Il colore della libertà - Goodbye Bafana

Goodbye Bafana

BELGIO, GERMANIA, SUDAFRICA, ITALIA, FRANCIA - 2007
Il colore della libertà - Goodbye Bafana
James Gragory è un uomo bianco, nato e vissuto in Sudafrica e mosso da profondi sentimenti razzisti nei confronti dei suoi connazionali di colore. James lavora come secondino nel carcere di Robben Island dove è stato rinchiuso il leader della lotta all'Apartheid, Nelson Mandela. Grazie alla sua conoscenza della lingua Xhosa, gli è stato affidato il compito di sorvegliare il rivoluzionario e i suoi compagni di prigionia, per spiare di nascosto le loro conversazioni. Le parole di Mandela faranno breccia nel cuore dell'aguzzino che da persecutore si trasformerà in fervente sostenitore di un Sudafrica democratico con uguali diritti per bianchi e neri.
  • Altri titoli:
    Detenuto 46664
  • Durata: 117'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM, CINEMASCOPE
  • Tratto da: autobiografia "Nelson Mandela, da nemico a fratello" di James Gregory e Bob Graham (ed. Sperling & Kupfer, 1996)
  • Produzione: BLU CINEMATOGRAFICA, FONEMA SPA., ARSAM INTERNATIONAL, BANANA FILMS, CHOCHANA SA., X-FILME CREATIVE POOL, FILMAFRIKA
  • Distribuzione: ISTITUTO LUCE
  • Data uscita 30 Marzo 2007

RECENSIONE

di Diego Giuliani

Multinazionali farmaceutiche, diamanti insanguinati, dittatori sanguinari. Dalla fabbrica del politicamente impegnato, questa volta salta fuori addirittura il poco noto rapporto fra il leader sudafricano Nelson Mandela e il carceriere bianco che lo seguì per ben 17 anni. Un toccante e profondissimo incontro fra opposti, che proprio in questo trova paradossalmente il suo limite. Dopo Edward Zwick, Kevin MacDonald e il recente Gregory Nava di Bordertown, la scelta di Bille August sembra confermare la presunzione che storie tanto forti non necessitino o quasi di una regia. Il danese melenso della Casa degli spiriti fa però il suo compitino. E’ pulito, ordinato, anzi fin troppo ordinario: non calca troppo la mano, evita le banalizzazioni in agguato, ma di osare proprio non se la sente. Il risultato è un campo medio fra il sociale di un Sud Africa in cambiamento e il privato dei protagonisti, a cui finisce per mancare sia il respiro politico che l’introspezione. Dennis Haysbert, star nera della serie tv 24, avrebbe anche le carte in regola per un buon Mandela. Come per l’ufficiale bianco Joseph Fiennes, il suo personaggio resta però soffocato dalla piattezza di dialoghi e sceneggiatura che gli chiudono ogni margine di manovra. Quello che resta è una storia umanamente e politicamente interessantissima, a cui mancano però una guida decisa e un taglio in grado di emozionare. Riponiamo le speranze nel libro: Nelson Mandela, da nemico a fratello di James Gregory e Bob Graham, edito da Sperling & Kupfer.

NOTE

- IN CONCORSO AL 57MO FESTIVAL DI BERLINO (2007).

CRITICA

"Molto più tradizionale ma anche meno stimolante 'Goodbye Bafana' di Bille August, che racconta la lunghissima prigionia di Mandela con gli occhi del carceriere (Joseph Finnes) che lo segue da una prigione all' altra, conquistando il rispetto del leader africano (Dennis Haysbert) perché giorno dopo giorno impara ad ammirarne la coerenza e le idee. Un film semplice, chiaro, didattico, che racconta una presa di coscienza non scontata nel Sud Africa degli anni Settanta e che Bille August filma con corretta professionalità." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 12 febbraio 2007)

"Una bella storia, quella di Nelson Mandela (Dennis Haysbert) prigioniero e del suo carceriere, il sergente James Gregory (Joseph Fiennes). Una sceneggiatura, tratta dalla memorie di Gregory, ben adattata da Greg Latter e Bille August. Una ricostruzione del 1968-1992 in Sud Africa girata nei luoghi reali. Una capacità di raccontare nitidamente, senza voce fuori campo e senza didascalie... Sono le prime doti di 'Goodbye Bafana' ('Arrivederci, amico') di Bille August, regista danese che vanta due palme d'oro ('Pelle alla conquista del mondo' e 'Con le migliori intenzioni'). Raro che un carceriere diventi amico del prigioniero, come August sa, avendo diretto anche 'I miserabili', dove il galeotto Jean Valjean non trova requie dall'ispettore Javert. Coproduzione fra Germania, Belgio, Francia, Sud Africa, Italia e Regno Unito, 'Goodbye Bafana' sopravvive a tanta coalizione di investitori e, nelle sue due ore, spiega apartheid e rivolta contro di esso, fine della Guerra fredda e implicita fine del segregazionismo. E poi il film evita i manicheismi: come Mandela - gigante del '900 - ha insegnato." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 13 febbraio 2007)

"Le biografie di uomini importanti e il ricorso alle 'storie vere' non sono di per sé un passaporto di riuscita cinematografica. Anzi. Il pregio di questo caso sta nella dignità sommessa e nel giusto tono. Nell'evitare la retorica altisonante, strappalacrime, trionfalistica, della biografia esemplare ed edificante, edulcorata, romanzata, santificata. E quindi risponde anche a un criterio di utilità." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 30 marzo 2007)

"Il film di Bille August ripercorre proficuamente ma un poco scolasticamente il rapporto eccezionale fra il leader colto (Haysbert) e il bianco pieno di pregiudizi che invecchiano e cambiano insieme imparando pian piano a conoscersi e rispettarsi. Ci sono cose molto belle (i flashback dell'infanzia, età dell'oro in cui bianchi e neri vivono e giocano insieme; il punto di vista innocente e rivelatore dei figli di Gregory; i lutti nelle rispettive famiglie) che il film ansioso di non dispiacere a nessuno sfrutta solo in parte. Utile forse per chi, e sono in molti, non c'era o non sa. Più ovvio ed ecumenico per chi ha ricordi più precisi. O magari ha visto film assai migliori sul Sudafrica come, su tutti, il non dimenticato 'Un mondo a parte' di Chris Menges, 1988." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 30 marzo 2007)

"Lo script basato sulle memorie del defunto Gregory e signora, spesso difetta di gioiosa approssimazione condensata in scene madri che si ripetono all'occorrenza. La regia, poi, elude ogni elaborazione critica di spazio e tempo (consequenzialità narrative elementari con intramontabili didascalie; usufrutto di truccatori e costumisti impazziti - si leggano i batuffoli di cotone tra i capelli di Mandela/Haysbert per indicare che è invecchiato). Barthès avrebbe parlato di classico esempio di 'innocenza del tema che corrompe la forma'. Da guardare, con un manualetto di storia sudafricana in tasca." (Davide Turrini, 'Liberazione', 30 marzo 2007)

"Di Bille quindici anni fa Ingmar Bergman disse che era uno dei migliori del mondo (forse perché gli firmo la biografia 'Con le migliori intenzioni'). Sempre di August molti critici (a ragione) scrissero, dopo l'orrido 'La casa degli spiriti', che era tra i peggiori capitati dietro la macchina da presa. Il risultato di 'Il colore della libertà' si colloca tra i due estremi. Ben diretto, ben recitato. Dalla visione usciamo tutti più buoni e fiduciosi (che era in fondo il primo target del libro e del film)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 30 marzo 2007)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy