Hostiles - Ostili

Hostiles

USA - 2017
3/5
Hostiles - Ostili
1892, New Messico. Il leggendario Capitano Joseph Blocker sta per compiere la sua ultima missione prima di ritirarsi: scortare il capo indiano Cheyenne Falco Giallo dal forte dove è prigioniero alla riserva indiana situata nella sua terra d'origine, dove gli è stato concesso di tornare per trascorrere gli ultimi giorni della sua vita.
I due rivali affronteranno un lungo viaggio di oltre mille miglia e durante il percorso incontreranno Rosalee, vittima di un attacco indiano di cui è unica superstite, che si metterà in cammino con loro.
  • Durata: 127'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, WESTERN
  • Specifiche tecniche: ARRIFLEX 235/PANAVISION PANAFLEX MILLENNIUM XL2, (4K)/PANAVISION, 35 MM/D-CINEMA (1:2.35)
  • Produzione: SCOTT COOPER, KEN KAO, JOHN LESHER PER WAYPOINT ENTERTAINMENT, IN COLLABORAZIONE CON BLOOM, LE GRISBI
  • Distribuzione: NOTORIOUS PICTURES (2018)
  • Data uscita 22 Marzo 2018

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Ancora una volta il cinema a stelle e strisce prova a confrontarsi con i demoni della storia del proprio paese. Quale genere migliore, se non il western, per tentare di riavvicinare le tante, troppe ambiguità politiche attuali con i fantasmi di ignobili "politiche" che in passato hanno contribuito a (s)fondare l'humus su cui erigere le fondamenta di un'intera nazione?

Hostiles di Scott Cooper (regista che dopo Crazy Heart, Out of Furnace e Black Mass conferma di avere a cuore i vari miti/ambiguità fondativi degli Stati Uniti) è un film che, attraverso la classicità e l'epica del canonico western "on the horses" prova a rintracciare il senso dell'umano all'interno di contesti e dinamiche dove il disumano ha preso il sopravvento. E non fa mistero alcuno, lungo il suo percorso, di farsi film-simbolo attraverso cui l'America tenta di espiare le proprie colpe in merito al trattamento riservato a suo tempo ai nativi.


 

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Si torna allora al 1892. Le guerre indiane sono terminate e le popolazioni indigene ormai sconfitte vengono catturate e tenute prigioniere, per poi essere destinate alle varie riserve. A Fort Berringer, in New Mexico, è prigioniero da 7 anni Falco Giallo (Wes Studi), capo di guerra dei Cheyenne del Nord, ormai in fin di vita. Al capitano Joseph Blocker (Christian Bale), un tempo eroe di guerra ora carceriere, viene ordinato di riaccompagnarlo insieme ai suoi familiari nella nativa Valle dell'Orso, in Montana, per garantirgli una morte dignitosa.

La nobiltà dell'atto, ovviamente, è inversamente proporzionale alla natura meramente teatrale (e cinica) della sceneggiata: una volta lì, morto il patriarca, i suoi familiari dovranno essere "accompagnati" e imprigionati in una riserva.

Fieri nemici di tante sanguinose battaglie, nelle quali il capitano ha visto soccombere, e in malo modo, commilitoni e amici, Blocker e Falco Giallo, insieme ad altri soldati e ai familiari di quest'ultimo, si mettono in sella per affrontare questo sfiancante e insidioso viaggio di oltre 1.000 miglia. Lungo il quale s'imbattono in Rosalee Quaid (Rosamund Pike), traumatizzata superstite di un massacro da parte dei Comanche, dove ha visto soccombere il marito e tre figli. Ancora sconvolta, la donna si unisce al gruppo.

Magnifici campi lunghi e sguardo mai consolatorio, ottimo per quello che riguarda involucro e confezione (la fotografia di Masanobu Takayanagi, le musiche di Max Richter), Hostiles riesce a mantenere tutto sommato intatta la propria epica ma non sfugge al rischio di alcuni eccessi retorici, dove spesso i simbolismi (e le coincidenze, vedi l'entrata in scena di Ben Foster, un tempo sergente al fianco di Blocker, ora prossimo all'impiccagione per aver commesso una strage) hanno la meglio sulla tenuta del racconto, dei personaggi e dei pochi (purtroppo) non detti che invece avrebbero contribuito a fare del film un vero e proprio capolavoro.


 

Cosa che, poco più di dieci anni fa, era riuscita per esempio a Tommy Lee Jones con il suo film d'esordio, Le tre sepolture: viaggio, cavalli, espiazione...

 

NOTE

- FILM D'APERTURA ALLA XII FESTA DEL CINEMA DI ROMA (2017).

CRITICA

"L'epigrafe iniziale tratta da Lawrence indurrebbe al cattivo pensiero di un western condannato al letto di Procuste del politicamente corretto, con la retorica dei nativi angelicati e i soldati blu demonizzati. Nel suo sviluppo ampio e solenne «Hostiles» ne subisce, in effetti, qualche colpo basso, ma il regista riesce per fortuna a fare prevalere nel complesso un piglio più eclettico in grado, per intenderci, di riannodare motivi e atmosfere che dai classici fordiani passano per la darwiniana ferocia di Peckinpah («Sierra Charriba»)e arrivano al vibrante revisionismo di «Balla coi lupi». (...) Nessuno è innocente, nessuno sfugge alla brutalità della lotta per restare vivi (...) mentre lo spettacolo s'esalta grazie all'essenzialità del racconto e dei dialoghi, all'efficacia delle tipologie umane e ai sentimenti a esse collegati (fedeltà, violenza, traumi), alle acmi degli assalti e degli agguati e ai meravigliosi panorami rubati all'infinita vertigine dei grandi spazi americani. La sceneggiatura di Donald Stewart (...) insiste certo sui tratti epici, sul sangue che imbratta corpi e anime, sull'autolesionistica guerra fratricida tra Cheyenne e Comanche, sulla donna che s'unisce al gruppo reduce inebetita da un massacro familiare, sulla musica di Max Richter che scandisce l'azione, ma a volte sembra anche rifugiarsi e confondersi negli echi della wilderness, dal soffio del vento ai nitriti dei cavalli. Ma la corda che risuona più dolorosamente sembra, però, quella crepuscolare: la nostalgia non è più quella di un tempo, neppure per gli ultimi studiosi e appassionati di quello che fu a giusta ragione definito «il genere per eccellenza del cinema americano»." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 22 marzo 2018)

"'Hostiles' è un 'sur-western' tanto benintenzionato in senso ideologico, quanto classico e prevedibile nel percorso narrativo. La sua cifra consiste nell'alternare scene d'azione particolarmente brutali (assai efficaci) con lunghe pause di conversazione sulle colpe e la vendetta, il razzismo e la giustizia. Anche se l'intenzione di risarcire le vittime della colonizzazione è onesta, prevalgono i personaggi bianchi lasciando gli indiani in secondo piano." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 22 marzo 2018)

"Sulla base di un copione scritto a suo tempo da Donald E. Stewart, Cooper, pur tenendo conto delle evoluzioni subite dal popolare genere, ha realizzato un western di respiro epico classico. Sia per l'imponente bellezza di un paesaggio che vira dagli ocra delle zone desertiche ai verdi montani (la fotografia porta la firma di Masonubu Takayanagi); sia per lo spessore etico dei protagonisti, il capitano Bale (al solito superbo) che coltiva il principio del dubbio e del rispetto, la vibratile madre Pike deprivata dei figli ma non della sua umanità, Studi guerriero di indiscussa nobiltà. E tuttavia questo impeccabile film possiede indubbia attualità per il modo in cui sottolinea quel problema delle «ostilità» contrapposte che nel mondo odierno continuano a creare muri e a provocare guerre." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 22 marzo 2018)

"Siamo dalle parti del western classico, del quale sono riprese tutte o quasi le colonne portanti: il viaggio attraverso la natura selvaggia, le «ombre rosse» che incombono sugli avventurieri, la strage della famiglia di coloni, l'eroe/antieroe segnato dal tempo passato nella wilderness e nella violenza primigenia del West, quel portatore della quintessenza dell'animo americano - «dura e assassina» - a cui fa riferimento la citazione di D.H. Lawrence che apre il film. Ma di quel western originario resta oggi per sempre e necessariamente irripetibile la (magnifica) spregiudicatezza nel sublimare la violenza più atroce nel vero e proprio canto della nascita della Nazione. E anzi il film di Cooper intende proprio recuperare tutti quei passaggi obbligati del western per rivederli alla luce del senno di poi, «ristabilendo» un'ideale verità storica nei confronti del popolo nativo vittima dello sterminio, che si vorrebbe qui rappresentare non più prigioniero del doppio stereotipo buon selvaggio/spietato assassino. Un'ambizione storiografica sottolineata dalla collocazione temporale dei fatti: a due anni dalla chiusura della frontiera storica - e infatti il veterano Blocker si appresta a tornare nel mondo «civilizzato» dell'Est - e un anno prima della pubblicazione delle tesi di Frederick Jackson Turner sull'esperienza della frontiera come «matrice» della democrazia americana. Per farlo Cooper ingabbia però i suoi stessi protagonisti, e la sua storia, in una programmatica imposizione della sensibilità moderna alle terre del West, che emerge in controluce da tutte le dinamiche della narrazione (...) e nelle stesse parole dei personaggi, che si rivolgono ai Cheyenne chiamandoli «nativi», con un'accuratezza lessicale non solo impensabile nel vecchio West ma che ancora oggi manca a buona parte degli occupanti della Casa bianca. Rileggere la storia col senno di poi è forse inevitabile per chi si accinge, oggi, a raccontarla. Ma riscrivere la leggenda nascondendo i suoi insondabili sprofondamenti nell'ingiustizia non è che la manifestazione di uno sguardo che non ha mai smesso di essere intrinsecamente colonizzatore." (Giovanna Branca, 'Il Manifesto', 22 marzo 2018)

"(...) un potente film di genere sul declino del militare. Christian Bale rende credibile un personaggio che ha dieci anni più di lui, senza i quali non avrebbe potuto combattere nella guerra civile 1861-65. Col suo sguardo fisso impresso da choc a catena, con la sua voce bassa, pare uno che nella vita ha visto di tutto, ma ben poco di bello. La fotografia di Masanobu Takayanagi ama i paesaggi tanto quanto si odiano coloro che li abitano." (Maurizio Cabona, 'Il Messaggero', 22 marzo 2018)

"Torna, graditissimo al pubblico maschile, un po' meno, chissà perché, all'altra metà del cielo, il western. Qui, nella versione più tradizionale, con gli indiani cattivi, come ai tempi gloriosi di John Wayne e Gary Cooper. (...) I dialoghi sono fitti, ma quando le chiacchiere, con inedite, un po' ridicole, pronunce (Apaci, Comenci, Ciaien), lasciano spazio ai frequenti agguati, ecco che la tensione prende decisamente il sopravvento. Insomma due ore, o poco più, piuttosto ben spese, anche per chi non è esattamente un patito del genere. Qualche scena particolarmente violenta potrebbe infastidire gli spettatori più sensibili, ma il fascino del baffutissimo Christian Bale e lo sguardo languido della seducente strabicona Rosamund Pike sono una garanzia." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 22 marzo 2018)
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