Il Figlio dell'altra

Le fils de l'autre

FRANCIA - 2012
2/5
Il Figlio dell'altra
Mentre si prepara a partire per il servizio militare con l'esercito israeliano, Joseph scopre che suo padre e sua madre non sono i suoi veri genitori, ma che alla nascita è stato scambiato per errore con Yacine, dato invece a una famiglia palestinese in Cisgiordania. La rivelazione sconvolge improvvisamente le esistenze di tutte e due le famiglie costrette riconsiderare non solo le rispettive identità, ma anche i loro valori e le proprie convinzioni.
  • Altri titoli:
    The Other Son
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: SCOPE (1:2.35)
  • Produzione: RAPSODIE PRODUCTION, CITÉ FILMS, IN COPRODUZIONE CON FRANCE 3 CINÉMA, MADELEINE FILMS, SOLO FILMS, CON LA PARTECIPAZIONE DI ORANGE CINÉMA SÉRIES, FRANCE TÉLÉVISIONS, USEFUL PRODUCTION, SOFICA HOCHE ARTOIS IMAGES
  • Distribuzione: TEODORA FILM/SPAZIO CINEMA (2013)
  • Data uscita 14 Marzo 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Il figlio dell’altra, il terzo incomodo tra Israele e Cisgiordania. Durante la visita per il servizio di leva, Joseph scopre di non essere il figlio biologico dei suoi genitori: appena nato è stato scambiato per errore con Yacine, palestinese dei territori occupati. La rivelazione getta nel comprensibile scompiglio le due famiglie, nonché scardina appartenenze e convinzioni: due padri, due madri e un’inaudita crasi natura-cultura oltre ogni confine e ogni identità pregressa. Come finirà?
La francese Lorraine Levy pensava a un epilogo col botto, ovvero con un kamikaze, poi ha optato per quel che vedrete, ma se il cast è all’altezza – il volto noto è la bella Emmanuelle Devos – non viene meno la costruzione a tesi, una perfetta simmetria che si addice più a un giardino all’inglese che a un film francese: tutto funziona troppo, correndo spedito su binari a specchio che più che far riflettere per induzione sul conflitto israelo-palestinese finiscono per deformarlo.
Data l’esemplarità del soggetto, ci sarebbe voluta la verve surreale di un Elia Suleiman piuttosto che i rovelli immaginifici di Ari Folman: il realismo di Lorraine Levy si risolve in una sterile dimostrazione per assurdo. Matematico.

NOTE

- PRESENTATO AL 30. TORINO FILM FESTIVAL (2012) NELLA SEZIONE 'FESTA MOBILE'.

CRITICA

"Ci sono film che rischiano a ogni passo di finire ostaggio del loro soggetto. Succede quando il cinema prende di petto la realtà con tutte le sue contraddizioni anziché renderla più leggibile seguendo le leggi di questo o quel genere, commedia, thriller, melodramma, eccetera. Quando poi qualcuno porta la macchina da presa in Medio Oriente, i rischi diventano altissimi. Eppure proprio Israele ci ha dato alcuni dei più bei film di questi anni. Per originalità di scrittura, densità del tratto, verità dei personaggi. Come se la massa di problemi che pesa su ogni centimetro di ogni inquadratura costringesse i registi a fare i conti fino in fondo con ciò che riprendono (in Israele ogni immagine è politica, per definizione). Figuriamoci cosa succede se una regista francese, ebrea non praticante, decide di aggiornare la favola dei figli scambiati in culla alla situazione odierna di Israele. Immaginando cosa accadrebbe se un giorno due coppie, una israeliana e una palestinese, scoprissero che i figli oggi 18enni allevati con tanto amore sono in realtà figli «degli altri», ovvero del «nemico». (...) La metafora e la predica para-politica sono in agguato. Invece - miracolo - il film di Lorraine Lévy non cade in nessuna di queste trappole. E se non sempre vola altissimo, ci conquista scena dopo scena pedinando in tutta semplicità e con un pizzico di benedetta ingenuità la vita quotidiana di queste due famiglie, comprensibilmente sconvolte dalla scoperta. Evitando tutte le tentazioni «massimaliste» (...) per affidarsi al buon senso, alla pazienza, alla speranza custodita naturalmente dalle madri, più che dai padri, e dai figli. Non un capolavoro, ma un film fragile e insinuante, ravvivato da attori eccellenti, che sceglie e percorre la via del cuore con coraggio e coerenza." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 marzo 2013)

"Preso (...) come un invito alla (ri)conciliazione, come un'utopica prefigurazione di possibile convivenza, il film ha una sua ragione di essere; e la Levy mostra buona mano nell'ambientare e orchestrare i contrastanti quadri familiari. Ma al contempo la sceneggiatura resta in superficie e gli intricati nodi, degni di una tragedia greca, si sciolgono con quella disinvolta facilità che sempre assolviamo nel cinema hollywoodiano, perché lì il gioco rientra nei dichiarati parametri della fiction; mentre da una realistica pellicola europea pretendiamo maggior rigore e profondità." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 14 marzo 2013)

"In Francia ha fatto molto discutere con le sue riflessioni sul concetto di identità personale e nazionale, e ora arriva anche nelle nostre sale. 'Il figlio dell'altra' di Lorraine Levy è la bellissima storia di due famiglie, una israeliana, l'altra palestinese, che scoprono di aver allevato il figlio 'sbagliato'. (...) Se i padri hanno l'impressione di aver perduto il figlio, le madri sentono di averne guadagnato uno, come a dire che la via della riconciliazione tra due popoli da decenni in lotta passa attraverso le donne e i giovani." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 14 marzo 2013)

"Fiaba dallo sguardo total-femminile, l'opera terza della francese ebrea Lévy non ha pretese propagandistiche se non a vantaggio di una speranza cavalcata dal buon senso. Regia sensibile e di grande capacità empatica per attori generosi, specie una sincera Emmanuelle Devos. Da vedere con occhi lontani dal realismo." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 14 marzo 2013)

"Piacerà a chi ama le belle storie ben raccontate. E le confortanti conclusioni, quando sono giuste. Se una vita vale l'altra, se le barriere sono fasulle, che senso ha un conflitto che va avanti, con fiumi di sangue, da oltre sessant'anni?" (Giorgio Carbone, 'Libero', 14 marzo 2013)

"Che bel film, capace di commuovere senza mai cadere nel buonismo." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 14 marzo 2013)
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