.

Ed è, tutto, documentato: Nemes, che ha avuto parte della famiglia assassinata ad Auschwitz e ha sempre trovato frustrante la mitizzazione insita nei film sui campi, ha trovato ispirazione in Requiem per un massacro di Elem Klimov (1985), soprattutto, ha adatatto e assemblato le testimonianze di veri membri dei Sonderkommando di Auschwit, Le voci sotto la cenere, conosciuti anche come i Rotoli di Auschwitz.

Nella parabola di Saul, tra il caldo dei forni, il sudario del figlio, i seni dei cadaveri scorciati, le esecuzioni e la fabbrica dell’intesa estinzione di massa degli ebrei, intuiamo davvero, come forse mai prima, che cosa è stato l’Olocausto lì e allora, nella geometria della morte del campo: Son of Saul è uno zombie movie, ce lo dice che stiamo vedendo morti che camminano e altri che non camminano più, soprattutto, lo fa davvero senza mitizzare, senza falsa speranza, ma senza nichilismo, piuttosto con quella umanità intesa quale assenza.

E’ un grande film, che rinnova la letteratura filmografica sul tema, riportandoci lì in carne, ossa e dolore dove tutto è iniziato. La fine dell’uomo, il carnefice, la vittima e chi sta in mezzo, il Sonderkommando, una vittima diversa. Non perdetelo.

NOTE

- REALIZZATO CON IL SUPPORTO DI: HUNGARIAN NATIONAL FILM FUND, CLAIMS CONFERENCE.

- GRAND PRIX, PREMIO FIPRESCI E VULCAN AWARD OF THE TECHNICAL ARTIST (A TAMAS ZANYI) AL 68. FESTIVAL DI CANNES (2015).

- GOLDEN GLOBE 2016 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- OSCAR 2016 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- DAVID DI DONATELLO 2016 COME MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.

CRITICA

"L'Olocausto raccontato da un insolito punto di vista (...). Il regista (...) adotta uno sguardo assai particolare per raccontare l'odissea del protagonista e il macabro 'dietro le quinte' dei campi di concentramento, (...). Per non guardare in faccia l'orrore da cui è circondato Saul e forse anche per non dover mettere in piedi costose ricostruzioni storiche, Nemes, la cui famiglia è stata in parte massacrata proprio ad Auschwitz, resta incollato al volto e alla nuca di Saul con inquadrature strettissime che tagliano fuori tutto ciò che gli sta intorno. Spesso quel poco che vediamo è pure sfuocato. Una scelta stilistica che diventa anche morale in un film da ascoltare più che da vedere, perché le urla spietate dei nazisti, le grida disperate degli ebrei nelle camere a gas, quelle arrivano forti e chiare. E il volto dell'attore protagonista, Géza Röhrig ci racconta tutta la disperazione e l'umanità che la macchina da presa non potrebbe restituire." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 15 maggio 2015)

"A volte i film chiedono allo spettatore di dare delle risposte sulle storie che raccontano, sulle ragioni che hanno spinto il regista a scegliere proprio quei fatti. Ma a volte, e sono i film più esigenti, interrogano chi guarda anche sul modo in cui quelle storie sono raccontate, perché lo stile della messa in scena («dove mettere la macchina da presa» si potrebbe dire in un eccesso di semplificazione) finisce irrimediabilmente per influire sul racconto, sulla narrazione. 'Il figlio di Saul' (...) è uno di questi perché il modo in cui è filmato influisce immediatamente sulla materia raccontata, gli dà una «forma» che non è ininfluente nel determinare il significato del film. Anzi, il senso nasce proprio da lì, da come Nemes e il suo direttore della fotografia Mátyás Erdély raccontano e filmano le azioni di Saul. Che è un ebreo rinchiuso ad Auschwitz nel 1944. Il suo volto, con i lineamenti spigolosi del poeta Géza Röhrig, lo vediamo emergere da una specie di magma indistinto, fatto di colori e ombre che a stento, in secondo piano, fanno intuire altre persone e altre azioni. Lui invece, Saul, è come inseguito perpetuamente dall'obiettivo della macchina da presa: riempie lo schermo negando visibilità al resto. A volte viene messo a fuoco anche il volto di un altro prigioniero, ma solo per il tempo necessari o a entrare in rapporto con Saul, a scambi are qualche stentata parola con lui. Altrimenti è solo di Saul che la macchina da presa (e la regia) si interessano. (...) al di là dei fatti raccontati nel film quello che colpisce al cuore lo spettatore è proprio come tutto (...) è raccontato. Risale almeno al documentario di Alain Resnais 'Notte e nebbia' (1955) e all'articolo di Jacques Rivette contro 'Kapò' di Pontecorvo (del 1961), la riflessione sull'«impossibilità» di filmare la Shoah. O comunque sul rischio di trasforma re in «spettacolo» una tragedia così sconvolgente. Nemes questo rischio lo ha molto ben presente e per aggirarlo compie due precise scelte, una narrativa e una estetica. Con la prima racconta la storia di uno dei «traditori» che accettarono di entrare in un Sonderkommando spingendolo però, con l'accidente narrativo del corpo da seppellire religiosamente, a mettere in discussione proprio quella scelta (voluta o subita poco importa). Con la seconda, scegli e di non mostrare niente che non sia il volto del suo protagonista (e pochi altri prigionieri) lasciando indistinto sullo sfondo quello che quei campi significavano e mette vano in opera. In questo modo Nemes non chiude gli occhi di fronte alla Storia, riflette sui limiti del rappresentabile che il cinema deve porsi (che cosa si può far vedere in un film?) ma soprattutto chiede allo spettatore di confrontarsi con quei temi morali che la Shoah continua a sollevare e che nessuno potrà mai cancellare." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 18 gennaio 2016)

"Qual è dunque questa sua unicità rispetto a tutto quello finora mostrato sull'Olocausto? Rendere appunto visibile l'irrappresentabile (chi ricorda le critiche del critico francese Serge Daney al carrello di 'Kapò'?), immergerci in un'esperienza «fisica» del sistema del genocidio nazista con un dispositivo visuale che delimita il nostro sguardo e un colonna sonora assordante, a tratti «spettacolare» che sembra quasi fare da contrappunto a ciò che il cineasta non può (non vuole) rappresentare. Un fuoricampo sottolineato anche dal formato 1:37 che restringe il quadro lasciando spazio alla nostra ricostruzione. (...) Nemes ci porta così nell'orrore delle camere a gas, nel ventre del campo di concentramento che da questa angolazione non si era mai visto. Filma gli esseri umani gettati vivi nelle fiamme, i residui lasciati da corpi, la macchina da presa sulla pelle del suo personaggio, con primi piani claustrofobici, implacabili, incollati alla nuca (più Dardenne che Tarr), al suo movimento incessante nei labirinti del campi. E al tempo stesso delimita una distanza, qualcosa che non sia «sentimentalmente» praticabile, che permetta cioè il pianto liberatorio, la commozione di empatia. Il suo personaggio e tutti gli altri prigionieri sempre indistinti, lontani in un certo modo - e flou è anche nello sguardo del protagonista, l'unico a condurci il campo - non diventano «vittime» dentro una modalità narrativa, ma servono come veicoli per trasmettere l'idea di un sistema. (...) una presa di posizione molto forte quella di Nemes che alla messinscena della violenza predilige la sua astrazione. E il fuoricampo? Perché nonostante l'insistenza di Nemes su questo punto, la sua regia sembra progressivamente schiacciare anche noi, gli spettatori, fino a mozzarci il respiro. E non soltanto per ciò che vediamo, per la tensione e la fatica (si è anche un film fisicamente faticoso 'Il figlio di Saul' e questo potrebbe essere un pregio). C'è qualcosa di autoritario nel modo in cui il regista presenta la sua visione, espressione di un fare-cinema che lo spazio per il pensiero dello spettatore lo risucchia nel suo progetto fino a che nel nostro «fuoricampo» riusciamo in fondo a immaginare poco." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 20 gennaio 2016)

"È quasi la dantesca visione, apparsa nel mezzo della bella natura che circonda Cracovia, di quel "bollor vermiglio" che avvolge corpi straziati, da cui s'alzano "alte strida", in un coacervo di vite degradate, senza umana ragione, senza umana pietà. È come trovarsi alla sorgente del Flegetonte, nel girone ove i dannati si mischiano per razze, generi ed età, mentre i demoni vestono divise impeccabili, ottenebrati da una volontà di potenza che si è fatta follia. Ove si condensa l'orrore, la morte, il sangue, le lacrime che poi scorrono ovunque, lambendo ogni angolo di vita, di tempo e di spazio. (...) «Non potendo fare un film dell'orrore (...) ho deciso di seguire Saul senza andare oltre la sua presenza e il suo campo visivo e uditivo, una prospettiva esemplare, ridotta all'essenziale, per raccontare una vicenda il più possibile semplice e arcaica. Il film mostra quello che lui vede: niente di più e niente di meno». Tra questo 'più' e questo 'meno', l'angoscia, che va dritta dritta a lambire la nostra coscienza, è però sufficiente. Genera un senso di soffocamento, una claustrofobia etica, che anche i suoni creati da Tamás Zányi e la fotografia di Mátyás Erdély dosano con inesorabile precisione, tra processioni di condannati, espedienti di sopravvivenza, tentativi di ribellione, massacri e crudeltà. E il sorriso di un bambino, prima della mietitura finale degli uomini, è l'aspra testimonianza di quanto sia facile varcare il sottile confine dell'indifferenza, diventando così della storia spettatori distratti e imbelli. Ruolo al quale Nemes, guardando anche al nostro futuro, cerca di sottrarci." (Luca Pellegrini, 'Avvenire', 21 gennaio 2016)

"Inquadrato di spalle, anzi di nuca, per buona parte del film, il protagonista del 'Figlio di Saul' (...) ha una faccia qualunque che sa diventare straordinaria, un'espressione muta che dice tutto, un corpo fragile che acquista potenza grazie alla forza della volontà (...). L'interprete necessario di un esordio eccezionale, in cui la forma si fa contenuto e viceversa. Una performance miracolosa, di quelle che il cinema regala di rado." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 21 gennaio 2016)

"Si può raccontare ancora qualcosa che ha riempito migliaia di pagine, fotogrammi, tele e teche? Forse, ma serve radicalità, coraggio e talento. Non si può ergersi come nani sulle spalle dei giganti, ma quei giganti bisogna abbatterli, senza cincischiamenti, senza demenza alcuna. Per raccontare la Shoah come nessuno prima, László Nemes è la persona giusta. (...) Tocca essere iconoclastici, non solo fregarsene, ma demolire il corpus sulla Shoah, e non pare Nemes abbia fatto fatica: il regista dice di aver sempre trovato frustrante la mitizzazione filmografica sui campi e dichiara un'unica ispirazione, 'Va' e vedi' del russo Elem Klimov (1985). Non finisce qui: prima l'ancoraggio familiare, poi quello allo Zeitgeist. Nemes ha avuto parte della famiglia assassinata ad Auschwitz, e il legame biografico l'ha portato a cercare la massima aderenza storica, a basarsi sulle testimonianze di veri membri dei Sonderkommando di Auschwitz, già raccolte ne 'Le voci sotto la cenere' ovvero i Rotoli di Auschwitz. Il secondo appiglio rimanda a quel fortunato sottogenere pornografico che va sotto il nome di P.O.V., acronimo di 'Point of View', punto di vista: soggettive e false soggettive del protagonista maschile, per cui quel che vediamo noi spettatori è quello che vede lui. Ma la prevalente soggettiva, grimaldello per scassinare 'il film sull'Olocausto', qui non è solo accorgimento formale, intenzione prospettica, bensì, dispositivo ideologico e, perdonateci il parolone, euristico: non casualmente, l'equivalente letterario di 'Son of Saul', 'Le Benevole' di Jonathan Littell, narra in prima persona la storia di Maximilien Aue, un ufficiale delle SS. Anche questo un esordio, fa della soggettività il piede di porco per farci entrare, dalla parte dei criminali, nell'inferno della Soluzione Finale: funzionanti quali campo e controcampo, 'Son of Saul' e 'Le Benevole' trovano sotto la cenere di troppi film e libri identici il fuoco che ancora brucia della Shoah. E ci si ustiona, perché dietro qualche - necessario - compiacimento formale, fanno male. (...) Vincitore del Grand Prix a Cannes 2015, del Golden Globe e, assai probabile, dell'Oscar al film straniero, dà occhi nuovi, i nostri, alla Shoah: formato dell'immagine quasi quadrato, macchina a mano a tallonare Saul, nessun campo totale, bensì inquadrature ravvicinate, parziali, micidiali e immersive. (...) il fuoricampo è sinistramente evocativo, sentiamo l'odore della carne bruciata, il fumo ci riempie la gola, offusca gli occhi. Ma stiamo con Saul, fino alla fine: in un universo di morte dare sepoltura è l'unica forma di vita. Non perdetelo, 'Il figlio di Saul' è un film che rimarrà." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 21 gennaio 2016)

"Piacerà a patto che superiate prima di addentrarvi due handicap non secondari. Le diffidenza verso i film dell'Olocausto (ma c'è veramente qualcosa ancora da dire?), e poi il fastidio inevitabile che ognuno prova ogni volta che sente odore di Oscar ogni volta che il cinema accosta la Shoah (anche 'Il figlio di Saul' è candidato, per il film straniero, e potete scommettere che vincerà). Bene. Stavolta è il caso che vi liberiate della diffidenza e del fastidio. 'Il figlio di Saul' gode certo di una corsia preferenziale, ma possiamo garantire che se la merita. Perché ti attanaglia dal principio alla fine, e perché, sì, ha trovato qualcosa di nuovo in un filone praticato indefessamente dal cinema. Qualcuno ha fatto accostamenti non del tutto arbitrari con 'La vita è bella' di Benigni. La vita non è affatto bella, anzi è orribile, ma lo spirito di conservazione è l'unica cosa che ci separi dal nulla. László Nemes arriva buon ultimo nella filmografia sulla Shoah, ma è forse il primo che alla tragedia di popolo sostituisca quella dell'individuo. Nessuno è più solo di Saul nell'inferno di Auschwitz. Solo anche di fronte a se stesso. Perché se si guarda dentro non può non riconoscere che sta immolando se stesso e gli altri sul filo della menzogna, sull'ultimo omaggio a un figlio che non è suo. Come la racconta Nemes l'atroce solitudine? Splendidamente, mettendo in primo piano la sofferenza di Saul e solo sullo sfondo l'orrore di Auschwitz. Le vittime e i carnefici, le urla di dolore e i feroci ordini, li vediamo o li sentiamo solo in lontananza. La camera sta addosso a Saul e noi con lei. Il processo di identificazione è totale." (Giorgio Carbone, 'Libero', 21 gennaio 2016)

"(...) una vera meraviglia come, purtroppo, capita, ormai, sempre più di rado di vedere. Un film di una bellezza maledetta, diretto da un regista esordiente, l'ungherese László Nemes, un nome da tenere bene in mente per il futuro. (...) ma quanto è bravo Géza Röhrig (...). Nemes, fin dalla inquadratura iniziale, ce lo mostra in primo piano, tenendo, intorno a lui, il diaframma chiuso, per rendere volutamente indistinto tutto quello che gli accade accanto. Con la scelta di utilizzare un formato 4:3, viene mostrata la sua odissea (...) senza la retorica che, di solito, accompagna questo tipo di cinematografia. L'inferno lo si può mostrare anche con un primo piano o con l'ostinato tentativo di trovare un briciolo di umanità, dove tutto sembra irrimediabilmente perduto. Questo è grande cinema. Perdere questo film, sarebbe un delitto." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 21 gennaio 2016)

"L'inferno di Auschwitz visto, con gli occhi dell'unico testimone che consenta di rappresentare la Shoah sfuggendo allo spettacolo. (...) L'inferno in terra (...). Un inferno che il magnifico esordio di László Nemes lascia, correttamente, quasi fuori campo, assumendo per tutto il film il punto di vista del protagonista, l'ungherese Saul Ausländer. Saul come lo sfortunato primo re degli Israeliti. Ausländer come straniero in tedesco. (...) il regista ci porta dentro l'orrore mostrando il minimo indispensabile, tra urla, spari, ordini fuori campo, e immagini studiatissime ma parziali e sfocate. Scelta geniale grazie a cui Nemes aggira il doppio interdetto che pesa sui lager al cinema dai tempi del 'Kapò' di Pontecorvo. Non si 'ricostruisce' l'irrappresentabile, l'Olocausto non ammette finzioni. Lo ha detto una volta per tutte Claude Lanzmann, il regista di 'Shoah'. Ma rispettare alla lettera questo divieto significa condannare le vittime una seconda volta all'oblìo, o poco meno. Se Nemes trova la quadratura del cerchio è perché guarda (ci fa guardare) non fuori, intorno al suo protagonista, ma dentro di lui." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 22 gennaio 2016)

"Un grande film sulla Shoah, anzi il migliore a tutt'oggi, compreso la tanto decantata «Schindler's List» di Spielberg. E dire che l'ha realizzato un esordiente, László Nemes, (...) con una invenzione, geniale, mette al centro del suo terribile dramma unicamente Saul con una grande X rossa sulla giacca per segnalarne il rischio di fuga, facendoci poi vedere solo quello che lui vede e sente nel campo di concentramento tutto intorno, i suoi ritmi spaventosi, con l'unica meta dei forni, i clamori in varie lingue, dal tedesco iroso e imperioso all'yiddish con il suono dell'angoscia e del terrore, frammiste a colpi d'arma da fuoco e a grida sempre più concitate specie quando a un certo momento vien tentata una rivolta. Si è oppressi, soffocati, manca il respiro e affiora irrefrenabile il tumulto di tutti i sentimenti. Grati però al cinema quando si mostra in grado di saper trasformare le sue immagini in urla sostenute ad ogni momento dalla forza e dalla vitalità dell'arte, pronto a richiamare e anche a redarguire, specie in tempi come questi in cui il cinema vince solo se fa ridere . Da non dimenticare mai, e non solo nell'ormai vicino Giorno della Memoria, il protagonista del film Géza Röhrig. Sono soprattutto i suoi occhi che ci fanno vedere l'orrore in cui il personaggio è immerso." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 22 gennaio 2016)

"(...) è un film potente, una metafora non realistica sulla morte che pervade tutto, sulla vita negata (di fronte alle cose assurde che fa il protagonista senza che le SS se ne accorgano è necessaria una Forte sospensione dell'incredulità). L'originalità è tutta nello stile: e anche qui, molti hanno scritto che il film è in soggettiva, che noi vediamo ciò che Saul vede, mentre è vero il contrario. La macchina da presa è costantemente dietro le spalle dell'attore Géza Röhrig, la sua schiena impalla la nostra visione e noi percepiamo vagamente ciò che accade dai dettagli ai lati del suo corpo; mentre sentiamo, quello sì, tutto ciò che lui sente (il lavoro sul sonoro è pazzesco, e per una volta è giusto citare il montatore del suono Tamás Székely e il sound-designer Tamás Zányi). In ultima analisi 'Il figlio di Saul' è un film-esperienza, molto doloroso, dal quale si esce profondamente scossi. Con il dubbio che Auschwitz sia ancora lì, che non sia mai finita." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 22 gennaio 216)

"Potente, di quella rara esposizione di ferocia delle tragedie claustrofobiche quando anche visivamente non lasciano scampo (cinepresa al collo del protagonista, colori virati, i corpi gasati e infilati sullo scivolo dei forni, le ceneri sparse a palate nel fiume), ci porta, per la prima volta, tra gli ebrei costretti a vivere uccidendo la propria gente (...)." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 22 gennaio 2016)

"Il modo migliore di celebrare il Giorno della Memoria è andare a vedere il film 'Il figlio di Saul'. Terribile a vedersi, ma non vederlo è un delitto. Un capolavoro aumenta in chi lo vede la voglia di vivere, una vita che ti fa incontrare capolavori è un regalo del destino. Ma stavolta non è così. Vedi questo film perfetto, e resti muto e spento. C'è un attimo di smarrimento in sala quando il film finisce, nessuno fiata. Non so se esista uno strumento in grado di misurare la 'vitalità' delle persone, la voglia, la capacità di vivere, ma se esiste, e se si potesse usarlo sugli spettatori che escono dalla sala dopo aver visto questo film, si scoprirebbe che la loro vitalità è prossima allo zero. È un film che ti fa vergognare. Perché mostra che cosa sono stati capaci di fare gli uomini, e poiché tu sei un uomo, vergognandoti di loro ti vergogni di te. (...) Sì, tutti abbiamo visto Birkenau (nessuno doveva uscire dal secolo scorso senza averlo visto), dunque abbiamo visto i luoghi dove si svolgeva l'abominevole operazione che si chiamava Sterminio. Ma quei luoghi oggi sono muti. Li vedi ma non li senti. E ogni racconto, ogni testimonianza, ogni diario che li descrive, non te li fa sentire. E senza sonoro sono morti. Il film recupera il sonoro. Urla, pianti, percosse, imprecazioni, latrati, abbaji, e ordini, ordini, ordini, che con i latrati e gli abbaji si fondono in una sola lingua, non umana ma canina. I soldati che fanno queste cose sono umani trasformati in cani. L'ideologia, il razzismo, l'odio per gli altri, l'obbedienza ai capi, le 'cose dei padri' cioè la patria, hanno costruito questo risultato. Ci sono cani che prima mordono e poi ringhiano, così questi uomini-cani prima calano la bastonata e poi urlano l'ordine. Nessun dubbio che il lavoro del Sonderkommando o si fa così o non si fa. Siamo nella catena di montaggio dello Sterminio, i forni, la cenere da smaltire nel fiume, le docce da lavare, via un carico sotto l'altro. Nella catena di montaggio, a sterminare ebrei, sono altri ebrei, schiavi. Uno di questi, un ungherese, crede di riconoscere in un bimbo morente il proprio figlio. O, più probabile, vede quel piccolo morente e lo adotta come figlio. Ne nasconde il cadavere, lo porta sempre con sé, anche nella fuga, per tutto il film gira in cerca di un rabbino che sul piccolo morto reciti il Kaddish, la preghiera ebraica per santificare il corpo da seppellire. Il film vive sul contrasto tra i corpi sprezzati come immondizia, e il corpo di questo bambino santificato. Noi oggi siamo in un'epoca di corpi che esplodono, muoiono per uccidere, e questo film ci offre un corpo morto da santificare, cioè da far vivere in eterno. Il film è sull'urto tra l'odio razzista e l'amore paterno. Non abbiamo mai spinto lo sguardo così dentro l'orrore dove la strage si compie ininterrotta." (Ferdinando Camon, 'Avvenire', 27 gennaio 2016)
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