Il Club

El Club

CILE - 2015
4/5
Il Club
Quattro sacerdoti vivono insieme in una casa isolata, situata in una piccola città di mare. Ognuno di loro è lì per rimediare ai peccati del proprio passato. I quattro si muovono sotto l'occhio vigile della governante, Suor Mónica. Il fragile equilibrio del gruppo viene tuttavia compromesso dall'arrivo di un quinto uomo, anche lui di recente caduto in disgrazia, che riporterà a galla il passato che ognuno di loro pensava di essersi lasciato alle spalle.
  • Altri titoli:
    The Club
  • Durata: 97'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: RED EPIC 4K, SCOPE, DCP (1:2.39)
  • Produzione: FABULA
  • Distribuzione: BOLERO FILM (2016)
  • Vietato 14
  • Data uscita 25 Febbraio 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Marina Sanna

Fin dagli esordi, il cileno Pablo Larrain ha dimostrato di essere uno dei registi più interessanti del panorama internazionale. In Tony Manero, durante la dittatura di Pinochet, il protagonista (Alfredo Castro, attore feticcio) era talmente ossessionato dal personaggio di John Travolta nella Febbre del sabato sera, da mettere in scena uno spettacolo di danza in un locale di periferia ogni sabato, mentre come secondo lavoro faceva il serial killer.

In Post mortem, Larrain immaginava la vicenda di un impiegato all’obitorio di Santiago del Cile, che al momento del golpe si vedeva arrivare, per l’autopsia, il cadavere di Salvador Allende. Con No,  era tornato di nuovo a parlare del suo paese. Quando, nel 1988, l’opposizione aveva affrontato il referendum che Pinochet pensava di vincere per riconfermarsi al potere per un altro decennio. Specializzato nello scandagliare zone buie, angoli remoti mai esplorati, senza risparmiare orrori di nessun tipo, con una cifra stilistica personalissima, premiato a Berlino lo scorso anno (Orso d’Argento) con un’altra vicenda scottante e scabrosa: El Club.

Una casetta, come tante, sulla costa cilena, in cui vivono un gruppo sparuto di uomini e una donna, Monica. Potrebbero essere amici, pensionati, che scommettono sui cani e guadagnano una discreta sommetta. L’arrivo di due sconosciuti, svela che sono preti, nascosti, confinati perché  hanno commesso dei gravi abusi. La donna è una suora, dal vissuto turbolento, che ha trovato il modo di espiare facendo loro da badante e a tratti da carceriera. Il nuovo prete perde la ragione quasi subito e si uccide di fronte a un vicino che lo accusa di averlo molestato da bambino. La Chiesa manda un emissario. Un giovane elegante che ha il compito di stabilire la verità e chiudere questi rifugi sparsi per il mondo. Si trova davanti persone che hanno perso non solo la fede, o hanno un modo  personale di declinarla, ma che hanno paura e vogliono essere dimenticati. Se sia la pietà che lo spinge o il desiderio di essere il primo a mettere una pietra sul passato, è lasciato allo spettatore, stordito dalla crudezza delle immagini  Larrain procede nella sua indagine, senza ombra di speranza negli uomini e nelle istituzioni, e il cammino verso quella trasparenza invocata da Benedetto XVI e perseguita da papa Francesco, sembra più impervia che mai.

NOTE

- ORSO D'ARGENTO GRAN PREMIO DELLA GIURIA AL 65. FESTIVAL DI BERLINO (2015).

- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2016 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Larraín ci mostra (...) la vita dei colpevoli dopo che la Chiesa li ha scoperti e allontanati ma non denunciati: non solo i troppi pedofili, ma anche i preti che commerciavano vendendo ai ricchi i bambini strappati ai poveri, o gli ex cappellani dell'esercito di Pinochet, che coprirono in silenzio torture e assassinii. (...) Una bella vita serena, senza pentimento, senza castigo, senza ricordi, senza peccato, senza redenzione, in piena impunità. Una vita da difendere per non affrontare la realtà dei loro crimini, una vita nascosta e secolare che li ha resi più bugiardi, più indifferenti, privandoli di ogni misericordia, di ogni bisogno di espiazione e perdono, anche della fede. (...) 'Il club' non ha immagini che possano scandalizzare (il solo nudo è quello di una donna, una prostituta) ma le parole che descrivono minuziosamente l'atto pedofilo subito come un avvicinamento alla fede possono ferire. Però si tratta di un film di grande seduzione, girato e interpretato benissimo, cui non si dovrebbe rinunciare." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 22 febbraio 2016)

"(...) un film appassionante e disturbante come pochi. Diretto e insieme segreto, tenebroso ma anche beffardo, insomma abbastanza originale da sfuggire a qualsiasi categoria già nota. Non è un film denuncia, anche se maneggia i temi più scottanti che ci siano. Non è certo una commedia nera, anche se qua e là si sogghigna, vergognandosi un po'. Non è un mystery, anche se per il primo quarto d'ora è impossibile capire chi siano i protagonisti e cosa li abbia portati in quel paesino battuto dal vento sull'Oceano, un microcosmo teso e coerente che cattura fin dalle prime scene. Ma serve solo a farci affacciare sugli abissi più insondabili del potere, della coercizione e dell'impunità. (...) Anche se a Larraín non interessa 'denunciare' o smascherare, quanto ricreare le dinamiche grazie a cui tutto questo è accaduto, e probabilmente accadrà ancora... (...) Larraín, figlio del capo dell'Opus Dei cilena, sostenitore del regime ai tempi di Pinochet, sa di cosa parla. Perché lui stesso, cresciuto in scuole cattoliche, ha indagato a lungo su questi misteriosi 'ritiri' in cui vengono esiliati i religiosi che si sono macchiati di crimini. E ha ricreato quel clima di sospensione e minaccia girando il film in ordine cronologico, con un gruppetto di attori straordinari tra i quali si riconosce il fedele Alfredo Castro, senza dire loro cosa sarebbe successo giorno dopo giorno. Le lenti sovietiche anni 60 usate dal direttore della fotografia hanno fatto il resto, donando alle immagini del film una patina livida e sinistra. Non si esce indenni da 'El Club'. Ma per chi crede nel cinema che rischia e inventa, è un'esperienza irrinunciabile." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 23 febbraio 2106)

"Bisogna tornare indietro di molto tempo, forse allo spietato 'Scene di caccia in Bassa Baviera' del tedesco Peter Fleischmann (1969), per trovare un film altrettanto intransigente nel denunciare la bassezza dell'omertà, dell'ipocrisia e della violenza psicologica. Regista non ancora quarantenne e già amatissimo dalla critica per i precedenti 'Post Mortem' (2010) e 'No. I giorni dell'arcobaleno' (2012), Larraín firma un'opera come al solito impeccabile sul piano tecnico, basata almeno in parte su un sofferto lavoro di documentazione. È il primo ad affermare di non aver incontrato, in vita sua, solo sacerdoti come quelli descritti nel 'Club', ma l'impressione è che la sua personale poetica, fortemente segnata dai drammi della recente storia cilena, non contempli alcun elemento di espiazione, tanto meno di redenzione. La resa artistica è altissima, anche grazie alle prove di attori come Roberto Fartas (...), di Antonia Zegers (...) e, in particolare, di Alfredo Castro, al quale tocca la parte del machiavellico padre Vidal, senza dubbio il più complesso tra i personaggi. Cupezze dostoevskiane, ma questa volta al delitto non segue il castigo e la scena finale (...) è il segno di una sconfitta senza appello. Anzitutto per i credenti, sarà il caso di precisare." (Alessandro Zaccuri, 'Avvenire', 25 febbraio 2016)

"Vengono in mente, per accensione geniale, Buñuel e Ferreri, ma soprattutto sono potenti le immagini della Chiesa: il club è il clan, la «famiglia» ripudiata. Oltre la logica e la morale vale però nel film l'atmosfera malata che vi regna, da girone infernale, tutto il non detto e il gioco incrociato degli sguardi, la dannazione della memoria, l'appello dei sensi." (Maurizio Porro, "Corriere della Sera", 25 febbraio 2016)

"Non sappiamo ai sacerdoti nella casa, ma a noi spettatori in sala viene la pelle d'oca: il refrain di Sandokan forza l'empatia, tortura le coscienze, perché ha la forza dolorosa del migliore cinema, ossia l'evocazione. A noi l'onere di immaginare quelle molestie, quegli stupri: Larraín non si accanisce, ma nemmeno allevia la sofferenza. La posizione morale è la nostra: non solo è scomoda, fa male. (...) ne equivocheremmo la cifra poetico-stilistica a pensare a un cinema di esplicita e programmatica denuncia civile (...) 'Il Club' impiega 'obiettivi sovietici, usati anche da Tarkovskij, e filtri per cercare una trasfigurazione visiva': l'epifania di un club che non è solo fuori dal mondo, ma un altro mondo che non conosce pìetas, rinnega il dialogo, esclude virtù e conoscenza. Da qui la predilezione di Larraín per i primi piani dei suoi sacerdoti: il campo-controcampo, ovvero l'interazione, non esiste; i volti sono davanti alla macchina da presa come allo specchio. Se 'Il caso Spotlight' di Tom McCarthy ripercorrendo l'indagine del 'Globe' sui casi di pedofilia nella Chiesa di Boston crede ancora nella giustizia e nella (di)mostrazione dei fatti, Larraín sospende la pena, ma non il giudizio morale: che succede quando è l'uomo a spegnere la luce? La risposta è in sala: non perdetela, 'El Club' è un capolavoro." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 25 febbraio 2016)

"Esistono film la cui importanza, oseremmo dire: la cui necessità nel mondo, nella storia, travalica la loro bellezza. Volete l'esempio più clamoroso? 'Il grande dittatore di Chaplin': quando un film attacca il più potente dittatore del pianeta e contribuisce a convincere un paese - gli Stati Uniti - a entrare in guerra contro di lui, fa qualcosa che va molto al di là del cinema. Quando poi un simile film è anche bello, siamo quasi costretti - noi critici, noi che facciamo da 'medium' tra le opere e il pubblico - a parlare di capolavoro. 'Il club' di Pablo Larraín è un capolavoro, anche per motivi extrafilmici - e che i cinefili, i cultori dell'arte per l'arte, se ne facessero una ragione." (Alberto Crespi, 'Il Manifesto', 25 febbraio 2016)

"Piacerà a quanti di film in film fanno sempre maggiore attenzione al cileno Pablo Larraín un regista fattosi da solo (cioè fattosi agente in una cinematografia sporadicamente ospitata solo nei festival del cinema). (...) Un film pugno nello stomaco, a bergogliani e non. Ma che tanti topi di cineteca manderanno a memoria. Perché l'irrompere di padre e figlio gli han fatto tuffare il cuore. Come 55 anni fa il Cenacolo dei barboni in 'Viridiana'. (Giorgio Carbone, 'Libero', 25 febbraio 2016)

"Un finale disturbante per un film che gioca molto su luci e ombre per rappresentare i mali della Chiesa." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 25 febbraio 2016)

"Fosca, ambigua, la casa dell'ipocrisia ecclesiale dove, marosi e solitudini, Buñuel e Bergman, si confondono bene e male nel nome di Dio, è un congegno di grande forza stilistica e denuncia morale, richiamando anche l'attuale volontà di riforma di Papa Francesco. Orso d'argento a Berlino, cast di alto livello, dall'autore di opere originali e premiate (...)." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 26 febbraio 2016)
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