Hugo Cabret

Hugo

USA - 2011
5/5
Hugo Cabret
L'orfano Hugo Cabret vive nel suo nascondiglio segreto all'interno della stazione di Parigi. Il ragazzo, oltre a coltivare il sogno di diventare un grande illusionista, è deciso anche a portare a termine un'importante missione: riparare il prodigioso automa trovato da suo padre prima di morire. Hugo sopravvive con vari espedienti che usa anche per recuperare i pezzi utili a completare la sua opera finché, un giorno, incontra Isabelle, nipote di un giocattolaio e con lei affronterà un'affascinante e misteriosa avventura...
  • Altri titoli:
    Hugo in 3D
    L'invention de Hugo Cabret
    Die Entdeckung des Hugo Cabret
    The Invention of Hugo Cabret
    Hugo Cabret
    La straordinaria invenzione di Hugo Cabret
  • Durata: 125'
  • Colore: C
  • Genere: GIALLO, FANTASY, AVVENTURA
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA, FUSION CAMERA, 3D
  • Tratto da: libro per ragazzi "La straordinaria invenzione di Hugo Cabret" di Brian Selznick (ed. Mondadori)
  • Produzione: GRAHAM KING, TIM HEADINGTON, MARTIN SCORSESE, JOHNNY DEPP PER GKFILMS, INFINITUM NIHIL
  • Distribuzione: RAI CINEMA/01 DISTRIBUTION (2012) - DVD E BLU-RAY: 01 DISTRIBUTION HOME VIDEO
  • Data uscita 3 Febbraio 2012

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Hugo Cabret è un capolavoro. Il film più personale di Martin Scorsese da anni e anni a questa parte e, non solo, il suo più privato, più immaginifico, più radicale: dopo decenni di onoratissimo servizio, e più di qualche lavoretto su commissione, il regista italo-americano può finalmente consegnare il suo film-testamento, scucendo di tasca altrui un budget monstre di 150-170 milioni di dollari e prendendo un besteller - di Brian Selznick - per adattare i proprio sogni, le proprie ossessioni e la propria Weltanschauung al di qua e al di là della macchina da presa.
C'è di tutto, e di più nel film, in pole-position con 11 nomination agli 84esimi Academy Awards: cinema, meta-cinema, cinema-sogno, sogno-cinema, moviola demiurgica, da "Padreterno”, politica degli autori, interazione uomo-macchina, il grande orologiaio, la settima arte orfana di passato, il presente presago di ieri, oggi e domani colto dallo spioncino della cabina di proiezione, la conservazione e l'archivio. E un unico scatto: dietro la macchina fotografica “antidiluviana”, c'è lui, Martin Scorsese, a immortalare il suo avo, il suo “analogo” di quasi cent'anni prima, Georges Méliès.
Il resto è proiezione, retroproiezione, long take e piano sequenza, carrellate ottiche, CGI e un 3D urgente, necessario, formalmente ineccepibile, e furbo, furbissimo: Scorsese ha fatto allentare i cordoni della borsa “promettendo” un family-movie stereoscopico per grandi e, soprattutto, piccini. Non che i secondi non possano trarre giovamento e sollazzo, ma Hugo Cabret non è per loro: è per Martin, e al più per i cinefili pensanti. Per Martin, perché altro non è che un viaggio nel tempo e nel tempo della settima arte secondo le traiettorie di un regista colto, di un cineasta cinefago e cinesenziente: Scorsese, appunto, che sulla scorta del romanzo di Selznick riesce nell'inaudito, riportare in vita in carne e ossa delegate - Ben Kingsley, superbo - il demiurgo del cinema-invenzione, del cinema non rappresentativo, ma (ri)creativo, ovvero Georges Méliès, e soprattutto rifissarne sulla tela-schermo le immagini, i colori, i bon mots e i proto-slapstick, i suoi film, a partire da Voyage dans la lune.
Tutto questo, ribadiamo, in un “film per famiglie”: inedito, se non incredibile. Hugo Cabret sprizza cinema e amore di cinema da ogni inquadratura, con le più suggestive, le più icastiche e programmatiche a far da guida: gli sguardi di Hugo Cabret (Asa Butterfield, una rockstar inglese in miniatura, tra Jarvis Cocker e Brett Anderson, ma con gli occhioni blu), orfano e piccolo orologiaio in incognito della stazione di Parigi, filtrano attraverso un diaframma di vetro - il vetro dell'orologio, ovvero quello della macchina da presa - e hanno alle spalle il quadrante con le lancette, l'immagine-tempo della settima arte.
Sì, Deleuze, e l'immagine-movimento è Hugo Cabret stesso, un caleidoscopico, fantasmagorico serbatoio di figure retoriche, metonimia, sineddoche, mise en abyme, e chi più ne ha più ne ritrovi in questo post-verniano Viaggio al centro della terra-cinema.
Un solo esempio, che richiama in causa i Lumière dell'arrivo del treno alla stazione Ciotat: vediamo questo corto d'antan, poi la rielaborazione onirica - meglio, l'incubo - di Hugo, che scopriamo non è sogno, ma addirittura sogno nel sogno, e poi - non esiste forse la moviola, ovvero la cine-possibilità di andare avanti e indietro nella realtà e nell'immaginazione? - la definitiva iterazione dell'evento nel “reale”, con Hugo che quasi finisce schiacciato dalla locomotiva.
Scatole cinesi, messe in abisso, con le rotelle che funzionano alla perfezione, ingranaggi di un meccanismo cinematografico così oliato da essere - almeno qui, e negli altri vertici dell'Arte - “vero”: Scorsese è utopico, mesmerizzante e magico come già suo papà Georges (Méliès). E, sempre in ping-pong bio-poetico, triste, tristissimo: Hugo Cabret non è solo lo zenit, ma l'apogeo della decadenza della settima arte. Scorsese dice, ovvero fa dire a Méliès, che di cinema si muore o, comunque, si soffre, si trova l'oblio sociale e l'astenia privata, la depressione professionale: eppure, si può uscirne a testa alta, perché il negativo è il positivo della settima arte. Ovvero, quel che rimane, faticosamente e non meno incredibilmente: è questa l'impressione di Hugo Cabret, che trova Harold Lloyd abbarbicato sull'orologio come qui e ora il suo piccolo orfano taumaturgo.
E poi, tra una sinfonia meccanica e una sinfonia di una grande città, le geometrie variabili di Borges, l'architettura di Escher e la Metropolis di Fritz Lang, il sogno in “automatico”, l'automa, il Golem, l'interazione uomo-macchina (complementare all'interazione macchina-uomo della protesi, alla gamba del reduce della Grande Guerra Sacha Baron Cohen), che è lascito memoriale privato (il padre di Hugo Cabret, Jude Law) e pubblico (il padre di Scorsese, Méliés), ovvero, in definitiva, il cinema stesso, arte-industriale di una creatura mitologica, il regista, metà uomo e metà macchina da presa. Come l'automa disegna, così il film, che traccia linee, collega puntini nel corso del tempo.
Immagine-tempo e immagine-movimento, per far coincidere qui e ora le origini e il futuro nel montaggio delle attrazioni: Hugo è un'attrazione. Spericolata, folle, meravigliosa, e così personale da fondersi con l'universale, grazie a uno “scambio di persona” a tre - Scorsese, Méliès, Hugo Cabret - che come già a Rimbaud fa dire a Martin “Io è un altro”. E, grazie a Dio, in quell'altro possiamo essere anche noi.

NOTE

- ALLA VI EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2011), NELLA SEZIONE 'ALICE NELLA CITTA', E' STATA PRESENTATA UNA BREVE ANTEPRIMA DEL FILM.

- GOLDEN GLOBE 2012 PER MIGLIOR REGIA. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO E COLONNA SONORA.

- OSCAR 2012 PER: MIGLIOR FOTOGRAFIA, SCENOGRAFIA, MONTAGGIO E MISSAGGIO SONORO, EFFETTI VISIVI. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM, REGIA, SCENEGGIATURA NON ORIGINALE, MONTAGGIO, COSTUMI E COLONNA SONORA.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2012 COME MIGLIOR FILM STRANIERO. DANTE FERRETTI E FRANCESCA LO SCHIAVO HANNO RICEVUTO IL NASTRO D'ORO 2012.

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2012 COME MIGLIOR FILM EXTRAEUROPEO.

CRITICA

"Ci volevano i registi-autori per dimostrare che il 3D non è sempre un sovrappiù: Herzog, Wenders e adesso Scorsese, il quale deve aver provato un gusto matto a spedire treni contro la platea, come i Lumière agli albori del cinema. Che Marty ami la settima arte più di se stesso non è un mistero; a certificarlo ci sono anche la sua Fondazione per la salvaguardia del patrimonio cinematografico mondiale e, ora, questo 'Hugo', omaggio al vecchio cinema di un innamorato cronico. (...) Un po' romanzo di formazione, un po' racconto di avventure, un po' burlesque, un film dove si respira cinema dal primo all'ultimo fotogramma." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 3 febbraio 2012)

"Nonostante l'inconfondibile poetica d'autore, Martin Scorsese è da sempre un appassionato estimatore del cinema altrui di ogni tempo e paese, vedi il suo impegno nel restauro delle vecchie pellicole. Cosicché non c'è bisogno di ricorrere a Freud per capire che cosa lo abbia attirato del romanzo grafico 'Hugo Cabret' di Bryan Selznick. (...) Per 'Hugo Cabret', in corsa con 11 candidature per l'Oscar, ha utilizzato con grande abilità il 3D, lavorando su un doppio immaginario d'epoca. La stazione centrale, nei cui recessi vive nascosto Hugo impegnato a cercare di rimettere in funzione un misterioso automa scoperto dal papà defunto, rievoca le pellicole francesi alla René Clair, con le graziose fioraie, le anziane signore, i caffè, gli abbaini, la neve; dentro questa cornice, ricreata in maniera meravigliosa dallo scenografo Dante Ferretti con Francesca Lo Schiavo (meritatamente nominati), si inserisce il motivo dell'omaggio affettuoso e nostalgico al cinema delle origini, da Méliès a Douglas Fairbanks. Il problema è che la solitaria esistenza del piccolo Cabret, la sua complice amicizia con la nipote adottiva di Méliès, la sua urgenza di aggiustare il robot nella speranza gli comunichi un ultimo messaggio dell'amato papà: tutta questa parte dickensiana mal si intreccia con il discorso sul fantastico immaginario di Méliès, come fossero due film in uno che non sempre si conciliano. Detto questo, per chi ama il cinema 'Hugo Cabret' è comunque una festa." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 3 febbraio 2012)

"Una storia da classificarsi 'per famiglie' scritta a suo tempo da Brian Selznick, un lontano parente a quanto sembra del celebre produttore David, quello di 'Via col vento'. Martin Scorsese non poteva non occuparsene data la sua passione per i vecchi film al cui restauro dedica, come è noto, anche una parte cospicua del suo tempo, così, con la collaborazione di John Logan, lo sceneggiatore di 'Star Trek' e de 'L'ultimo samurai', ne ha ricavato uno spettacolo da definirsi appunto per famiglie, ma testimone, quasi ad ogni scena, del suo grande amore per il cinema di ieri e anche, tutto sommato, del cinema in sé. (...) Raccontato invece con la tecnica ancora abbastanza avveniristica del 3D, occasione spesso di giochi visivi molto suggestivi, specie quando si affidano alle splendide scenografie di Dante Ferretti, sempre da premiare e qui 'autore', oltre a tutto, di una Parigi del Trenta che si ricorderà. Il piccolo protagonista è Asa Butterfield, che tanto ci aveva commosso nel 'Ragazzo con il pigiama a righe', Méliès è il grande Ben Kingsley, sguardi intensi e un trucco che ricorda Pirandello, il 'cattivo' è Sacha Baron Cohen, divertentissimo, ma ci sono anche Jude Law, Johnny Depp, Christopher Lee, Michael Pitt. Scorsese non si risparmia nulla." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 3 febbraio 2012)

"Ha ragione Martin Scorsese: Georges Méliès (1861-1938) è il padre di tutto il cinema che si fa oggi. I Lumière - e con loro altri tecnici-imprenditori di fine '800, come Edison in America - inventarono i macchinari necessari per girare film, ma fu Méliès il primo a intuire che quella buffa invenzione avrebbe cambiato l'Immaginario del '900. (...) Di 'Hugo Cabret', nuova opera di Martin Scorsese candidata a svariati Oscar, Méliès è il vero protagonista. Il film diventa commovente nel finale, quando Scorsese ci regala su grande schermo le immagini di alcuni capolavori del vecchio maestro. Ce le regala in 3D, questo nuovo trucco da negromante che Méliès avrebbe sicuramente amato. E a colori, come erano già allora, perché i fotogrammi venivano dipinti a mano, uno ad uno, per accentuare l'effetto fiabesco. E però, Scorsese si merita stavolta il complimento sommo: tutto il film è all'altezza della fantasia del suo eroe. II regista italoamericano è divenuto negli anni un cineasta da kolossal, da grandi produzioni: pensate a 'Gangs of New York', a 'The Aviator', all'ultimo 'Shutter Island'. Film imponenti che - almeno secondo chi scrive - non raggiungevano mai la forza espressiva di vecchi gioielli, produttivamente più piccoli, come 'Taxi Driver' e 'Toro scatenato'. Ebbene, con 'Hugo Cabret' Scorsese ha ritrovato la magia. Se vincerà un secondo Oscar, sarà molto più meritato di quello conquistato (dopo anni di sconfitte anche brucianti) con un remake ben poco originale come 'The Departed'. Ci voleva il 3D, ci voleva l'immersione in un passato mitologico come la Parigi del 1931? Forse, ma questi sono solo strumenti. Il cuore del film batte su due livelli. Uno è l'amore per Méliès, non solo un artista sublime ma anche un uomo dolce e sfortunato. (...) Ma l'altro livello, assai più personale, è racchiuso nel personaggio di 'Hugo Cabret'. È un orfano che vive nei meandri della stazione, come Quasimodo dentro Notre-Dame. (...) Asa Butterfield è vulnerabile e credibile nel ruolo di Hugo, mentre Ben Kingsley sembra non aver atteso che interpretare Méliès per tutta la vita." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 3 febbraio 2012)

"Un rispettoso ritorno alle radici, un omaggio riconoscente a colui che per primo intuì le potenzialità della settima arte, ma anche un invito alla conoscenza, al piacere ingenuo e stupefacente della scoperta. È questo 'Hugo Cabret', l'ultimo film di Martin Scorsese, che per rappresentare la sua favola sul cinema delle origini e sul suo immaginifico epigono, quel Georges Méliès che per primo rese possibile un 'Viaggio nella Luna', abbandona il linguaggio classico finora più congeniale alle sue storie per convertirsi al 3D, ovvero alla rinnovata ultima frontiera della tecnica cinematografica. Un passaggio che in altre circostanze non ha avuto l'effetto sperato, perché posticcio e non necessario, ma che in questo caso riesce a offrire alla visione quel di più che fa la differenza. E non si tratta di semplice profondità delle immagini, perché nei primi piani, emergendo dallo schermo, i personaggi si fanno più vicini allo spettatore, costringendolo a un legame più forte, quasi intimo. Ma non è solo questione di tridimensionalità o di computer grafica, che peraltro non è un limite alle ben note qualità di Scorsese, il quale non rinuncia a inquadrature originali e a lunghi e spettacolari piani sequenza. Qui siamo di fronte a un'opera che, pur intrisa di tecnologia, emana il sapore antico delle storie che affascinano perché in qualche modo sembrano senza tempo. Difficile dire se 'Hugo Cabret', in uscita nelle sale italiane con il poderoso abbrivio di ben undici candidature agli Oscar, sia il capolavoro di Scorsese, tanto è differente dalle precedenti opere, soprattutto le più recenti in cui rifletteva sul male, sul senso di colpa, sulle contraddizioni della società. Di sicuro è l'opera più personale, nel senso che vi si colgono insieme gli elementi essenziali del suo cinema: invenzione, sperimentazione, suggestione, evocazione, ma anche ricerca e memoria. Qui c'è tutto, tanto da toccare le corde giuste sia dei più giovani che degli adulti ancora capaci di stupore e di commozione. Anche se saranno soprattutto gli appassionati a goderne, persi tra innumerevoli rimandi e più o meno esplicite citazioni (e non solo dei film di Méliès, ma dai fratelli Lumiére ad Harold Lloyd), espressione dell'amore quasi sacrale di Scorsese per questa arte. In 'Hugo Cabret' si coglie, infatti, la summa di interi pomeriggi trascorsi fin da ragazzo nelle fumose sale cinematografiche di New York a succhiare cinema da ogni pellicola vista. Così come lo sguardo attento del cinefilo appassionato, pronto a cogliere la natura stessa del linguaggio filmico, le sue infinite varianti e sfumature, le sue allusioni, i suoi richiami. Non sarebbe esagerato definire questo film come una sorta di testamento, il lascito di un maestro a quanti amano il cinema. In tal senso l'ultima opera di Scorsese, adattamento del romanzo di Brian Selznick 'La straordinaria invenzione di Hugo Cabret', è molto più che l'avventura di un ragazzo alla ricerca del segreto custodito da un automa lasciatogli dal padre orologiaio; un segreto che lo porterà a realizzare il suo sogno e conoscere il grande Georges Méliès, mago, illusionista, regista visionario e prolifico caduto in un deprimente oblio, e quest'ultimo a ritrovare se stesso, il suo genio e il suo pubblico. È soprattutto un invito a immergersi nella magia del cinema e a lasciarsene risucchiare senza timore di perdersi nei suoi mille ingranaggi. Ed è ciò che Hugo - il protagonista della storia (...) - accetta di fare, all'inizio con un po' di riluttanza, guidato da una giovane nuova amica, Isabelle, più spigliata e pronta mettersi in gioco. E quando il gioco comincia, dopo un po' di iniziale fatica, non c'è nulla che possa fermarlo, in un vortice che avvolge una Parigi anni Trenta fascinosamente ricostruita grazie alla fotografia satura di Robert Richardson e alle scenografie imponenti di Dante Ferretti. Il resto lo fa un cast di alto livello, a partire da un ispirato Ben Kingsley nei panni di Méliès, senza dimenticare Sacha Baron Cohen, claudicante e burbero ispettore ferroviario (...), Christopher Lee, ieratico libraio, Emily Mortimer, graziosa fioraia, Jude Law, padre del giovane protagonista, e soprattutto i bravi Asa Butterfield, il timido Hugo, e Cloë Grace Moretz, la simpatica Isabel. Chi prevarrà nella notte degli Oscar tra il vintage 'The Artist' di Michel Hazanavicius, con dieci candidature, e il fantasmagorico 'Hugo Cabret' di Scorsese è difficile prevederlo. Certo è che Hollywood quest'anno è stata stregata da se stessa, dalla sua storia di fabbrica dei sogni. Perché anche se i linguaggi sono differenti - la prima opera va controcorrente e rispolvera nientemeno che il muto per parlare dei film degli anni Venti, la seconda sceglie invece il 3D per celebrare addirittura i pionieri - il tema è identico: il cinema che racconta se stesso. Con passione. E un pizzico di nostalgia." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 3 febbraio 2012)

"Martin Scorsese scrive in 3D una bellissima lettera d'amore al cinema, senza perdere neppure un istante levità, grazia e piacere per il racconto. L'invenzione senza futuro dei fratelli Lumière è uno strumento 'meccanico' che può emozionare (quindi funzionare) solo se si intreccia con la necessità, intima, di narrare noi stessi. Il cinema è una chiave per riconoscerci e rimetterci a posto quando siamo 'rotti'. La scena forse più impressionante di un capolavoro vero e proprio è quando Hugo, accasciato su una poltrona, si abbandona al timore che il suo automa non potrà mai funzionare. (...) Scena impressionante anche perché un bambino appena cresciuto rappresenta il timore profondamente adulto di non trovare la propria autenticità. Ma bellissimo, 'Hugo Cabret', lo è dalla trama principale alle sotto-storie che compongono tutte le età della vita. Un godimento assoluto." (Elisa Battistini, 'Il Fatto Quotidiano', 2 febbraio 2012)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy