I soliti ignoti vent'anni dopo

ITALIA - 1985
Scontati alcuni anni di carcere, Tiberio - ridotto in miseria e tradito dalla moglie - si accorda con gli antichi compagni di reato a piccolo cabotaggio, Peppe Pantera e Feribotte, per intraprendere un'impresa più rischiosa (e proficua) delle precedenti: esportazione clandestina di valuta dall'Italia alla Iugoslavia, ignorando che i mandanti intendono farli rientrare in Italia imbottiti di droga. A causa di un imprevisto ricovero all'ospedale di Peppe, Tiberio prende il suo posto (e i suoi abiti-bene di riserva) alla guida della spedizione, in un pullmino fornito dai mandanti, sul quale inducono a salire - col figlio di Tiberio al volante una ragazza-madre con pargoletto, la quale deve figurare moglie del giovane e un'anziana video-dipendente come moglie di Ferribotte, per dare alla frontiere l'immagine di una onesta famiglia in gita. Al ritorno Tiberio si accorge di esser stato utilizzato a sua insaputa e a poco prezzo come corriere della droga, e lo rinfaccia a chi gli paga il servizio. Ma il criminale, infuriato, gli rovescia sulla strada le sue poche cose e se ne va col pullmino, lasciandolo appiedato con tutta la comitiva. Rientrato a Roma - mentre tutti insieme festeggiano la guarigione e il compleanno di Peppe - per ordine dei mandanti, che a causa di un equivoco hanno pensato a uno sgarro, un killer uccide il festeggiato.

CAST

CRITICA

"Sono passati quasi trent'anni e, in mezzo, oltre alle numerose imitazioni, c'è stato persino 'Crakers' (1983) un remake hollywoodiano, passo falso dell'esule volontario Louis Malle. I superstiti del 1958 sono pochi: Suso Cecchi d'Amico e Age tra gli sceneggiatori; Mario Monicelli, che presenta il film e che probabilmente ne ha avuto la supervisione; Mastroianni, Gassman, Tiberio Murgia e Gina Rovere tra gl'interpreti. Come allora (Gianni Di Venanzo), s'è chiamato un operatore di prestigio (Pasqualino De Santis) per la fotografia. La regia è stata affidata a un esordiente non più giovane, Amanzio Todini, figlio di Bruno, noto organizzatore cinematografico ed ex assistente di Monicelli. Il risultato complessivo è sotto il segno di un decoro non solo artigianale. Nella prima parte, che comincia con l'uscita dal carcere del mite fotografo Tiberio (M. Mastroianni), il motore fa fatica a riscaldarsi, anche perché l'amarezza e la malinconia prevalgono sul divertimento. Anche questa è, in fondo, una commedia malinconica. La colorita gergalità dei dialoghi funziona ancora, le figurette di contorno sono disegnate con garbo, ma la stanchezza della ripetizione si fa sentire, le osservazioni sui tempi più feroci e sulla società cambiata in peggio, che non lascia più spazio a una 'malavita dal volto umano', si tingono di retorica sentimentale." (Morando Morandini, 'Il Giorno', 5 Gennaio 1986)

"Un finale più amaro, per tempi più amari, e molto minore allegria, con personaggi, i principali, un po' rigidi, e i secondari tenuti, ma sempre con poca festa, solo ai limiti del bozzetto: con la fatica evidente di citar di nuovo certe figurine del primo film, e con qualche stanchezza nella costruzione solo raramente spassosa di quel viaggio da Roma alla Jugoslavia, punteggiato sì da piccole gags e da qualche caricaturina (la suocera maniaca di sceneggiati tv), ma privo spesso dei necessari ritmi giocosi. Il motivo è da attribuirsi anche - e forse soprattutto - alla regia dell'esordiente Amanzio Todini. E' allievo, a quanto so, di Monicelli, ma è ancora ben lontano dal possedere la vivacità del suo maestro, il suo dominio del cinema anche solo di intrattenimento, il suo senso delle battute e dei tempi. Restano gli interpreti. Mastroianni è umano e tutto scoperto come sempre, con accenti più pensosi che non comici, Gassman si rifà al suo celebrato personaggio d'allora, con i giusti ritocchi per adeguarlo alle durezze di oggi, Murgia si tiene solo, e ancora una volta, alla caratterizzazione. Gli altri, quasi anonimi, non hanno molto rilievo ed è inutile rimpiangere l'assenza di Claudia Cardinale, di Carla Gravina e di Renato Salvatori che davano tanto colore al primo film. Segnalo però una presenza nuova di origini controllate, quella di Alessandro Gassman, figlio di Vittorio. Già salutato al suo esordio in 'Di padre in figlio', qui compare solo due volte ma alla seconda è lui che spara a Gassman. Il rovescio del mito di Saturno." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 4 Gennaio 1986)

"Milano - 'Spero proprio di non vederti mai piu', dice Tiberio a Peppe il Pantera, davanti a Mario, Ferribotte, Cosimo e Capannelle. E' una vecchia scena de 'I soliti ignoti', anno 1968, con la banda di scalcagnati rapinatori al completo. Ma serve da flash-back iniziale a 'I soliti ignoti vent'anni dopo' che come ha detto Mastroianni, vero protagonista di questo seguito, e nato con il gusto della rimpatriata. E in effetti da quel colpaccio di Monicelli che sarebbe divenuto uno dei cult-movie della commedia all'italiana, di tempo ne è passato. Innanzitutto, date alla mano, sono trascorsi non vent'anni, ma quasi trenta. Non che i componenti superstiti siano meno arzilli e intraprendenti, a dispetto degli acciacchi propri della vecchiaia; ma è la-società attorno ai soliti ignoti ad essere del tutto irriconoscibile. Dall'Italia pre-industriale carica di entusiasmo e di speranze descritta da Monicelli, qui si passa alla Roma di borgata degli anni Ottanta, anonima, violenta, sfiduciata. Il trentanovenne regista esordiente Todini, che con questa rievocazione ha voluto rendere omaggio al suo maestro di cui è stato per lungo tempo assistente, si preoccupa di sottolineare tutti gli aspetti di questo cambiamento. Un'operazione che, fin troppo facile sulla carta, riesce invece alquanto scontata e banale. Tiberio era finito nuovamente in prigione perché Peppe l'aveva mandato a rapinare un caricaturista... Ora sono passati sei anni, Tiberio esce per l'ennesima volta di prigione, spera che ci sia sua moglie Teresa (ancora Gina Rovere) ad attenderlo. E invece chi incontra. Ferribotte (sì, sempre Tiberio Murgia con la faccia da siculo orgoglioso) e ancora Peppe che gli offre subito un altro lavoretto. Sono loro i tre superstiti di una banda che comprendeva anche Carlo Pisacane, Renato Salvatori, Memmo Carotenuto, un'irresistibile Totò, professore Dante Cruciani, specialista in scassi. Totò è l'unico ad essere sostituito dal figlio infermiere, Francesco De Rosa." (Alessandro Cannavò, 'Il Giornale', 3 Gennaio 1986)
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