I giorni dell'abbandono

ITALIA - 2005
I giorni dell'abbandono
Olga ha 35 anni e due figli. Quando suo marito Mario l'abbandona, lei perde completamente la fiducia in se stessa e si lascia andare tanto che non si cura più nemmeno dei figli. Uno spiraglio di felicità e speranza arriva grazie ad una sofferta autoanalisi e ad una serie di incontri, tra cui quello con un musicista vicino di casa...
  • Durata: 96'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: ispirato al romanzo omonimo di Elena Ferrante
  • Produzione: ELDA FERRI PER JEAN VIGO ITALIA, MEDUSA FILM
  • Distribuzione: MEDUSA
  • Data uscita 16 Settembre 2005

TRAILER

RECENSIONE

di Luca Pellegrini
Tutto il dolore. Tutta la solitudine. Tutta la rabbia. Olga è travolta da quel sentimento impreciso che ha "gli occhi verdi e si trastulla col cibo che ingoia", come Desdemona: la gelosia. Ma in lei si insinua senza mediazioni, senza avere il tempo d'essere metabolizzata. Iniettata, invece, direttamente nelle vene dell'esistenza dall'abbandono repentino, violento, ingeneroso - e mai prima sospettato - di Mario, marito ingegnere che sa molto bene architettare la sua uscita di scena e da casa. Poi questa rabbiosa sensazione cui Olga comincia a dare una forma si trasforma molto rapidamente nell'incapacità di razionalizzare il contrasto dei sentimenti dinanzi all'irrazionalità della fuga di Mario dal nucleo familiare. Poi Olga precipita nei tetrissimi ed irrazionali giorni dell'abbandono. E' difficile capire quando tutto si prende a pretesto per evitarlo. Una classica forma di autodifesa. E' facile, allora, sottrarsi alla realtà. E' facile soffrire e riversare sugli  altri questa ondata di risentimenti mal sopiti. Diventa impossibile reagire. E il mondo crolla, i doveri crollano, i sensi e i tempi del proprio vivere crollano. Una densa storia d'amore, passione, sofferenza e rinascita viene generosamente offerta a Roberto Faenza dalla scrittrice Elena Ferrante (chi sia veramente nessun lo sa), per quel connubio che lega spesso questo regista al mondo della letteratura. Ma offrire una densa, bellissima storia tutta femminile non significa realizzare un denso, bellissimo film. E non significa essere ingenerosi con gli autori (qui sono, ad esempio, addirittura otto i responsabili della sceneggiatura, compreso lo stesso Faenza) quando si è costretti a confessare che le sofferenze per le debolezze strutturali ed artistiche del film sorpassano di gran lunga quelle condivise per la sorte della povera Olga, diventando le prime assai più immediate per lo spettatore. Si masticano dialoghi e si evocano immagini poco pertinenti al concentrato dramma della donna, che pure ha il volto di Margherita Buy e le sue indiscutibili doti d'attrice. Luca Zingaretti riesce ad incarnare il senso del collasso sentimentale e della sua irrevocabile condanna (lapalissiana la confessione: "ho semplicemente smesso di amarti"), ma non ispira quella funzionale e cinica cattiveria che dovrebbe essere scatenante la reazione  fou per "l'abbandono" fou. Goran Bregovic, noto musicista nella vita e meno nella finzione, è il "metronomo" di salvataggio (si veda il film per capire) cui si aggrappa Olga per sopravvivere, per rinascere: ma quanto è infelicemente servito il suo personaggio e quanto pubblicitariamente smaccata è la sua apparizione finale in teatro. Poi ci sono due bimbi petulanti, una madre-suocera metaforicamente antropofaga, un cane cui è destinata un'impietosa fine e la saggia amica del cuore, collage umanitario indispensabile in queste storie familiari per spostare sentimenti verso la lacrima, la rabbia, la pietà. Bellissima Torino, ove la vicenda è ambientata: si spera possa concedere ai residenti giorni assai più felici e luminosi.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 62MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2005).

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2006 PER: ATTORE E ATTRICE PROTAGONISTI.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2006 PER: MIGLIOR MUSICA E CANZONE ORIGINALE.

CRITICA

"Si può detestare un romanzo e apprezzarne la versione cinematografica? Me lo sono chiesto di continuo durante la prima mezz'ora di 'I giorni dell'abbandono', quando mi pareva che il regista Roberto Faenza e i suoi appassionati interpreti stessero dando smalto e consistenza alle pagine di Elena Ferrante. (...) Bisogna dire che Margherita Buy e Luca Zingaretti sono eccezionalmente bravi, lui quanto lei anche se ha meno spazio: e i loro scontri danno luogo a scene da manuale di recitazione. Curiosa è poi la scelta di Goran Bregovic per il vicino di casa che tirerà fuori Olga dalla disperazione. Purtroppo il film, andando avanti, inciampa in tutti i difetti del libro, che sono quelli tipici della sonata su una corda sola; e nel finale c'è addirittura, al di là della Ferrante, uno sconfinamento fiabesco, con il musicista serbo in frac immacolato che si esibisce come violoncellista riuscendo a far riapparire il sorriso sul volto immusonito della povera Olga. Per soprammercato assistiamo alla resurrezione del cane Otto, la cui morte è stata uno dei tanti incidenti del film, che attraversa festoso il palcoscenico del concerto. Si sono messi in sette per scrivere la sceneggiatura, ma forse era meglio lasciare qualcuno a casa. O scegliere un altro libro." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 7 settembre 2005)

"'I giorni dell'abbandono' sembra uno spettacolo tagliato sullo spettatore del venerdì sera, una variazione sul tema dell'amore e disamore coniugati con qualche merito non trascurabile e qualche stridente nota stonata. Siamo, per intenderci, nei paraggi di 'Non ti muovere', uno dei titoli di maggior successo degli ultimi anni, ma per fortuna senza il sovraccarico di simbolismi d'accatto e rovelli da posta del cuore che ci hanno reso l'hit di Mazzantini & Castellitto altamente molesto. (...) Abbastanza contenuti e intonati appaiono anche i personaggi maschili, anche se il racconto non decolla mai veramente e, anzi, rischia qua e là d'inciampare nei soliti handicap del nostro cinema medio. Per esempio, il corollario delle spettrali apparizioni di una barbona, che assomiglia alla protagonista di una favola amata e temuta dalla Buy nell'infanzia, non serve allo spettatore per sentirsi più intelligente, certe uscite oniriche (come la corsetta scondinzolante dell'amato cane defunto o il gesto di Bregovic che accende un motivo ballabile dal niente) avviliscono la sobrietà dell'insieme e il finale, nonostante sia desunto pari pari dalle pagine della Ferrante, risulta davvero smunto e sbrigativo. A Faenza va, insomma, riconosciuta la fluidità narrativa, un risultato per nulla scontato date le premesse; ma non sapremmo dire se un autore tanto austero e impegnato si accontenterà di avere appena sfiorato una problematica femminile così complessa e di avere sottratto al dramma il suo cuore nero rendendolo in qualche modo consumabile da un pubblico indifferente." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 7 settembre 2005)

"Che epoca racconta 'I giorni dell'abbandono' di Roberto Faenza? La storia, tratta dal romanzo omonimo di Elena Ferrante, è bella e senza tempo. (...) Fra i tanti sguardi possibili per fare il ritratto di questa donna, Faenza sceglie quello fenomenologico, il più arduo. Scruta impassibile i comportamenti di Margherita Buy e Luca Zingaretti (bravissimi entrambi, come sempre). Registra con cura le formule di rito di lui e i lapsus, gli sbandamenti, gli accessi di rabbia di lei. La osserva andare alla deriva, seguire strane ossessioni, tenersi tutto dentro per poi esplodere, da brava borghese educata. Anche con la madre ignara che la bombarda di videotelefonate. Anche col vicino così gentile che la ama in silenzio (il musicista Goran Bregovic, deus ex machina del film e autore della colonna sonora). Fino alla catarsi finale, catarsi incrinata da un dubbio che le immagini però non sostengono. Perché a forza di freddezza, di oggettività, di distacco, non riusciamo a entrare davvero nel corpo e nella mente di questa donna così educata (anzi repressa) da sembrare anacronistica. Ma in fondo è tutto il film, come tanto cinema italiano di oggi, a risultare estraneo, diverso, distante dal mondo in cui viviamo. Troppo patinato, troppo pulito nelle immagini e nelle parole per credergli. E poco importa se una delle ossessioni della Buy è proprio lo sporco, il problema è che questo sporco nel film, come dire, non sembra mai sporco davvero. Il solito problema, a ben vedere. Il nostro cinema ha così paura della realtà che la tiene lontana, la congela, la depura. Non è un bel segnale." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 7 settembre 2005)

"Ma è capace questo bravo regista di far vibrare le corde profonde dei sentimenti? La primissima e viziata reazione, per chi abbia letto l'aspro romanzo di Elena Ferrante, è di delusione: il film non restituisce la tensione compatta e soffocante, la disperazione e il naufragio della moglie abbandonata, della madre che smarrisce amore e senso di responsabilità, della donna che perde contatto con il mondo e con il proprio equilibrio. Il peso della difficile impresa è sulle spalle di Margherita Buy: la sua protagonista è in realtà una solista. C'era aspettativa per l'importante opportunità. Ammettiamo che nella fossa dei leoni i 'tiratori scelti' sui film nazionali fanno parte di una deplorevole fisiologia. Ma come mai una Susan Sarandon o una Isabelle Huppert risultano più convincenti? Non è una sentenza ma un dubbio sommesso. E rispettoso: di un'attrice stimata e di un film che, ha ragione Faenza, 'parla di cose che la gente sente'." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 7 settembre 2005)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy