Il conte Max

ITALIA - 1991
Alfredo, un giovane romano, ripara le motociclette vicino a Campo dei Fiori ed è diventato amico del Conte Max, un anziano e spiantato gentiluomo ed ex-gaudente, il quale gli insegna i bei modi e a parlare francese, alternando le lezioni a partite di poker. Una sera una bella donna viene scippata vicino casa di Alfredo: è Isabella Matignon, fotomodella e mantenuta di un attempato Giorgio, che la vorrebbe sposare. Alfredo la soccorre e il mattino successivo le porta a casa dei fiori, ma lei è partita per Parigi. Riconosciutala sul manifesto di un noto couturier e consigliato dal conte, il giovanotto parte per la Ville Lumière rivestito a puntino e con lo smoking in valigia. All'Hotel Crillon, dove pero' Isabella è conosciuta solo come Taccona e dove Giorgio paga le spese, Alfredo le riporta un anello ed un portacipria che ha recuperati a Roma, le offre cento rose, e così Isabella, sorpresa e toccata, lo invita ad accompagnarla ad un fastoso ballo, dove lo presenta come il conte Max. Baciato dalla dea fortuna, Alfredo vince uno splendido collier con un biglietto della lotteria da lui raccolto. Quindi riesce a farsi invitare da Pierre Dellafont, miliardario mercante d'armi, grazie alla presentazione della di lui moglie Marika, per una partita a poker che regolarmente vince. Alfredo infatti sa che Dellafont è colui che ha spogliato al gioco di tutto, incluso un quadro di Renoir, cui teneva in modo particolare, l'anziano conte Max. D'accordo con Isabella che ora vive con lui e dopo aver deciso di stare in società dato il valore enorme del collier, Alfredo accetta di partire per Marrakech, dove Dellafont abita da nababbo con la madre. Il mercante vuole una clamorosa rivincita, ma soprattutto - essendo un omosessuale - vuole sposare il romano. Mentre la madre di Dellafont insiste con Isabella perché se ne torni a casa - il che sarebbe proprio quello che la ragazza desidera, data l'anomala situazione - Alfredo si avvia al sacrificio ma, al momento del si' fatale e del bacio nuziale, egli fugge nel suoi veli da odalisca, piomba all'aeroporto e qui ritrova Isabella. La quale è in partenza con un pacco sottobraccio: è il Renoir che Madame Dellafont le ha donato per ricompensarla e che naturalmente i due avventurosi consegneranno al Conte Max.

CAST

NOTE

- GLI ABITI DI ORNELLA MUTI E QUELLI DELLA SFILATA DI MODA SONO DI EGON VON FURSTENBERG.

- LE COREOGRAFIE DEL NUMERO DELLE 'BLUEBELL GIRLS' AL LIDO DI PARIGI SONO DI PERRE LAMBERT, I COSTUMI DI FOLCO E LE SCENOGRAFIE DI BOB RUNG.

CRITICA

"Christian De Sica ha avuto a disposizione una inconsueta ricchezza e accuratezza produttiva; dal centro storico romano bello e degradato si passa a Parigi e poi a Marrakech. Tutte cose piacevoli da vedere, che non riscattano la schizzofrenia nè l'aneddoto anacronistico." (Lietta Tornabuoni, "La Stampa", 28 settembre 1991).

"Christian De Sica interprete approfitta della sua naturale simpatia per eccedere in punte farsesche, punteggiate da dialoghi in francese maccheronico più adatti al varietà televisivo; mentre Ornella Muti non esce dai modi consueti, un po' spaesata, forse sprecata." (Alfio Cantelli, "Il Giornale", 28 settembre 1991).

"Christian De Sica è sicuramente un regista, come lo era suo padre alla sua stessa età. Solo che suo padre, a un certo punto ha incontrato Zavattini e lui ancora no." (Gian Luigi Rondi, "Il Tempo", 29 settembre 1991).

"Sostenuto dagli sceneggiatori Age, Filippo Ascione e Adriano Incrocci (e dalla familiare collaborazione di mamma Maria Mercader e dal fratello musicista Manuel), De Sica propugna con molte grazie un cinema lieve e gentile. Fiabesco." (Paolo D'Agostini, "La Repubblica", 1 ottobre 1991).

"Il regista e protagonista tenta un patetico connubio di imitazioni fra il padre e Sordi. Ma il miscuglio è deludente e imparaticcio nonostante lo spreco di partecipazioni speciali." (Maurizio Porro, Il "Corriere della Sera", 1 ottobre 1991).

"Christian De Sica non ha, del padre, né la qualità d'attore né quelle di regista. Film provinciale con tante malriposte e malriuscite pretese." (Giacomo Gambetti, "La Rivista del Cinematografo", n°11, 1991).
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