Il cielo è rosso

ITALIA - 1950
Daniele, un ragazzo di 16 anni, scappa dal collegio dopo un bombardamento catastrofico, per vedere i suoi. Trova la sua casa distrutta e viene a sapere che i suoi genitori sono morti. Rimasto ormai solo al mondo, mentre s'attarda disperato tra le rovine, viene avvicinato da Tullio, un ragazzo sbandato che vive in una zona abbandonata insieme ad alcune ragazze. Daniele accetta l'invito di Tullio ad andare con lui e una volta giunto sul posto conosce Carla, una ragazza diciottenne che fa la prostituta, Giulia, più giovane e malata di tubercolosi, e una bambina, Maria. Tullio vive di espedienti e propone a Daniele di aiutarlo nelle sue imprese, ma questi preferisce aiutare Giulia nelle sue cure di massaia. Giulia gli s'affeziona, ma anche Carla è attratta dalla sua fresca giovinezza. Quando Tullio, nel suo cinismo, lo sprona a lasciare ogni scrupolo, Daniele cede agli inviti di Carla, procurando un grosso dolore alla povera Giulia. In una spedizione notturna, Tullio viene ucciso dagli agenti e la notizia scuote profondamente Daniele. Vagando per la città, il ragazzo s'imbatte in un amico di famiglia che gli procura del lavoro. Intanto le condizioni di Giulia peggiorano tanto che la ragazza muore. Un nuovo dolore si aggiunge nel cuore di Daniele che decide di tentare il suicidio. Fortunatamente Carla arriva in tempo e lo salva, ma il ragazzo si allontana da lei, per trovare nel mondo la sua via.

CAST

NOTE

- PRESENTATA ALLA 65. MOSTRA DI VENEZIA (2008) NELLA RETROSPETTIVA "QUESTI FANTASMI: CINEMA ITALIANO RITROVATO (1946-1975)" LA VERSIONE RESTAURATA DALLA CINETECA NAZIONALE.

CRITICA

"Claudio Gora è attore, e tale è rimasto anche dopo questo suo primo saggio di regista. Come attore era portato quindi a curare maggiormente l'interpretazione, ma a tal punto gli veniva certamente il dubbio della teatralità a scapito dell'azione, della staticità della scena. (...) In tutto il film si nota quindi questa ricerca dell'effetto cinematografico che salvasse dal pericolo dell'imitazione o soltanto della parvenza teatrale, ma per quanti sforzi abbia fatto (...) tuttavia non è riuscito a "sentire" l'ambiente, a far racconto, (...) a dare la sensazione anche di una tragedia che venisse dall'esterno". (Vice, "Cinema", n. 42, 15 luglio 1950).
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