Hunger Games: Il Canto della Rivolta - Parte 1

The Hunger Games: Mockingjay - Part 1

USA - 2014
2/5
Hunger Games: Il Canto della Rivolta - Parte 1
Katniss Everdeen si è salvata dalla devastazione dell'Edizione della Memoria, ma si risveglia in un mondo di cui non era a conoscenza: il sotterraneo e oscuro Distretto 13; ben presto viene anche a sapere che il Distretto 12 è stato trasformato in macerie e che Peeta è stato rapito e sottoposto a una sorta di lavaggio del cervello dal Presidente Snow. Nel frattempo, una ribellione segreta nata nel Distretto 13 si sta diffondendo in tutta Panem: un'insurrezione che metterà Katniss al centro di un audace complotto, per assalire Capitol City e porre fine alla tirannia del Presidente Snow. Rendendosi conto di non avere altra scelta, Katniss deve quindi usare tutto il suo coraggio e la sua forza, incarnando pienamente il simbolo della Ghiandaia Imitatrice, per salvare Peeta e l'intera nazione...
  • Durata: 123'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE, FANTASCIENZA, THRILLER
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA XT, CODEX ARRIRAW (1:2.35)
  • Tratto da: romanzo omonimo di Suzanne Collins (ed. Mondadori, coll. Chrysalide)
  • Produzione: COLOR FORCE, LIONSGATE
  • Distribuzione: UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL ITALY
  • Data uscita 20 Novembre 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Katniss (Jennifer Lawrence) è "custodita" nelle profondità del Distretto 13, governato dal presidente Alma Coin (Julianne Moore). Consigliata da Plutarch (Philip Seymour Hoffman, alla cui memoria il film è dedicato), la Coin decide di sfruttare l'enorme ascendente della ragazza per convincere tutti i restanti distretti di Panem ad unirsi nella battaglia contro Capitol City. Che naturalmente, dopo aver raso al suolo il Distretto 12 (quello di Katniss), reprime senza troppi complimenti qualsiasi tentativo di ribellione. E affida ad un irriconoscibile Peeta (Josh Hutcherson) il compito di tentare di sedare gli animi attraverso interviste pilotate sulla tv di regime. Katniss, come sempre, sa quello che vuole: accetta di prestarsi al gioco propagandistico costruito su di lei ma, in cambio, pretende dalla Coin che, oltre a Peeta, vengano liberati anche gli altri "tributi" ancora nelle mani del presidente Snow (Donald Sutherland).
Francis Lawrence riprende il discorso lasciato in sospeso con il precedente La ragazza di fuoco e costruisce la penultima tappa d'avvicinamento allo scontro finale: risulta davvero difficile evitare ulteriori considerazioni sulla reale "necessità" di dividere in due parti questo capitolo conclusivo della saga, soprattutto per l'evidente ricorso a numerose scene di raccordo, dialoghi insistiti, spiegazioni che alla lunga rischiano di affossare il ritmo della narrazione. A risollevare la situazione, più dell'iconica protagonista (mai come stavolta la Lawrence sfoggia un preoccupante campionario di facce e faccette, lamenti e dolori...), ci pensa il progressivo e subdolo crescendo di ambiguità che la vicenda sembra prendere: la modalità con cui il "bene" sceglie di perseguire i propri obiettivi, di fatto spingendo artatamente sul pedale della propaganda sfruttando l'immagine di Katniss, ormai riconosciuta da tutti come la Ghiandaia Imitatrice (da qui il titolo originale del film The Hunger Games: Mockingjay - Part 1), unitamente al massiccio lavoro di implementare gli armamenti in previsione della guerra definitiva, lascia più di qualche sospetto sulla piega che prenderà la seconda parte di questo dittico. Da pedina nelle mani del potere - che in tutti i modi attraverso gli Hunger Games ha tentato di sfruttarne a proprio vantaggio la popolarità - Katniss diventa pedina fondamentale nello scacchiere dei rivoluzionari: per la battaglia conclusiva - qui ci si deve accontentare di qualche "scaramuccia" - bisognerà aspettare un altro anno. Sperando in qualcosa di meglio.

NOTE

- SUZANNE COLLINS FIGURA ANCHE COME PRODUTTRICE ESECUTIVA.

- CANDIDATO AL GLODEN GLOBE 2015 PER LA MIGLIOR CANZONE ORIGINALE ("YELLOW FLICKER BEAT").

CRITICA

"(...) c'era da aspettarsi una regia più inventiva. Lawrence invece dirige tutto con mano ferma ma un po' pedante, senza guizzi. Va bene privilegiare la chiarezza, specie se si maneggiano temi 'adulti' in una saga rivolta ai giovanissimi. Ma insistendo sull'importanza dell'immagine, già abbastanza chiara alle ultime generazioni, trascura l'essenziale. E' vero che oggi le guerre si vincono in tv, ma si continuano a combattere nelle strade. Lawrence ha studiato a dovere i grandi film bellici del dopoguerra europeo. Sa come si costruisce un'epica della resistenza. Ma se deve mostrare il dolore gli basta una veloce distesa di rovine con teschi, a cavallo tra i lager nazisti e la Cambogia di Pol Pot. Un po' facile. Anche peri più giovani." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 19 novembre 2014)

"Dopo due film tratti dai primi due capitoli della saga di Suzanne Collins, fenomeno editoriale e mediatico, eccoci al terzo che però furbamente sfrutta solo metà dell'atto conclusivo della trilogia letteraria, per raddoppiare l'effetto. La seconda parte di 'Hunger Games - II canto della rivolta' è già annunciato sugli schermi tra un anno esatto. Gli elementi principali. Sempre gli stessi, ma li ricordiamo. Il primo è la proiezione in un futuro degradato e post apocalittico ( 'distopico', di storie distopiche il cinema ne sforna a valanghe ultimamente, per interpretare, ma sarebbe meglio dire sfruttare, il diffuso sentimento di instabilità e sfiducia ) in cui il mondo - che per un autore nordamericano significa il Nordamerica: non esistono più gli Stati Uniti ma più o meno lì dove erano c'è adesso lo stato di Panem con capitale Capitol City, circondato da tredici distretti - ha scavato un baratro tra una élite ricchissima e totalitaria e tutto il resto miserabile ('hunger' sta per 'fame' ) e privo di ogni diritto. II secondo elemento prende di peso quanto accadeva duemila e passa anni fa nell'Impero Romano: i giochi in cui i gladiatori si scannavano all'ultimo sangue dentro un'arena. Compresa l'appendice della ribellione, come quella del vecchio Spartaco. II terzo elemento è l'intreccio fra l'ispirazione antica appena descritta con la contemporaneità: l'istinto che governa la fortuna dei reality show è lo stesso di allora. Così ci racconta la catena romanzi-film. Naturalmente, per far durare l'intrattenimento seriale, sono infinite le digressioni. Tante da rischiare la perdita del filo. (...) Non è fare i difficili dire che tanto rumore è per nulla. Neanche il gusto di portare a casa un po' di soddisfazione alle aspettative peraltro clamorosamente gonfiate." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 19 novembre 2014)

"Saranno felici i fan di ritrovare Jennifer Lawrence nei panni di Katniss Everdeen (...) e Josh Hutcherson (...). Saranno forse un po' meno contenti quando realizzeranno che i giochi di morte inventati dal presidente Snow per il puro diletto della decadente nazione di Panem sono finiti. L'osceno reality che mandava in onda il massacro di tanti giovani è stata l'ossatura dei due capitoli precedenti, divenuti oggetto di culto per il pubblico di adolescenti. Ma nel nuovo film, 'Il canto della rivolta' (discutibilmente diviso in due per ragioni esclusivamente commerciali, com'è in uso dai tempi di Harry Potter) la riflessione della saga si sposta su altri temi. Lo sguardo infatti si allarga per includere un contesto più ampio e complesso e al centro dell'attenzione c'è una società dove le battaglie per la libertà e la difesa della propria identità passano attraverso la comunicazione. Il campo di battaglia abbandona dunque l'arena insanguinata per trasferirsi in quella virtuale dei media, pronti a manipolare informazioni, notizie e profili a scopo propagandistico. Oggi come un tempo, la storia si ripete sempre uguale. E ciò che vediamo sul piccolo schermo sembra sempre più scollato dalla realtà, persino noi stessi non siamo quello che vogliono farci credere di essere. (...) Sotto accusa ci sono non soltanto i media tradizionali, ma anche internet, che da strumento di conoscenza e democrazia può essere facilmente trasformato in un prezioso quanto perverso meccanismo di controllo. Chi siamo e cosa invece sembriamo? Questo è la domanda che ci si pone guardando il film, dove le immagini reali vengono strumentalizzate dal potere per raccontare il falso, tra colpi bassi e scorrettezze di ogni sorta. Operazione mistificatoria che se al cinema trova la sua ragione artistica, nella vita reale è invece un vero e proprio attentato alla dignità umana." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 19 novembre 2014)

"Su tonalità grigie quasi monocromatiche si sviluppa (una parola grossa) il primo tempo della terza ultima parte di 'Hunger Games', saga che si regge unicamente sul marketing e sul finto bisogno di imbottire i teenager con racconti pseudo apocalittici con la profondità di un reality. Si sa del mondo futuro, dei giochi per la fame, della coppia bellina in corsa e qui di una divisione tra buoni e cattivi meno manichea grazie alle ambiguità portate in dote da Julianne Moore e dal povero Seymour Hoffman, mezzo al computer ma sempre il meglio. Il «penultimatum» di Francis Lawrence è di esemplare piattezza registica, ha il dono di farci disinteressare a qualunque cosa mostri, nonostante l'eroica Katniss di Jennifer Lawrence ormai conduca lotta dura e senza paura (ma lo sfracello è tenuto in serbo per il finale) (...). Nonostante i nuovi sceneggiatori Craig-Strong, la somma degli addendi (e degli sbadigli) non cambia. Ridicola la pretesa sociale, e il tono dell'intero film non ha polso né magnetismo, non c'è neppure il gusto action trash, pur rovistando nell'epica delle umiliazioni e sopraffazioni del mondo per dire che ci sarà sempre uno Spartacus pronto a salvarci: l'ultima parola a novembre 2015." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 20 novembre 2014)

"Va a finire che i movimenti antagonisti troveranno negli hit dell'arcinemica Hollywood la migliore e più fervida sponda. Dopo l'ottimo ancorché demagogico thriller «Lo sciacallo», ecco, infatti, tornare in campo la saga «Hunger Games» (...) in cui l'apologia di un attacco al famigerato «Potere» e ai media a esso sempre e comunque asserviti conferma e, anzi, accresce l'asse narrativo portante ovvero la metafora delle angosce dei giovani di tutto il mondo al tempo della crisi. O forse sarebbe meglio dire delle ragazze, perché sono loro che in questa prima metà del terzo capitolo possono più che mai sfoderare, grazie alla protagonista Katniss interpretata al bacio dalla paffuta Jennifer Lawrence, un'eroina imbattibile, forte, intelligente, testarda, arrabbiata e tuttavia piena di buon cuore, una via di mezzo tra Giovanna d'Arco e Che Guevara in tutina sexy. (...) «Il canto della rivolta», però, anche nell'ambito degli autosufficienti e talora efficaci meccanismi del blockbuster, non riesce a esprimere alcuna personalità di scrittura, messinscena, emozioni, simbolismo, arrivando raramente a risultare divertente al di là delle acmi adrenaliniche distribuite come da contratto. Le tessere del puzzle, montate tra l'altro senza particolare inventiva né suspense, sono sempre le stesse - la casta opulenta e il popolo sotterraneo, i giochi sanguinari imposti da subdoli scherani e il vento della rivoluzione che spira sempre più forte, la fedeltà all'idea e il bieco pentitismo - mentre il tema new entry dell'ambiguità bipartisan dei trucchi della comunicazione può giovarsi, al massimo, di qualche battuta didascalica e dell'ultima (stavolta davvero) incarnazione di un untuoso Philip S. Hoffrnan. Del fatto, poi, che Katniss, divisa tra il desiderio di salvare l'imbambolato - a causa dell'interprete Hutcherson anche prima di subire il lavaggio del cervello- Peeta e quello di vendicarsi del subdolo presidente Snow tratteggiato al minimo sindacale dal veterano Sutherland, si dia la pena di lottare innanzitutto per controllare la propria immagine saranno soddisfatti solo i borbottoni adusi a denunciare alla cieca i pericoli della televisione e di internet." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 20 novembre 2014)

"Com'è noto, quella di 'Hunger Games - Il canto della rivolta' è una prima parte arbitraria: è per mere ragioni di mercato - comprensibili, si tratta di profitti ultramiliardari - che, sulla scia di 'Harry Potter' e 'Twilight', il finale della saga best seller di Suzanne Collins è stato diviso in due segmenti. E tuttavia, pur interlocutorio, il capitolo ha una sua logic, aiuta ad assorbire il cambiamento di tiro che avviene nella storia. (...) Abbandonati i colori degli episodi precedenti, il film scivola su una più austera gamma di tonalità e si svolge per lo più nel bunker segreto dove i resistenti stanno armandosi per rovesciare il tiranno sotto la guida dell'ispirata Alma Coin/Julianne Moore. (...) Per la seconda volta alla regia, Francis Lawrence si comporta correttamente: poteva inventare trucchetti a effetto per dare più azione e invece, con spirito di fedeltà al testo, bada a sottolineare i temi contrapposti della fama come potente arma di propaganda e della forza dei sentimenti autentici, provvedendo a creare il giusto clima d'attesa." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 20 novembre 20114)

"Un film coraggioso. Perché ci vuole coraggio a contraddire un mostro sacro della settima arte quale Alfred Hitchock: "Il cinema è la vita senza le parti noiose". Ebbene, senza queste parti noiose 'Hunger Games' semplicemente non esisterebbe. All'uopo, la migliore recensione possibile la fornisce la compianta Sandra Mondaini, che scalciava le lenzuola al ritmo di 'Che noia, che barba, che barba, che noia!'. Non lo confesserebbe nessuno, per carità, ma il ritornello echeggia anche in Casa Lawrence, intesi come la protagonista Jennifer e il regista Francis (nessuna parentela). Eppure, il peccato originale non è il loro, va ascritto a Harry Potter: prima con il maghetto, poi con 'Twilight', gli avidi produttori decisero di tagliare in due parti l'ultimo capitolo delle rispettive saghe. I risultati sono ancora negli occhi assonnati di tutti, e 'Hunger Games' non fa eccezione: un trailer iperesteso per 123 minuti, un sequel non autorizzato di 'Aspettando Godot', quel che volete, ma non è un film. Eppure, c'è da capirli i produttori (Lionsgate): i due precedenti con Katniss Everdeen hanno fatto un miliardo e mezzo di dollari in tutto il mondo, come non allungare la brodaglia? Insomma, affacciatevi in sala solo se siete fan senza se e ma, per il resto guardatevi il trailer (quello vero) e attendete la conclusione l'anno prossimo. Più che il canto della rivolta (ma come si può dividere una rivolta in primo e secondo tempo?) è la nenia dell'indisposizione (...). Sullo schermo, la trasposizione dimezzata dell'ultimo libro di Suzanne Collins, Mockingjay, ovvero l'intraducibile ghiandaia imitatrice, è riassumibile in una parola: training. (...) Diciamo che l'azione è tutta in platea: tra accavallamenti e scavallamenti, cambi di posizione, sbadigli e occhiate all'orologio, l'esperienza cinematografica si scopre meno sedentaria del previsto. Già non tutte le ghiandaie imitatrici vengono per nuocere, e i motivi per andarlo a vedere nonostante tutto non latitano. In primis, è l'ennesimo ultimo film, e 'dedicato a', dello scomparso Philip Seymour Hoffman, un Attore che lo uccideresti per come è finito. Ancora, offre la possibilità di vedere Woody Harrelson (Haymitch) incredibilmente sobrio e ritrovare la Paola Ferrari della 'Domenica sportiva' che fu in sala: complice il parrucco, la somiglianza con Julianne Moore (Alma Coin, la presidente dei ribelli) è sorprendente, di più, inquietante. Inoltre, con l'unica azione bellica della sua tremebonda rivolta Jennifer Lawrence non solo annulla la già generosa equazione 'One Shot One Kill' (1993, regia di Luis Llosa, con Tom Berenger), ma fa impallidire persino l'inarrivabile Rambo: scaglia una freccia e abbatte due aerei governativi. Wow. Se Donald Sutherland si conferma interprete magistrale (scopriamo perché il suo Presidente Snow si circonda di rose...), i punti di interesse principali stanno altrove: come si costruisce un'icona antisistema, ossia, quanto è libero il ribelle? Poco, pochissimo, si direbbe, e le ragioni del cuore - l'amorino tra Katniss e Peeta - procurano altri legacci. Ma questo penultimo 'Hunger Games' rimbalza anche sulla cronaca geopolitica: è difficile non trovare contingenze, congruenze tra la costruzione dell'immagine della Ghiandaia imitatrice Katniss Everdeen e la costruzione dell'immagine dell'Isis a colpi di clippini truculenti mandati in Rete. C'è un'unica differenza: qui non ci sono decapitazioni, e le esecuzioni sommarie e il lavaggio del cervello sono di mano governativa. Eppure, come i jihadisti venuti dall'Occidente, il nemico è uno di noi." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 20 novembre 2014)

"Piacerà più del capitolo secondo. Che dei numeri due aveva un frequente difetto (come nelle saghe di 'Matrix' e 'Twilight' era lodo, interlocutorio, più che raccontare una storia compiuta, sembrava preparare quella precedente). 'Il canto della rivolta' invece è zeppo d'azione, di accadimenti, mette in circolo parecchi personaggi, evitando di far sembrare le apparizioni di Donald Sutherland, Stanley Tucci e del cocciutamente redivivo Philip Seymour Hoffman delle semplici marchette. Certo, la storia ha perso un po' della suggestione del primo capitolo (gli hunger games come una riedizione futuribile dei giochi nel circo dell'impero romano in decadenza). Lo schema narrativo è ormai quello, risaputo, delle storie alla Robin Hood (un eroe generoso che si ribella a un bieco tiranno). E Jennifer Lawrence è sempre ideale come eroina..." (Giorgio Carbone, 'Libero', 20 novembre 2014)

"Fine dei giochi, nel terzo, miglior capitolo della saga. Echi della II Guerra Mondiale e dei reality tv (...). Lento, ma notevoli cast e rimandi greco-romani." (Cinzia Romani, 'Il Giornale', 20 novembre 2014)

"Terzo capitolo, ma come nelle saghe che sfruttano il tempo, che è denaro, è un film diviso in due. Si sente. Sparisce il dinamismo della caccia e della crudeltà millesimata degli hunger games per un pianificato ping pong tra Panem e Capitol City, tra vari inciampi: la noiosa telenovela tra Peeta traditore e la Katniss incredula, la cattiveria nazista ma senza mordente della strage degli innocenti all'ospedale, le battaglie aeree disegnate come un ruvido videogioco. (...) anche la Lawrence, che con il compianto Hoffman tenta di fare performance in un polpettone, ha difficoltà a uscire dal gesto e dall'emozione programmati. Regia fiacca su sceneggiatura tendenziosa." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 21 novembre 2014)

"Dalla lussuosa, coloratissima, stravaganza imperiale della capitale, che aveva fatto da sfondo ai due primi film, nel terzo si passa a un mondo ugualitario, claustrofobico e monocolore, dove persino la sfavillante cerimoniera Effie Trinket (Elizabeth Banks) è costretta a indossare l'orribile tuta pseudo militare grigioverde che vestono tutti i seguaci di Alma Coin. Niente make up, niente alcol, niente musica, niente proprietà privata e persino niente gatti, in questo bunker sotterraneo di cemento, in cui tutte le libertà personali passano in secondo piano rispetto alla causa rivoluzionaria. Nella visione distopico/libertaria di Collins, dopo il dittico antitirannia capitalista, il terzo libro era (anche) un' ammonizione contro il pericolo di esagerare troppo dall'altra parte. Francis Lawrence (il regista austriaco che aveva già diretto 'La ragazza di fuoco') e gli sceneggiatori del film attutiscono la simmetria un po' prevedibile che, insieme ai chiari rimandi tra l'utopia rivoluzionaria di Coin e la Mosca della guerra fredda o Pyongyang, appesantiva il terzo libro. Può darsi che quel dato più didattico riemerga nell'ultimo film delle serie (...) ma in questo Lawrence ha fatto scelte diverse, interessanti, per sopperire alla forte diminuzione dell'elemento fantasy nella storia e dei fasti visivi che lo accompagnavano. Dalla guerriglia (tra giovanissimi) come olimpiade a cui erano ancorati i primi due film/libri, 'Il canto della rivolta I' diventa infatti un film di guerra vera e proprio. Nonostante 'Catching Fire' sia stato il maggiore campione d'incassi del 2013 (circa 425 milioni di dollari) questo terzo capitolo della saga rimane fedele all'idea di un franchise a budget contenuto (per il genere, s'intende) che la Lionsgate aveva coniato con i 'Twilight'. Lawrence opta quindi per un look realistico (sempre relativamente parlando). E parecchie delle immagini del nuovo capitolo ricordano meno altri precedenti di fantasy distopica (come i 'Matrix') che i telegiornali di questi giorni. Il che conferisce al film un'immediatezza, almeno viscerale, sconcertante. Nella sci-fi per il rating PG 13 difficilmente una decapitazione passerebbe al vaglio della MPA. Ma, in 'Mockinjay 1', i «ribelli» in ginocchio, incappucciati di nero e giustiziati in pubblico dai soldati di Snow sono un rimando inevitabile ai video delle esecuzioni accessibili su internet. Il loro controcampo - una folla di afroamericani sull'orlo della rivolta - è Ferguson (...). Quando Katniss chiede di visitare ciò che è rimasto del distretto 12, dopo che Snow lo ha raso al suo per vendicarsi di lei, il suo pellegrinaggio tra quella macerie da cui emergono resti umani fa venire in mente Gaza dopo i carrarmati. La strategia di video pubblicitari pro rivoluzione per infiltrare le trasmissioni propagandistiche della capitale è YouTube. E, quando Coin (a cui Julianne Moore dà una dizione 'autoritaria', derivata dalla cadenza della voce di Hillary Clinton) invia un corpo speciale per liberare Peta il transfer è puro Abbottabad, incluse le immagini del(la) presidente che segue (come Obama e Hillary) il tutto a bocca aperta. Guerriera, pasionaria, ribelle per DNA ed essenzialmente un lupo solitario, Katniss, personaggio della fantasia, naviga/ guarda questo mondo orribile (che è poi il nostro) con riluttante, dolorosa, malinconia." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 27 novembre 2014)
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