Hotel Meina

ITALIA - 2007
Hotel Meina
All'Hotel Meina, sulle belle rive del lago Maggiore, tra gli ospiti sono accolti vari sfollati di cui sedici, compresi alcuni bambini, sono ebrei. Devono l'ospitalità al proprietario, loro correligionario, che però oltre alla cittadinanza italiana gode di quella turca che lo rende immune alle leggi razziali, in quanto Paese neutrale. Quando la voce di Badoglio attraverso la radio annuncia l'armistizio, la gioia degli ospiti dell'albergo è grande, ma subito dopo già cominciano a sorgere le prime perplessità tra chi parla di guerra terminata e fine delle persecuzioni, e chi è invece piuttosto perplesso. Nessuno sa come comportarsi e, pensando che la natura degli italiani non contempli la ferocia e la crudeltà, si perde tempo prezioso lasciandosi prendere dall'inerzia. Finché non arrivano le SS con l'elenco degli ospiti ebrei, fornito forse da un dipendente dell'albergo. Vani saranno anche i tentativi di farli espatriare in Svizzera, fatti da Cora Bern, una tedesca antinazista. Moriranno in 54.
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, STORICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: romanzo omonimo di Marco Nozza (ed. Net, collana Storica)
  • Produzione: IDA DI BENEDETTO PER TITANIA PRODUZIONI IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: MIKADO (2008)
  • Data uscita 25 Gennaio 2008

RECENSIONE

di Luca Pellegrini
Si riflettono ancora oggi, sulla superficie increspata del Lago Maggiore, le tragiche vicende dell'Italia sbandata e avvilita all'indomani dell'Armistizio del 1943. E molte sono le memorie coltivate dai sopravvissuti alle violenze e agli eccidi d'allora. Tra questi brucia la strage di sedici ebrei provenienti dalla Grecia ed ospiti dell'Hotel Meina che furono trucidati in una notte di settembre. Ne è stato ricavato un saggio rievocativo di Marco Nozza e non senza qualche polemica preventiva e successiva Carlo Lizzani, con una libertà di sceneggiatura subito contestata e da lui difesa, è riuscito a trarne un film che da tempo si attendeva e che gli è molto caro. Sappiamo, infatti, quanto sia legato, da intellettuale integerrimo e regista coerente, alla storia del nostro Paese e alle vicende che lo hanno lacerato prima, durante e dopo il secondo conflitto mondiale. La prima parte del film, ben scandita anche se poco esplorata emotivamente, si sofferma a descrivere la strana convivenza nell'edificio: ebrei di classe agiata, appunto, italiani che si professano, per calcolo o paura, "ariani" puri e la formazione di SS, capitata all'Hotel per intrappolare gli odiati "giudei". Si guardano, si interrogano chi sul destino, chi sugli ordini, chi soltanto sul cibo che sarà offerto a cena. E' il momento, anche se didascalico, più costruito e migliore: l'omertà e l'impotenza si abbracciano, la vita sembra paralizzata, ancor prima dei corpi che troveranno sepoltura soltanto in un lago torbido e oscuro. Poi, senza troppo soffermarsi sulle logiche comportamentali e con una certa trascuratezza descrittiva, s'arriva al precipitare degli eventi, in cui si trova ad agire anche una bella signora tedesca legata alla causa anti-nazista (personaggio inventato) e che si muove all'interno dell'edificio con poche e mirate azioni. Riceverà la furiosa invettiva dell'ufficiale tedesco, momento di drammaticità alta e di giustificazione morale, che porta ancora una volta i contemporanei a riflettere sullo scontro tra bene e male, sul come si rappresenta e si addensa in tante pieghe della nostra storia. Recitazione piuttosto scolastica da parte degli attori e un certo imbarazzo nel vedere anche un soldato tedesco inverosimilmente scalcinato (come molti dei suoi commilitoni) che balbetta frasi preconfezionate. Anche questo è sintomo di come il cinema italiano, anche quello dei suoi più illustri maestri, soffre d'una genetica carenza di accuratezza e rigore.

NOTE

- FILM REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL MIBAC.

- EVENTO FUORI CONCORSO 'VENEZIA GIUBILEO (1932-2005): OMAGGIO A CARLO LIZZANI' ALLA 64. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2007).

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2008 PER: MIGLIOR SCENOGRAFIA, COSTUMI E ACCONCIATURE (FERDINANDO MEROLLA).

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2008 PER MIGLIOR SCENOGRAFIA E COSTUMI.

CRITICA

Dalle note di regia: "'Hotel Meina' è un altro capitolo di quella ideale storia in immagini del fascismo e dell'antifascismo che da decenni vado costruendo con film sia tratti da eventi realmente accaduti, sia da opere letterarie. Gli anni venti: 'Fontamara' (con Michele Placido), 'Cronache di poveri amanti' (con Marcello Mastroianni). Gli anni trenta: 'Un'isola' (il libro di Giorgio Amendola). Gli anni quaranta (dalla nascita della Resistenza fino alla condanna a morte): 'Achtung! Banditi!', 'Il Gobbo', 'L'oro di Roma', 'Mussolini ultimo atto'. In tutte queste opere mi sono sempre attenuto al rispetto del testo (nel caso dell'opera letteraria). E al massimo rispetto per la memoria delle vittime o dei sopravvissuti, nel caso di film ispirati a fatti realmente accaduti."

"Tratto dal libro di Marco Nozza, 'Hotel Meina' è un terrificante apologo sul male e l'ennesima prova oggettiva, se ce ne fosse ancora bisogno, dello sterminio e della persecuzione ebraica avvenuta in un luogo di transito e passaggio quando ancora l'Italia del Nord non si era tramutata nell'efferata Salò. (...) Opera dall'alto contenuto storico-civile, quella di Lizzani, per un festival veneziano che fa parlare di sé anche per i documentari e gli squarci di comunicazione visiva via web 'impegnati'." (Davide Turrini, 'Liberazione', 2 settembre 2007)

"Un felice ritorno, dopo una carriera che onora da anni il cinema italiano, sia quando l'ha guidata l'impegno, sia quando, sempre con sicuro mestiere, ha seguito gli inviti dello spettacolo. Oggi siamo di nuovo all'impegno, con un linguaggio teso a suscitare emozioni intensissime senza mai smarrire un solo istante l'equilibrio e la misura. Il tema, come il titolo, 'Hotel Meina', fa intuire, ci mette di fronte ad una delle stragi più spietate perpetrate dai nazisti contro gli ebrei subito dopo l'8 settembre. (...) Lizzani, questi fatti, in più momenti addirittura atroci, se li è fatti suggerire da un libro che ne aveva fatto la cronaca precisa. (...) Prima una cronaca che, pur nella sua apparente levità, comincia a rivelare nubi scure di ansia, poi un susseguirsi di pagine tragiche ricostruite da Lizzani con la sua consueta maestria, toccando, con voluta asprezza, tutti i tasti della disperazione e dell'orrore. Con il risultato di suscitare, ad ogni immagine, un clima soffocante che serra alla gola, senza più un momento di respiro, senza una pausa, ma anche - ed è un altro merito - senza un eccesso. Perché bastano quegli eventi orrendi a pretendere, anche senza né orpelli né aggiunte, l'emozione più lacerata. Sostenuta da una recitazione, in tutti, anche in interpreti volutamente poco noti per far vero, che sa adeguarsi alle intenzioni dell'autore. Ancora una volta nobilissime e degne." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 3 settembre 2007)

"D'impostazione televisiva, il film di Lizzani ha il pregio di mostrare come la Svizzera lasciasse passare molti profughi e il difetto di qualche anacronismo: azioni partigiane anticipate di mesi e mesi rispetto alla realtà; il Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli con la dicitura «Consiglio regionale del Piemonte », dunque posteriore al 1970... Ma si lascia vedere ed è stato applaudito a lungo. Il film cede solo nel finale, ridicolizzando l'ufficiale tedesco, figura tragica caso mai, per togliergli il fascino di chi ben l'interpreta: Benjamin Sadler." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 3 settembre 2007)

"Il film forza la realtà soprattutto in un punto: inventando (o modificando) il personaggio di una donna tedesca, resistente antinazista sotto mentite spoglie, che si prodiga per aiutare gli ebrei. Il regista difende questa scelta nel nome di una libertà creativa volta a diffondere più conoscenza della storia. Suo desiderio era inoltre quello di ricordare che 'cera anche 'un'altra' Germania e di riconoscerne lo sfortunato slancio a riscattare la dignità e il futuro di quella nazione." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 3 settembre 2007)

"L'Hotel Meina - che accoglie semplici ospiti e sfollati, tra i quali sedici ebrei - appare come lo specchio dell'Italia di quei giorni di incertezza, in cui nessuno sa bene cosa fare, come comportarsi. Nemmeno le SS, che irrompono improvvisamente nell'albergo, con il loro elenco di ebrei, forse fornito loro da uno dei dipendenti dell'albergo, separandoli dagli altri. Comincia da qui, con un flashback che durerà quasi sino alla fine, il film Hotel Meina di Carlo Lizzani, liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Marco Nozza, che documenta la prima strage nazista di ebrei in Italia costata alla fine la vita a cinquantaquattro persone. La toccante pellicola è stata presentata con successo fuori concorso a Venezia e uscirà nelle sale italiane alla vigilia della Giornata della memoria che si celebra il 27 gennaio, data della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, per commemorare le vittime della Shoah. Il regista - non nuovo ad opere impegnate, tese a ricostruire quella ideale storia per immagini del fascismo e dell'antifascismo - è rimasto impressionato da come è maturato l'eccidio, ovvero dalle vicende paradossali che l'hanno preceduto. E in effetti colpisce l'ambiguità di una situazione in cui nessuno all'inizio riesce a prendere decisioni definitive: la sorveglianza dei tedeschi, in attesa di ordini, è tutto sommato morbida, alternando brutalità e aperture, mentre i prigionieri sono incapaci di approfittare anche dell'unica, inattesa opportunità di fuga. Una situazione che richiama, per esplicita ammissione dell'autore, quella analoga raccontata sotto forma di metafora da Buñuel ne L'angelo sterminatore. (...) Il racconto si sofferma più sul dramma collettivo dei prigionieri, portando mano a mano in superficie - con uno stile a tratti troppo teatrale - la capacità di inganno e di dissimulazione dei nazisti che condurrà verso l'inesorabile fine. Una fine già scritta ma che il regista, prendendosi una libertà sulla verità storica, cerca di modificare inserendo nel racconto una figura, peraltro non molto riuscita, che nella realtà non fu presente ma che gli serve per raccontare come non tutti neppure in Germania si piegarono. (...) Senza raggiungere traguardi stilistici e narrativi pure sperimentati da Lizzani in altre pellicole, Hotel Meina disegna comunque un terribile affresco della lotta tra il bene e il male, consegnandoci un'altra cruda testimonianza della terrificante macchina dello sterminio. Un film che, nonostante alcuni limiti, è capace di suscitare emozioni forti, senza mai cadere nella trappola della retorica. Forse l'unico vero fastidioso cedimento è nel finale, quando, a massacro avvenuto, la donna tedesca si scontra con l'ufficiale delle SS, in una lotta fisica e psicologica. L'uomo, emblema del perfetto nazista, ne esce moralmente sconfitto. Ma lo sarebbe stato comunque. Dalla storia." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 22 gennaio 2008)
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