I fantasmi d'Ismael

Les fantômes d'Ismaël

FRANCIA - 2017
2/5
I fantasmi d'Ismael
Alla vigilia dell'inizio delle riprese del suo nuovo film, la vita di un regista viene sconvolta dalla ricomparsa di un amore perduto...
  • Altri titoli:
    Ismael's Ghosts
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:2.39)
  • Produzione: WHY NOT PRODUCTIONS, FRANCE 2 CINÉMA
  • Distribuzione: EUROPICTURES IN COLLABORAZIONE CON DRAGON PRODUCTION (2018)
  • Data uscita 25 Aprile 2018

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Scelto come film d’apertura per il 70mo Festival di Cannes, Ismael’s Ghosts rispetta almeno uno dei parametri generalmente utilizzati per l’ouverture sulla Croisette: è un film che celebra il cinema.

Sui modi si può discutere – d’altra parte il gelo calato in sala alla fine dell’anteprima per la stampa è poco equivocabile – ma è indubbio che, sulla scia dell’Allen ultimo scorso (Café Society), anche il nuovo lavoro di Arnaud Desplechin dichiara la propria appartenenza al filone autoriflessivo della settima arte.

Il protagonista, Ismaele, un regista trasandato, volubile e nevrotico degnamente incarnato da Mathieu Amalric, sembra proprio l’alter ego di Desplechin. La trama, più che snodarsi, si ingarbuglia a partire da lui, sdoppiandosi lungo una direttrice interna ed una esterna al personaggio: da un lato la liaison con una timida astrofisica (Charlotte Gainsbourg), messa in discussione nel momento in cui riappare, a distanza di vent’anni, la di lui moglie scomparsa e oramai creduta morta (Marion Cotillard); dall’altro il film che Ismaele sta girando, incentrato su una giovane spia dal candore quasi sospetto, finito suo malgrado in un intrigo internazionale che coinvolge russi, cechi e francesi.

Muovendosi senza apparente ordine lungo questi due binari narrativi, attraverso uno schema libero e un registro discorsivo assai vago, dai toni ora brillanti ora drammatici, Desplechin si regala un inno all’anarchia e alla joye de vivre da veterano della commedia francese, dando vita però a una ronde sentimentale e metalinguistica piuttosto confusa, non particolarmente nuova e dal gioco troppo scoperto per destare sufficiente interesse.


 

Le due storie portanti non sempre si incastrano in maniera convincente, e quelle che vi si innestano ulteriormente (vedi il confronto tra il suocero di Ismaele e la sua ex moglie) lasciano il tempo che trovano. Le piste da seguire sono troppe, l’artificio smaccato, i personaggi – complice anche il movente dell’operazione – restano intrappolati nelle immagini, spegnendosi insieme al fascio di luce del proiettore. Tra i pochi momenti riusciti la gag tra Ismaele e il produttore esecutivo, l’agguato alla spia russa nel film dentro il film, il nudo botticelliano della Cotillard. Belle le musiche di Grégoire Hetzel. C'è anche un cameo non indimenticabile di Alba Rorhwacher.

Non molto per soddisfare l’esigente palato del pubblico festivaliero, troppo forse per poter costruire un dialogo con quello più giovane, nativo digitale. In fondo anche questa del festival - insieme alla presa di posizione su Netflix – è una scelta orgogliosamente (e discutibilmente) autarchica.

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI : CANAL+, CINÉ+, FRANCE TÉLÉVISIONS ; CON IL SOSTEGNO DI: CENTRE NATIONAL DU CINÉMA ET DE L'IMAGE ANIMÉE, LA RÉGION ILE-DE-FRANCE, PICTANOVO, LA RÉGION HAUTS DE FRANCE.

- FILM D'APERTURA, FUORI CONCORSO, AL 70. FESTIVAL DI CANNES (2017).

CRITICA

"Dopo la querelle con Netflix, arriva quella della doppia versione di 'Les Phantómes d'Ismaël', presentato qui nella lunghezza 'francese'(134') e non in quella 'director's cut' (114') che uscirà all'estero e in un cinema parigino. II regista le ha riconosciute come proprie entrambe ma in quella corta ci sono cose non chiare. Anche perché la storia è piuttosto complessa, visto che intreccia la vita privata e professionale di un regista. Mescolando scene del film che sta girando (su un fantomatico attaché d'ambasciata) con altre in cui sta ancora scrivendo la sceneggiatura, mentre dal passato torna la donna che aveva sposato giovanissimo e che era sparita per vent'anni. Sotto gli occhi naturalmente della nuova compagna del regista. Lui, lei e la rediviva. Ma anche gli incubi dell'abbandono, le angosce del suocero, la disperazione del produttore, intrecciati a qualche 'inevitabile' riflessione sul lavoro del regista, sulla rappresentazione della realtà, sul peso delle religioni (il suocero è scampato alla Shoah, ma lo si capisce meglio nella versione lunga). E sul cinema: degli altri (evidente il rimando a 'La donna che visse due volte') e di Desplechin stesso, che si cita molto, a cominciare dal nome del misterioso protagonista del film nel film, 'Dedalus'. Troppo e troppo velleitario, come spesso in certi registi francesi schiacciati dalle proprie ambizioni." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 18 maggio 2017)

"Arnaud Desplechin, poco noto in Italia, è uno dei registi più significativi dell'ultimo ventennio francese, a partire dall'esordio 'Comment je me suis disputé (ma vie sexuelle)', film-simbolo di una generazione. Questo suo ultimo film, 'Les fantômes d'Ismaël', è disseminato di riferimenti ai lavori precedenti, a cominciare dal nome di Paul Dedalus, presente in altri suoi film. (...) La storia s'intreccia e disperde più volte, in un equilibrio rischiosissimo in cui non sempre si trova il tono giusto, e non è facile distinguere tra la libertà della messa in scena e l'autocompiacimento. Per qualche ragione, gli eredi o i figli della nouvelle vague sono ossessionati dai fantasmi: qualche anno fa Garrel ('La frontiera dell'alba'), l'anno scorso Assayas ('Personal Shopper '), adesso Desplechin. E viene il sospetto che il fantasma sia in fondo quello di un cinema scomparso, oggi non più incarnabile." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica, 18 maggio 2017)

"(...) Desplechin fa di 'Les fantômes d'Ismaël' due o tre film assieme: un dramma, una commedia, una storia di spionaggio, un film sul cinema. Come Carlotta, 'blast from the past', dichiara di aver vissuto due decenni in un eterno presente, senza pensare al passato o al futuro, Desplechin si concentra sul presente di ogni singola scena, facendo qui il Fellini e lì l'Hitchcock, a tratti perfino il Guy Maddin, ma rimanendo sempre sé stesso. Il suo film allora muta, cambia sorprende, gioca: cerca la leggerezza, come Carlotta, fuggita dalla pesantezza dell'amore di Ismaël, e di suo padre. Per vent'anni lei ha vissuto nel presente, e loro nel passato: e con la sua storia di fantasmi (fantasmi della vita e del cinema) Desplechin racconta che solo facendo i conti con quel passato, col passato di tutti, la vita può continuare. Scappare non serve a niente, solo a far venire gli incubi. Quegli incubi da cui i protagonisti di 'Les fantômes d'Ismaël' sono costantemente perseguitati." (Federico Gironi, 'Il Messaggero', 18 maggio 2017)

"Se nella prima parte del film, quasi un omaggio all'hitchcockiano 'La donna che visse due volte', la storia riesce a essere compatta e intrigante, nella seconda il regista mette in campo troppi temi - il doppio, l'identità, il processo di creazione artistica, l'amore, la follia - più preoccupato di trovare corrispondenze con le sue opere precedenti in un gioco cinefilo un po' fine a se stesso che di dialogare con il pubblico, sommerso da un accumulo di spunti che nulla ha di appassionante e coinvolgente." (Alessandra De Luca, 18 maggio 2017)

"La questione fondamentale è per Desplechin ancora una volta come raccontare una storia scomponendone la struttura, in modo non lineare, avanti e indietro nel tempo, avanti e indietro nelle emozioni dei personaggi anche a costo di irritare, di peccare di eccessi non controllati. Davanti a un quadro di Pollock Ismaël sovreccitato vede la fine del suo film fino a confondersi nel suo stesso racconto e quasi a ammazzare nello slancio il produttore. E nel gioco di specchi col suo avatar Ismaël, autoironico e sferzante Desplechin lascia balenare la sua vita, le sue riflessioni costanti, a cominciare dalla questione dell'ebraismo qui appena accennata, poi gli amori e la famiglia tutti fili tesi, in cerca di una forma che interroga se stessa, che respinge la semplice messa in scena di sé per invece scomporla e ricomporla accettandone i rischi in una diversa prospettiva." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 18 maggio 2017)
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