Il coraggio della verità

Courage Under Fire

USA - 1996
Nel gennaio 1991, durante la guerra del Golfo, in Iran, il colonnello Serling ordina per errore di aprire il fuoco contro uno dei suoi carri armati, uccidendo alcuni uomini. In seguito a quest'incidente, Serling viene rispedito a casa e assegnato a Washington all'ufficio preposto all'assegnazione di decorazioni e onorificenze militari. Il generale Hershberg cerca di minimizzare le conseguenze del tragico errore e affida a Serling l'incarico di valutare la candidatura del capitano pilota Karen Walden alla medaglia d'oro alla memoria per l'eroismo mostrato in battaglia. Sarebbe la prima assegnazione per una donna, e il Dipartimento di Washington giudica opportuna la cosa e aspetta dall'ufficiale una rapida approvazione della proposta. Al contrario, interrogando i partecipanti a quell'azione bellica, Serling riscontra numerose contraddizioni sullo svolgimento dei fatti e si rifiuta di consegnare il rapporto conclusivo. Minacciato dal suo superiore, si vede costretto, oltre che a cercare la verità su Karen, anche a difendere se stesso, cosa che lo porta ad una crisi depressiva che lo fa allontanare dalla moglie e dai figli. Con molta fatica, e attraverso numerosi flashback che ricostruiscono il fatto da più punti di vista, Sterling raggiunge la verità che andava a toccare le sfere interne della paura e dell'incertezza del capitano Walden. La medaglia viene infine assegnata, e Serling partecipa alla cerimonia con un'accresciuta consapevolezza verso il proprio ruolo e il significato del coraggio.

CAST

NOTE

-REVISIONE MINISTERO GENNAIO 1997

CRITICA

Il regista è bravo a gestire le complesse dinamiche psicologiche e morali del protagonista, potendo anche contare sull'incisività di Denzel Washington, che affronta la vicenda con le sue robuste e atletiche spalle e con il suo sguardo intenso che rimanda agli eroi idealisti alla Gary Cooper e Montgomery Clift. (Il Mattino, Alberto Castellano, 3/2/97)

Il modo di raccontare è coinvolgente. Da una parte c'è il fascino dell'intrigo di "detection", che istituisce un arcano legame tra il vivo e la morta (Denzel e Meg non si incontrano mai sullo schermo). Dall'altra restano forti le suggestioni del "flashback menzognero", con cui il cinema (Kurosawa e Hitchcock insegnano) può contraddire la presunta oggettività dell'immagine. Poi però la sceneggiatura di Patrick Sheane Duncan scivola verso l'epilogo patriottico e consolatorio. (La Repubblica, Roberto Nepoti, 3/2/97)
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