I cavalieri che fecero l'impresa

ITALIA, FRANCIA - 2001
Nel 1271 la settima Crociata, che ha lo scopo di convertire Tunisi, fallisce. Durante la ritirata, vengono trasportate, lungo tutta la nostra penisola, le spoglie del Re Santo, Luigi IX. Nel lungo viaggio, cinque cavalieri s'incontrano e dividono lo stesso incredibile segreto: la scoperta del luogo dov'è stata nascosta, da alcuni traditori della corte di Francia, la Sacra Sindone. Inizia così l'avventurosa ricerca attraverso l'appennino tosco-emiliano, fino ad Otranto, da dove i nostri protagonisti attraversano il mare e raggiungono Tebe, in Grecia, in cui è occultata la Santa Reliquia. L'impresa, malgrado le incredibili difficoltà, riesce e la Sacra Sindone viene riportata in Francia, alla famiglia Reale. Ma un destino del tutto imprevedibile attende i nostri protagonisti .....

TRAMA LUNGA
Nell'inverno del 1217 le spoglie di Luigi IX, il re santo, vengono trasportate lungo la penisola italiana dal suo esercito in ritirata. La settima Crociata, che aveva come scopo la conversione e la resa di Tunisi, è drammaticamente fallita. Nel clima mesto che accompagna il ritorno, quattro cavalieri (Simon di Clarendon, Ranieri di Panico, Vanni delle Rondini, Ugo di Clarendon) entrano in contatto tra loro e si accorgono di avere uno stesso ambizioso progetto: la volontà di scoprire il luogo nel quale alcuni membri traditori della corte di Francia tengono nascosta la Santa Sindone. Decidono allora di partire per un viaggio pieno di incognite e di rischi. Con loro è anche Giacomo di Altogiovanni, che è nelle condizioni di servo ma in seguito verrà alzato al rango di cavaliere e sarà loro pari. Dall'Appennino tosco-emiliano, i cinque arrivano a Otranto, per poi traversare il mare e raggiungere Tebe, in Grecia dove è occultata la Santa Reliquia. Dopo aver superato molte avversità e pericoli, l'impresa riesce: il gruppo si impadronisce del lenzuolo nel quale Cristo fu avvolto dopo la crocifissione. Insieme intraprendono il viaggio a ritroso. Tornano in Francia e si apprestano a consegnare la reliquia al signore di Cherny. alto dignitario della famiglia reale. Al momento della consegna, viene dato ai soldati l'ordine di attaccare. I 5 si difendono strenuamente ma restano tutti uccisi. Nella cattedrale, vicino alle tombe dei Re, Giovanni da Cantalupo, che ha raccontato la vicenda in flashback, sente ancora le loro voci.

CAST

NOTE

- REVISIONE MINISTERO MARZO/APRILE 2001.

- CONSULENZA STORICA: FRANCO CARDINI.

- MAESTRO D'ARMI: WALTER SICCARDI.

- MAESTRO D'EQUITAZIONE: LUCA BELTRAMI.

CRITICA

"Pupi Avati coltiva una predilezione per il Medioevo, come ha già dimostrato con 'Magnificat'. Se quello era un film sommesso, però, nello spirito della microstoria alla Braudel, 'I cavalieri che fecero l'impresa' è invece un kolossal con combattimenti e scene di grande respiro. I riferimenti di Avati vanno dal ciclo di Re Artù alla 'heroic fantasy', compresa una spruzzatina di horror. Di quando in quando il regista entra nel cuore del fantastico, da sempre uno dei suoi generi prediletti. Sorprende la capacità di dirigere scene d'azione, di coordinare un cast multinazionale e di creare una leggenda: specie in un cinema come il nostro, da decenni refrattario a questo tipo d'impresa". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 6 aprile 2001)

"Astuto Pupi Avati, 'I cavalieri che fecero l'impresa' è il suo film produttivamente più ambizioso, ma è anche una sfida ai generi. Un film d'avventure e magia camuffato da film storico-religioso (o viceversa). Un esempio di come il cinema di genere sposi il discorso d'autore. Una volta era quasi la regola. Oggi che la parola 'autore' è inflazionata, è senz'altro un'eccezione. Ma Avati sa essere fedele a se stesso. Fin troppo. (?) Mettendo in campo le crociate e la Sacra Sindone, Avati alza il tiro. Guarda anche al romanzo picaresco, alla chanson de geste, all'epopea collettiva (...) ma a giocare su due tavoli si rischia di perdere su entrambi, e a forza di mescolare sacro e profano, avventura e misticismo, lo spettatore si smarrisce un tantino". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 6 aprile 2001)

"Divertimento, slancio religioso e cultura procedono insieme tra 'Gerusalemme Liberata' e Indiana Jones, tra 'La corona di ferro' di Blasetti e 'I cento cavalieri' di cottafavi. Bravi attori, soprattutto Carlo Delle Piane che è il frate Giovanni da Cantalupo. Raoul Bova interpreta un personaggio di artefice d'armi, di 'spadaro' provetto prima scristianizzato e votato a Satana, poi dolorosamente esorcizzato e fatto cavaliere: è bravo e bello, ha la testa rasata piena di cicatrici e dieci chili di peso in meno. La fedeltà ai modi europei di fare cinema è un pregio in più del film". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 6 aprile 2001)

"Viene dalla terra e dai dettagli umanistici questo cinema, come l'operina dedicata al giovane Mozart e l'altro (migliore) film sul medioevo, 'Magnificat' (1993). L'immagine troppo luminosa e i colori naturali di Rachini però trattengono qualcosa del presente fotografico, ricordando gli spazi di periferia metropolitana dell' 'Armata Brancaleone'. Da vedere". (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 13 aprile 2001)
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