Il canto delle spose

Le chant des mariées

FRANCIA - 2008
3/5
Il canto delle spose
Tunisia, durante la II Guerra Mondiale. Nour e Myriam sono due ragazze adolescenti che vivono nello stesso quartiere e che, nonostante siano una musulmana e l'altra ebrea, sono legate da una forte amicizia. Nour, promessa sposa a suo cugino Khaled, vorrebbe frequentare la scuola come la sua amica. Myriam, dal canto suo, sogna di trovare anche lei, come la sua amica, il "principe azzurro" e di coronare il suo sogno d'amore. Mentre il matrimonio di Nour viene rinviato mese dopo mese perché Khaled non riesce a trovare un lavoro, nel novembre del 1942, l'ingresso dell'esercito nazista a Tunisi cambia per sempre la vita di Myriam. A sua madre Tita viene proibito di lavorare perché di religione ebraica e alla ragazza non resta che accettare di sposare un ricco medico. Le esistenze di Myriam e Nour e il loro stesso legame saranno messi a dura prova...
  • Altri titoli:
    The Wedding Song
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: GLORIA FILMS, FRANCE 3 CINÉMA CON LA COLLABORAZIONE DI CANAL +, CINECINEMA, CON IL SOSTEGNO DI PROCIREP, ANGOA-AGICOA
  • Distribuzione: ARCHIBALD FILM
  • Data uscita 18 Dicembre 2009

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Tunisi, 1942. L’amicizia tra Nour (Olympe Borval) e Myriam (Lizzie Brocheré) – due adolescenti di cultura e religione diversa (la prima è musulmana, l’altra ebrea) – viene messa in crisi dall’arrivo nel paese dei nazisti e della loro propoganda antisemita. Il Terzo Reich applica allo stato africano la politica già sperimentata a Vichy, ghettizzando la popolazione di religione israelita e creando violente contrapposizioni in una regione caratterizzata fino a quel momento da una pacifica convivenza razziale. Il promesso sposo di Nour, Khaled (Najib Oudghiri), collabora con la Wehrmacht nelle operazioni di rastrellamento, mentre la madre di Miriam, Tita (la stessa regista del film Karin Albou), caduta in disgrazia, impone alla figlia di sposare il ricco ma inviso Raoul (Simon Abkarian).
Le divisioni tra arabi e israeliani? Tutta colpa degli europei. Tesi storicamente accreditata che Il canto delle spose – secondo lungometraggio della francese di origini algerine Karin Albou, a Cannes nel 2005 con La petite Jerusalem – fa propria declinandola nei suoi risvolti più umani. Ne viene fuori un bell’esempio di cinema ibrido, che cambia continuamente registro, passando dalla storia d’amicizia al dramma bellico, dal romanzo di formazione (la scoperta della sessualità, dell’amore e della brutalità della vita delle due giovani protagoniste) al documentario antropologico. Mentre la cornice stilistica rimane coerente, impressionista e attenta ai dettagli – i significati vengono affidati all’intensità dei primi piani (facce, pelle, oggetti), all’organizzazione degli spazi (bui e chiusi quelli attraversati dai nazisti, ampi e colorati quelli vissuti dalle due eroine), all’eloquenza dei riti comunitari (epidermica, violenta e lungamente filmata la depilazione di Myriam prima delle nozze) – idealmente vicina all’approccio di Claire Denis e a quell’idea di cinema dove non è la pellicola a catturare la vita, ma è la vita (il suo dipanarsi) ad assorbire la pellicola.
Peccato che subentri qua e là il bisogno di semplificare la materia (troppo repentino, quasi schematico, il cambiamento di Khaled), a ricordarci che sempre di finzione si tratta. Questo, insieme a qualche fastidiosa lungaggine, il principale difetto del Canto delle spose. Che affida viceversa alla magnifica prova delle due protagoniste (della Brocheré soprattutto) la partitura emozionale del racconto e il compito di spezzare l’adagio triste della Storia.
Un duetto, il loro, che non si finirebbe mai di ascoltare.

NOTE

- PRESENTATO AL 26. TORINO FILM FESTIVAL (2008) NELLA SEZIONE "LO STATO DELLE COSE".

CRITICA

"Promette molto, ma non mantiene tutto «Il canto delle spose». Le atmosfere, i costumi, i volti, le luci danno così l'impressione d'essere colti dalla macchina da presa per un principio dimostrativo, anziché poetico; grazie alle ottime interpreti il film si fa peraltro apprezzare per la segreta intensità delle espressioni, rivelatrici di un'ardua intesa umana e femminile che va al di là del teorema per immagini." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 18 dicembre 2009)

"Basterebbe questo sguardo così inconsueto su una tragedia vista quasi sempre con occhi europei a dire l'interesse eccezionale del secondo film della franco-algerina Karin Albou (...) bravissima a rievocare un'intera epoca in pochi scorci (...). Sottolineando, a volte un poco didascalicamente, le contraddizioni più sanguinose (...). Con una precisione e un'immediatezza che solo il cinema può rendere con tanta fedeltà." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 18 dicembre 2009)

"Nel Canto delle spose le pedine vengono spostate quanto basta per non sembrare un calco del precedente. Si capisce che alla regista interessano i corpi femminili, più o meno segregati e sempre prigionieri della volontà maschile. Interessano gli sguardi di complicità adolescenziale, le testoline con nastri tra i capelli appoggiate teneramente fronte a fronte, le parole mormorate in confidenza (baci e principi azzurri, perlopiù ) tra i vapori dell'hamman." ('Il Foglio', 19 dicembre 2009).
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